sabato 03 gennaio 2026
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE

vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



Clicca qui






Libero Rassegna Stampa
03.01.2026 Dalle piazze a Trump. Come l’Iran è collassato
Analisi di Costanza Cavalli

Testata: Libero
Data: 03 gennaio 2026
Pagina: 1/6
Autore: Costanza Cavalli
Titolo: «Dalle piazze a Trump. Come l’Iran è collassato»

Riprendiamo da LIBERO di oggi, 03/01/2026, a pag. 1/6, l'analisi di Costanza Cavalli dal titolo "Dalle piazze a Trump. Come l’Iran è collassato".


Costanza Cavalli

La rivolta in Iran è l'ultimo stadio di una lunga crisi del regime islamico. Crisi economica, sconfitta militare, perdita di influenza nel Medio Oriente sono i primi sintomi. E la causa è la guerra che l'Iran ha voluto scatenare contro Israele, attraverso i suoi alleati terroristi mediorientali.

Provaci ancora, Iran. Assediata su ogni fronte – da un lato dalle sanzioni e da una cattiva gestione economica, dall’altro dall’umiliazione militare che Israele ha ripetutamente inflitto a Teheran e ai suoi alleati e, infine, colpita alle spalle dal realismo del presidente statunitense Donald Trump – la Repubblica Islamica dell’Iran appare più instabile che mai.
Partiamo dai problemi socioeconomici e finanziari: la valuta si è polverizzata, il rial iraniano ha perso il 56% del suo valore in sei mesi, e ha causato un’inflazione alle stelle, a ottobre era al 48,6%. In media, i prezzi dei generi alimentari sono aumentati del 75% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Secondo il Fondo monetario internazionale, il Pil del Paese è cresciuto del 3,7% nel 2024, la stima per il 2025 è +0,6%. Allo stesso tempo, la progressiva crisi idrica ed energetica ha costretto il governo a imporre un razionamento draconiano: rubinetti asciutti e quartieri al buio. Il regime non ha più modo di nascondere il divario tra la retorica rivoluzionaria e la realtà. Masoud Pezeshkian, il presidente iraniano, si è persino scusato e ha cercato di placare i manifestanti: «Le vostre obiezioni sono comprensibili», ha dichiarato, «Se la gente è insoddisfatta, la colpa è nostra. Non cercate l’America o qualcun altro da biasimare. Dobbiamo servire in modo adeguato affinché la gente sia soddisfatta di noi». Stupefacente per un regime che ha tra i suoi slogan preferiti «Morte all’America», considerata il Grande Satana (quello Piccolo è Israele).
Il secondo fronte di attacco agli ayatollah è quello militare: negli ultimi diciotto mesi, la guerra di Gerusalemme contro l’Iran è stata instancabile ed efficace. Le sconfitte sul campo di battaglia – dalla Siria al Libano fino allo Yemen, da Hamas a Hezbollah fino alla debole risposta dei Pasdaran alla guerra dei 12 giorni a giugno – hanno tagliato la rete ideologica transnazionale della teocrazia. Con l’emarginazione politica degli sciiti in Libano e Iraq, la “Mezzaluna sciita”, come la definì Re Abdullah di Giordania, è ormai parcellizzata. Un nuovo ordine, per quanto si possa parlare di “ordine” in Medio Oriente, è in vigore nella regione. Fino a un paio di anni fa gli analisti sostenevano che l’Iran estendesse il suo controllo su quattro capitali arabe (Baghdad, Beirut, Damasco e Sanaa), adesso l’Asse della resistenza fatica a preservare anche i propri asset finanziari. Il terzo è il ritorno di Trump alla Casa Bianca: durante il suo primo mandato, il tycoon si è sbarazzato dell’accordo sul nucleare, che non costituiva una barriera alla proliferazione iraniana, e ha imposto nuove, pesantissime, sanzioni. Dopodiché ha ordinato l’assassinio del generale Qassem Soleimani, il comandante della Forza Quds che aveva creato un esercito di agenti e terroristi agli ordini e al soldo dell’Iran in tutta la regione.
Nel primo anno della sua seconda amministrazione, l’americano ha dato carta bianca a Israele, si è alleato con le monarchie del Golfo, perché partner commerciali affidabili, e il 22 giugno 2025, con l’operazione Martello di Mezzanotte, ha deciso di attaccare gli impianti nucleari degli eredi di Khomeini. Il programma atomico, seppur colpito, non è annientato ma il regime ha imparato una lezione: quando Trump minaccia di intervenire conviene dargli credito (e in questo caso decidersi a riprendere il dialogo sul programma nucleare). Più rozzo dei suoi predecessori (Bush, Obama, Biden) nel tentativo di dialogare con gli iraniani, il tycoon applica anche in questo caso la dottrina della “pace attraverso la forza”. Nel 2009, durante le proteste del Movimento Verde, Barack Obama dichiarò ambiguamente che «il governo iraniano deve capire che il mondo lo sta guardando» (poi si rammaricò di non aver sostenuto le forze democratiche iraniane). Joe Biden si disse molto preoccupato quando nel 2022 le forze dell’ordine iraniane ammazzavano 300 manifestanti nelle proteste per l’omicidio di Mahsa Amini, arrestata per aver indossato l’hijab in modo sbagliato. Tutte e tre le volte che l’attuale presidente Usa ha colpito l’Iran, invece di innescare una guerra più ampia, come temevano alcuni analisti, ha fatto arretrare il regime.
Il leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei, 86 anni, e il programma nucleare ben rappresentano la teocrazia: infragilita, minata dalle rivolte interne, dall’assenza di una successione, dall’evoluzione dei rapporti di forza regionali e internazionali. Per tutti questi fattori, le proteste di oggi sono le peggiori dell’ultimo decennio e un’altra spallata americana potrebbe essere il colpo definitivo.

 

Per inviare a Libero la propria opinione, telefonare: 02/99966200, oppure cliccare sulla e-mail sottostante


lettere@liberoquotidiano.it

Condividi sui social network:



Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui

www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT