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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Setteottobre Rassegna Stampa
06.01.2026 L'ONU non è imparziale. 'Lo dice l'ONU' è una frase senza senso
Commento di Daniele Scalise

Testata: Setteottobre
Data: 06 gennaio 2026
Pagina: 1
Autore: Daniele Scalise
Titolo: «Il mito dell’ONU come arbitro neutrale»

Riprendiamo dal giornale di SETTEOTTOBRE online, il commento di Daniele Scalise dal titolo: "Il mito dell’ONU come arbitro neutrale"


Daniele Scalise

"Lo dice l'ONU". E allora? L'ONU non è un arbitro imparziale, è un apparato in cui prevalgono cordate di Stati. Specialmente contro Israele, si è formato un consenso fatto di Stati dittatoriali, soprattutto musulmani, e di agenzie con agenda ideologica di estrema sinistra.

L’ONU viene spesso evocata come se fosse un giudice imparziale che osserva il mondo dall’alto, pesa i fatti, applica il diritto e pronuncia sentenze morali. È una rappresentazione rassicurante, quasi liturgica. Peccato che sia falsa. Non perché l’ONU sia “cattiva”, corrotta o intrinsecamente ostile a qualcuno, ma perché non è ciò che molti fingono – o preferiscono – che sia: un soggetto sovrano, neutrale, razionale.

L’ONU è un meccanismo politico. E come tutti i meccanismi politici risponde a rapporti di forza, blocchi, convenienze, automatismi.
Partiamo da un punto semplice, che viene quasi sempre rimosso: l’ONU non è un’entità unica ma un arcipelago di organi diversi, con funzioni, logiche e pesi completamente differenti. Il Consiglio di Sicurezza, l’Assemblea Generale, le agenzie specializzate, i comitati, i relatori speciali. Mettere tutto sotto l’etichetta “lo dice l’ONU” è già un modo per mischiare le carte e mistificare il ragionamento.

L’Assemblea Generale, che è quella più citata nei dibattiti pubblici, non è un parlamento del mondo né un tribunale. È un’assemblea politica in cui ogni Stato ha un voto, indipendentemente dal suo sistema politico, dal rispetto dei diritti umani, dalla libertà di stampa o dalla sua storia di aggressioni. In quell’aula votano allo stesso modo democrazie liberali, autocrazie, regimi militari, teocrazie e Stati falliti. Le risoluzioni dell’Assemblea non sono vincolanti, ma producono un capitale simbolico enorme, perché vengono presentate come “la volontà della comunità internazionale”.

Ed è qui che entra in gioco il primo meccanismo da smontare: il voto automatico. In ONU non si vota quasi mai “caso per caso”. Si vota per blocchi. Gruppi regionali, coalizioni ideologiche, alleanze tattiche. Il mondo arabo-islamico vota in modo coordinato su alcuni dossier. Il blocco dei Paesi non allineati fa altrettanto. Stati che non hanno nulla in comune, se non l’interesse a colpire un avversario politico o a guadagnare credito presso una maggioranza numerica, si ritrovano a votare insieme. Il risultato non è un giudizio, ma una conta.

Questo spiega perché su alcuni temi – Israele in testa – esista una produzione industriale di risoluzioni. Non perché il conflitto israelo-palestinese sia l’unico o il più sanguinoso al mondo, ma perché è quello che garantisce il massimo consenso automatico al minimo costo politico. Condannare Israele non costa nulla a decine di Stati; anzi, rende. Serve a coprire repressioni interne, a costruire posture morali, a saldare alleanze regionali. È un investimento a rendimento sicuro.

Secondo meccanismo: la frammentazione delle agenzie. Molte agenzie ONU operano con mandati settoriali, spesso autoreferenziali, e sviluppano nel tempo una propria cultura politica. Questo non le rende inutili, ma le rende tutt’altro che neutrali. Un’agenzia che vive da decenni su un conflitto tende a interiorizzarne la cornice dominante, a riprodurla, a difendere il proprio ruolo. L’obiettivo non diventa risolvere il problema, ma amministrarlo. La crisi come ecosistema.

Terzo punto: l’illusione del diritto senza potere. L’ONU produce un’enorme quantità di linguaggio giuridico e para-giuridico, ma non dispone di un potere coercitivo autonomo. Il diritto internazionale, in quel contesto, è spesso un lessico morale usato in modo selettivo. Applicato dove conviene, ignorato dove sarebbe costoso. Non è un caso se le grandi potenze violano risoluzioni ONU senza conseguenze reali, mentre Stati più esposti vengono messi all’indice. Non è ipocrisia individuale: è struttura.

Smontare il mito dell’ONU come arbitro neutrale non significa dire che l’ONU non serva a nulla. Serve eccome: come foro diplomatico, come spazio di coordinamento, come luogo in cui si parla invece di spararsi. Ma sacralizzarla significa smettere di capirla. E quando non si capisce un meccanismo, lo si subisce.

Il punto, allora, non è indignarsi ogni volta che “l’ONU condanna”, né inginocchiarsi ogni volta che “l’ONU riconosce”. Il punto è chiedersi sempre: quale organo? con quali voti? con quali coalizioni? con quali interessi convergenti? Solo così l’ONU torna a essere ciò che è davvero: uno specchio imperfetto del mondo, non la sua coscienza morale. E forse, paradossalmente, è proprio smettendo di sacralizzarla che la si può usare meglio.


info@setteottobre.com

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