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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Riformista Rassegna Stampa
07.01.2026 Perché l’Iran non è il Venezuela e non finirà allo stesso modo
Analisi di Micol Flammini

Testata: Il Riformista
Data: 07 gennaio 2026
Pagina: 1
Autore: Micol Flammini
Titolo: «L’errore fatale»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 07/01/2026, a pag. 1, con il titolo "L’errore fatale", l'analisi di Micol Flammini.

Micol Flammini
Micol Flammini

Iran sotto pressione, dopo il blitz americano in Venezuela ha capito che Trump non scherza quando dice che potrebbe intervenire ancora. Comunque il regime iraniano è un osso molto più duro di quello di Maduro e non finirebbe così facilmente. Per di più né gli Usa né Israele hanno voglia di un'altra guerra con Teheran dopo quella di giugno. Solo un errore fatale potrebbe scatenarla.

Nella notte fra domenica e lunedì, la televisione iraniana ha annunciato l’inizio di un’esercitazione militare. Le Guardie della rivoluzione islamica si sono messe a testare lanci di missili e sistemi di difesa aerea in diverse città, fra cui la capitale, Teheran. Lo avevano già fatto a dicembre, a gennaio non erano programmate. I nuovi lanci vanno quindi messi in fila, disposti lungo un arco temporale, fatto di cause, effetti e minacce, che inizia dalle proteste nei bazar iraniani, prosegue con il post di minaccia di Donald Trump sul suo social Truth, va a finire in Venezuela, con la cattura del dittatore Nicolás Maduro, culmina con una telefonata che il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha fatto al capo del Cremlino, Vladimir Putin, per recapitare un messaggio a Teheran: Tsahal non vuole una guerra con voi. Tutto è tenuto saldamente insieme, sono fatti geograficamente molto lontani, ma concatenati, che fanno sì che ogni minaccia diretta al Venezuela faccia rabbrividire l’Iran, che quindi reagisce, mostra dei muscoli che ha perso da tempo, ma che, con quel che ne rimane, possono fare disastri.

Il 2 gennaio, Trump ha minacciato la Repubblica islamica dell’Iran, scrivendo che se il regime avesse continuato a reprimere le proteste, avrebbe dovuto confrontarsi con gli Stati Uniti d’America.

Le proteste iniziate nei mercati dell’Iran sono partite da una ragione pratica: i negozi di apparecchi elettronici hanno tirato giù le saracinesche perché non c’era nessuno che potesse permettersi telefoni, televisioni, aggeggi di importazione, inaccessibili a causa dell’inflazione. Alle ragioni economiche si sono affiancate quelle politiche, le proteste sono cresciute di numero e sono diventate mortali. Stando alle parole di Trump, gli Stati Uniti dovrebbero intervenire a breve. Ma dopo il messaggio al regime di Teheran, gli americani hanno colpito altrove, in Venezuela, catturando il dittatore Maduro. “Gli iraniani guardano a quello che succede in Venezuela. Capiscono che gli Stati Uniti possono avere in testa l’idea di un cambio di regime. E sono sicuro che si sentono sotto pressione”, dice Danny Citrinowicz, ricercatore del programma Iran, presso l’Inss (Institute for National Security Studies). Già il post di Trump su Truth aveva gettato nel panico la leadership di Teheran, la dimostrazione venezuelana ha accentuato le paranoie e da qui le reazioni: parlare in modo ossessivo delle differenze fra la Repubblica islamica e il Venezuela; dimostrare di essere pericolosi, come hanno cercato di fare con i test missilistici; minacciare le truppe americane in medio oriente. Le differenze fra il sistema venezuelano e quello iraniano sono molte: “Non sappiamo come andrà a finire in Venezuela, ma in termini di capacità di danneggiare gli Stati Uniti, Caracas ha meno opzioni rispetto a Teheran”, spiega Citrinowicz. Ma soprattutto è complesso trovare una Delcy Rodríguez a Teheran, qualcuno come la neo presidente con cui gli americani vogliono portare avanti un accordo: “Se provassero a fare qualcosa di simile in Iran, quindi a catturare la Guida suprema Ali Khamenei, il sostituto difficilmente sarebbe disposto a lavorare con l’occidente”. Ci sono molte differenze fra i due casi, a cominciare dal fatto che l’operazione in Venezuela della Casa Bianca è stata giustificata da una minaccia diretta al territorio americano, mentre è più complesso trovare ragioni simili in Iran: la difesa dei manifestanti non è abbastanza. “Trump vuole marcare le differenze fra lui e Barack Obama, fra lui e Joe Biden. Tutti e due sono stati presidenti durante grandi proteste, non sono intervenuti”. Un’operazione in Iran sarebbe anche difficile da concludere con un’azione di avvertimento come quella in Venezuela o con un colpo isolato come Trump ha fatto per esempio in Nigeria. “Contro l’Iran, ogni azione porta a una ritorsione, non finisce lì”.

Gli Stati Uniti non vogliono una guerra contro l’Iran. Israele non vuole una guerra contro l’Iran, come Netanyahu ha fatto dire al regime, tramite Putin, che del regime è alleato. E l’Iran in questo momento non può permettersi una guerra contro Israele. Tuttavia, il fatto che nessuno sia pronto al conflitto, non vuol dire che non avverrà. “La guerra contro Israele non è la priorità, prima di tutto per il regime viene la stabilizzazione interna. Se lanciasse un attacco, darebbe a Israele e agli Stati Uniti il pretesto per colpire, mentre non ha ricostituito ancora le sue difese e i suoi arsenali”. La guerra di giugno scorso ha lasciato l’Iran scoperto, ma internamente al regime c’è chi teme che “qualcuno” possa sfruttare la situazione interna per attaccare: “E questo qualcuno è Israele, che pure sta facendo molti errori di comunicazione”. La Repubblica islamica non ha intenzione di essere attaccata per prima, come avvenne a giugno. Non vuole essere colta di sorpresa e questo è lo scenario in cui un errore di calcolo può condurre a un conflitto, le cui possibilità nel 2026 non sono imminenti, ma elevate per tre ragioni: errore di calcolo, minaccia percepita da Israele, mancanza di disponibilità a raggiungere un accordo sul nucleare con gli Stati Uniti.

Mentre gli iraniani cercano di allontanare l’incubo venezuelano, esce fuori un’altra similitudine: Caracas e Teheran si sono affidate all’alleanza con Mosca e non è servito a nulla. Il Cremlino non ha potenziato gli aiuti all’Iran quando a giugno la possibilità di una guerra contro Israele diventava più concreta, né al Venezuela quando Maduro sentiva aumentare la pressione americana. “Gli iraniani non hanno altre opzioni, devono lavorare con i russi per ricostruire le capacità di difesa e per aggirare le sanzioni. In caso di guerra, però, dubito che i russi interverrebbero, cercheranno di mediare”. Per Citrinowicz, la decisione del governo israeliano di affidarsi alla mediazione russa è sbagliata: “Non dovremmo affidarci a loro, potremmo trovare mediatori migliori. In realtà neppure gli iraniani si fidano”, ma non hanno altre opzioni. Mosca con calma aiuterà Teheran a ricostruire il suo arsenale, con il limite di non cedere quello che impiega nella guerra contro l’Ucraina. Rimane però una domanda, che a Israele dovrebbe interessare molto: “Mosca consegnerà davvero all’Iran i caccia Su-35? Sono capaci di rivoluzionare l’Aeronautica iraniana. Corre voce che la consegna avverrà”.

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