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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Newsletter di Giulio Meotti Rassegna Stampa
04.01.2026 La caduta della Mecca dei compañeros italiani
Newsletter di Giulio Meotti

Testata: Newsletter di Giulio Meotti
Data: 04 gennaio 2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «La caduta della Mecca dei compañeros italiani»

Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "La caduta della Mecca dei compañeros italiani". 


Giulio Meotti

Nicolas Maduro arrestato, fine di un altro dei tanti miti della sinistra italiana (e non solo di quella italiana)

Ora che l’ex autista di autobus Nicolás Maduro è caduto e lo aspetta una cella a per traffico di droga o un esilio alla Assad, dopo aver governato per 13 anni reprimendo le opposizioni (e i sacerdoti) grazie a elezioni truccate e scatenando uno dei più grandi esodi di massa della storia, chi aveva cantato il suo regime come un paradiso quando era “una fiesta infernale”, secondo la definizione della New York Review of Books, potrebbe semplicemente dire: “Ci siamo sbagliati”.

Non lo faranno. Perché il settimanale francese Le Point ha definito il Venezuela “il cimitero dei ciarlatani”.

Caracas, un tempo santuario laico per i pellegrini della sinistra globale, giace oggi in rovina. Non è solo la capitale di un paese devastato da iperinflazione, fame e migrazioni bibliche – oltre 8 milioni di venezuelani fuggiti dal 2014 (un terzo della popolazione totale), secondo le stime più recenti – ma il sepolcro definitivo di un’illusione coltivata per decenni da intellettuali, giuristi, attivisti e celebrità occidentali di sinistra.

In Europa di ammiratori il regime caduto per mano di Donald Trump ne ha sempre trovati tanti: in Francia, il capo del terzo partito, Jean-Luc Mélenchon, che ora chiama la sinistra a difendere Maduro; in Inghilterra, l’allora leader del Labour, Jeremy Corbyn (“grazie per aver dimostrato che i poveri contano e che la ricchezza può essere condivisa”); in Italia gli orridi Cinque stelle e la sinistra antagonista; in Spagna, Podemos.

E pensare che il dipartimento di Giurisprudenza della Federico II di Napoli ha organizzato una lectio magistralis dal titolo: “La divisione dei poteri nella Costituzione del Venezuela”.

A tenere la lezione l’ambasciatore del Venezuela Isaías Rodríguez, già vice presidente della Repubblica con il “comandante” Chávez. A celebrare la separazione dei poteri venezuelani c’era il rettore della Federico II e attuale sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi; giuristi dell’università napoletana e addirittura due presidenti emeriti della Corte Costituzionale come Francesco Paolo Casavola e lo scomparso Francesco Amirante.

E pazienza se Maduro aveva represso nel sangue le manifestazioni studentesche, dissolto il Parlamento e “vinto” elezioni presidenziali cui impedì agli avversari di partecipare.

Oxfam elogiava Caracas. Quanto a Noam Chomsky, la sua longevità sulla scena intellettuale gli ha permesso di abbracciare praticamente ogni cattiva causa.

La gauche intellettuale francese adorava Maduro.

Lo scrittore britannico Tariq Ali aveva detto che il Venezuela era “il paese più democratico dell’America Latina”. Alfred De Zayas, esperto dell’Onu per la “promozione di un ordine democratico ed equo”, ha visitato il Venezuela per valutare il suo stato sociale ed economico. Tornando a Ginevra, De Zayas ha detto di non ritenere che ci fosse una crisi umanitaria. “Sono d’accordo con la Fao che la cosiddetta crisi umanitaria non esiste in Venezuela” ha detto De Zayas.

Il premio Nobel per la Letteratura José Saramago ha elogiato il chavismo. Adolfo Perez Esquivel, il pacifista argentino Nobel per la Pace, definì Chàvez “un visionario”. Harold Pinter, un altro Nobel per la Letteratura, appose la sua firma a un manifesto in cui si difendeva il regime. Anche Black Lives Matter è vicino al dittatore venezuelano Maduro. “Attualmente in Venezuela, un tale sollievo trovarsi in un luogo in cui c’è un discorso politico intelligente”, scrisse Opal Tometi, fondatrice di Black Lives Matter.

Ma il popolo venezuelano, quello vero, ha pagato con la fame, le code per il pane, le medicine introvabili, i black-out eterni.

Global Exchange, un gruppo con sede a San Francisco, organizzava viaggi a Caracas. Dalla Gran Bretagna, la campagna di solidarietà con il Venezuela, con sede a Wolverhampton, inviava in missione i membri del sindacato. Niente spiagge caraibiche, visite invece alle baraccopoli.

Racconta il Journal: “La nazione aveva le più grandi riserve di petrolio del mondo. Eppure i conducenti si trovano ad aspettare giorni e giorni in fila davanti alle stazioni di servizio, ricordando la vecchia barzelletta su come se i comunisti si fossero impossessati del Sahara, la sabbia sarebbe finita”. I dati sono spaventosi: “Il 95 per cento dei venezuelani è povero. Più di 3 venezuelani su 4 vivono in condizioni di estrema povertà e insicurezza alimentare. La metà della popolazione in età lavorativa ha abbandonato la forza lavoro. Il Pil pro capite è crollato a livelli che non si vedevano dagli anni ‘50. La scarsità d’acqua è endemica in tutte le città. I blackout sono frequenti. Le biciclette sono diventate il mezzo di trasporto preferito da coloro che possono permettersele. Il sistema sanitario è crollato, portando i tassi di mortalità infantile a livelli mai visti da una generazione. Malattie come la difterite e la malaria, che erano state debellate decenni fa, sono tornate. L’unico aspetto positivo? I tassi di omicidi sono diminuiti perché le munizioni scarseggiano”.

