Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Lo Scià Ciro è pronto a governare l’Iran Analisi di Andrea Morigi
Testata: Libero Data: 07 gennaio 2026 Pagina: 17 Autore: Andrea Morigi Titolo: «Lo Scià Ciro è pronto a governare l’Iran»
Riprendiamo da LIBERO di oggi, 07/01/2026, a pag. 17 con il titolo "Lo Scià Ciro è pronto a governare l’Iran", l'analisi di Andrea Morigi.
Andrea Morigi
Voglia di ritorno alla monarchia. Buona parte dei manifestanti sventola la bandiera imperiale e chiede la restaurazione dello Scià al trono di Teheran. L'ultimo dei Pahlavi, Reza Ciro, si dice pronto a tornare.
«Questa volta il popolo non grida soltanto ciò che non vuole più. Ora dice con coraggio ciò che vuole. Rivendica apertamente la propria scelta e indica, senza paura, anche il leader e l’alternativa in cui crede», dichiarava ad AdnKronos il Presidente dell’Associazione Italia-Iran, Mariofilippo Brambilla di Carpiano, a margine della dimostrazione di sabato a Roma di fronte all’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran. È l’unico membro italiano del team che fa capo al principe Reza Pahlavi. Si sta preparando la transizione a Teheran.
Anzi, la restaurazione imperiale, visto che le piazze persiane invocano la monarchia anche nelle tradizionali roccaforti del clero sciita come Qom.
Ovunque, da Delijan, a Firouz Abad, da Laijan a Mashhad, da Meshkan a Nishapur, da Shiraz a Yazd, sventola la bandiera con il leone che impugna una spada, sormontato dal sole, simbolo della regalità tratto dai racconti mitici del poema epico medievale dello Shahnameh, e la folla grida: «Javid Shah» (Lunga vita allo Scià) e «Questa è la battaglia finale, e Pahlavi tornerà».
La sensazione che gli ayatollah siano rimasti nudi si è diffusa in tutto il Paese da quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha assicurato il suo sostegno alle rivolte contro il regime degli ayatollah. Sui muri compaiono scritte come «Trump, simbolo di verità. Non lasciare che ci uccidano!» Al che, perfino la guida suprema Ali Khamenei ha capito che la strada dell’esilio si avvicina. E sta già facendo le valigie per la Bielorussia, secondo il Times di Londra.
Il timore di essere arrivati al capolinea è doppio, spiega un anonimo funzionario della Repubblica islamica all’agenzia Reuters: la minaccia di un intervento americano e la situazione economica stanno restringendo lo spazio di manovra per contenere le proteste. Altri sottolineano la svolta avvenuta con l’operazione militare degli Usa in Venezuela, che ha materializzato l’incubo di una extraordinary rendition anche nei confronti dei dignitari del governo iraniano. E se per giunta all’attacco armato si unisse Israele, per molti sarebbe come un anticipo dell’Apocalisse e a quel punto non resterebbe che sperare nella venuta del mitico Mahdi, l’Imam nascosto della tradizione esoterica sciita.
In effetti, l’erede al trono del Pavone, oltre a poter contare sull’amministrazione di Washington, vanta ottime relazioni anche con Gerusalemme, dove ha fatto visita più volte al premier Benjamin Netanyahu. Da quando a 17 anni, nel 1978 ha dovuto lasciare il Paese per rifugiarsi negli Stati Uniti, la dinastia si è diffusa in numero e potenza. La regina madre, Farah Diba, nel corso dei decenni ha costruito una rete di relazioni di alto livello, che lascia in eredità al figlio.
Attualmente la corte comprende la principessa Jasmine, moglie di Ciro e la loro figlia Noor. Senza dimenticare il cugino Davoud che vive a Ginevra, in Svizzera ed è presente alle manifestazioni che si svolgono davanti alle sedi diplomatiche iraniane all’estero per chiedere la liberazione dei dete nuti politici e denunciare la repressione.
Ma la classe dirigente del futuro di Teheran si è formata negli Stati Uniti, intorno alla National Union for Democracy in Iran (NUFDI), il vero think tank alternativo all’ideologia del terrorismo islamico sciita. Da quel pensatoio è scaturito, nel corso di due conferenze con i gruppi iraniani di opposizione, svoltesi a Monaco di Baviera e di una terza a Washington DC, negli Stati Uniti, nel settembre scorso con la collaborazione della Fondation for Defense of Democracies, il programma, un “progetto di prosperità” per i primi 100 giorni successivi alla caduta della Repubblica islamica fondata da Ruhollah Khomeini.
Nell’elenco dei partecipanti, esperti di energia come Houssein Pourmand, di risorse idriche come Shirin Goli, economisti come Saeed Ghasseminejad, Aidin Panahi, Mohamed Reza Jahan-Parvar, insieme a studiosi e professionisti in settori come l’ambiente, l’educazione, la sanità e, non ultima, la difesa. Spesso conosciuti ai più, ma competenti. La squadra di governo è pronta, sebbene agisca ancora nell’ombra. Come le decine di funzionari pubblici, alti ufficiali delle Forze armate e della sicurezza che hanno sottoscritto un documento di presa di distanza dal regime. Per tutelare la loro posizione e non finire in carcere, non possono permettersi di scendere in strada e unirsi alle proteste, ma eviteranno il vuoto di potere.
Pahlavi non aspira al trono. Semmai intende indire un referendum perché siano i cittadini a scegliere fra la monarchia o la repubblica. Deciderà la volontà popolare. Ma la via tracciata è «dalla tirannia alla libertà». E anche la nuova collocazione internazionale, che non avrà più Russia e Cina come partner privilegiati, ma ambisce a un nuovo ruolo in Medio Oriente, al fianco di Israele e dei Paesi arabi che sostengono i Patti di Abramo. Stop, quindi, al sostegno ai terroristi di Hamas nei Territori palestinesi, a Hezbollah in Libano e agli Huthi nello Yemen.
Una piattaforma convincente per l’opposizione, intorno alla quale si è creato un movimento d’opinione, sostenuto da una massiccia presenza sul web di siti in lingua persiana e in inglese come iranopasmigirim.com, gli account Instagram Mihan, e Manotoofficial, oltre a Iran International.
Meno rappresentativi, i comunisti del Mek, i Mojahedin del Popolo Iraniano, che si definiscono anche Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana e hanno minacciato i manifestanti della pena capitale se sorpresi a gridare “Viva lo Scià!”. Dai circoli monarchici emerge anche un’ombra di sospetto sulla premio Nobel per la Pace 2003, Shirin Ebadi, personalità stimata, ma considerata troppo compromissoria con il regime. Per contro, il movimento di protesta nato dal basso continua a generare nuove realtà e iniziative. Nei giorni scorsi almeno otto associazioni, tra cui il Centro degli Scrittori, hanno incitato a continuare le agitazioni. Il sindacato degli insegnanti ha chiesto che siano liberate le centinaia di studenti arrestati durante le proteste.
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