Gli intellettuali occidentali che hanno venduto Caracas come utopia hanno contribuito a prolungarne l’agonia, dando copertura morale a un regime che ha tradito i poveri che diceva di difendere.

Caracas era il fiore all’occhiello dell’anticapitalismo occidentale, tanto che il filosofo Gianni Vattimo (che andrà anche a Teheran) si vantava di partecipare alla “Prima settimana internazionale di filosofia del Venezuela”.

Dario Fo e Franca Rame agitavano il pugno chiuso sulla balconata della Camera del lavoro di Milano quando Hugo Chávez fu invitato dalla Cgil a indicarci la via del socialismo e Nichi Vendola dichiarava “profonda simpatia per un’esperienza che ha fatto invecchiare la stella di Cuba”.

E poi don Gallo, Gianni Minà, padre Zanotelli.

Eppure, quei compañeros occidentali – protetti dal comfort delle loro cattedre, delle ville e dei salotti – hanno potuto permettersi il lusso di idolatrare un esperimento senza pagarne le conseguenze.

Eppure, il Wall Street Journal raccontava già che “i bambini del Venezuela stanno morendo a un ritmo superiore a quello della Siria”.

Il premio Oscar Jamie Foxx si è presentato al palazzo presidenziale di Caracas per una foto con Maduro. L’attore Sean Penn ha incontrato i leader venezuelani in numerose occasioni, descrivendo “cose incredibili per l’80 per cento delle persone che sono molto povere” (da allora Penn è svanito nel nulla sul tema Venezuela per darsi all’Ucraina). L’attivista afroamericano Jesse Jackson ha visitato Caracas elogiando quel regime per la sua “attenzione al commercio libero ed equo”. L’economista Joseph Stiglitz, un altro Nobel, ha elogiato le politiche venezuelane per il “successo nel portare la salute e l’educazione alla gente nei quartieri poveri di Caracas”. Il senatore Bernie Sanders si è lanciato in una affermazione straordinariamente lungimirante: “Il sogno americano si è realizzato in Venezuela”. E un altro Nobel, Rigoberta Menchú, ha difeso il regime.

Accadde anche in Unione sovietica negli anni Trenta. Anni di purghe e di penuria economica, ma l’inglese George Bernard Shaw viaggiò in Russia su un treno pieno di cornucopie. In casa del vate degli scrittori Maxim Gorkij, Romain Rolland raccontava di una “tavola carica di cibarie, tutti i tipi di antipasti freddi, di salumi, di pesci salati, o affumicati, o congelati. Granchi, gelatine alla crema eccetera”. Lion Feuchtwanger scriveva che il futuro si presenta ai sovietici “come un viottolo ben definito e ben curato in mezzo a un piacevole paesaggio”.

Ottant’anni dopo, un altro “paradiso socialista” si trasformava in un film dell’orrore grazie alla stupida cecità di un’altra legione di utili idioti occidentali.

Ora che anche Caracas è caduta, i ciarlatani dove emigreranno? Teheran? Meglio elogiarla da lontano, troppi veli e impiccagioni. Pyongyang? Troppi Gulag. Pechino? A Xi Jinping non interessano i nostri scansafatiche. L’Avana? Per dirla con lo scrittore cubano Jacobo Machover, “sarebbe già caduta senza gli utili idioti occidentali”. C’è sempre Gaza, almeno finché Hamas sarà al potere.

Sul New York Times, Bret Stephens si è domandato dove siano i progressisti sul Venezuela: “Ogni generazione di attivisti abbraccia una causa di politica estera: porre fine all’apartheid in Sudafrica; fermare la pulizia etnica nei Balcani; salvare il Darfur dalla fame e dal genocidio. E poi c’è la causa perenne – e perennemente indegna – della ‘liberazione’ della Palestina, per la quale non c’è mai carenza di creduloni fanatici. Del Venezuela nessuno parla. Le sue vittime stanno lottando per la democrazia, per i diritti umani, per la capacità di nutrire i loro figli”.

Cosa vuoi che siano democrazia, diritti umani e sfamare i figli. Questa è stata la storia di tutti i progetti utopici socialisti: inizia con una visione di fratellanza umana e finisce con persone che mangiano i loro animali domestici.

Dell’orrenda Rivoluzione bolivariana ora restano solo miseria, repressione e l’immagine di Maduro e consorte portati via dagli americani; nella sinistra italiana, solo un imbarazzante silenzio.

D’altronde, come nella Germania dell’Est, in Venezuela mancava anche la carta igienica. E ai nostri intellettuali (il germanista Cesare Cases, il musicista Luigi Nono, il matematico Lucio Lombardo-Radice, Giorgio Strehler e l’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli) piaceva tanto anche la DDR.

Hasta el socialismo siempre! Almeno fintanto che, come ci ha insegnato Margaret Thatcher, “a un certo punto i soldi degli altri finiscono”.

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