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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Riformista Rassegna Stampa
02.01.2026 Si va verso l’apertura del valico di Rafah. Le Ong non trasparenti resteranno fuori
Cronaca di Giuseppe Kalowski

Testata: Il Riformista
Data: 02 gennaio 2026
Pagina: 4
Autore: Giuseppe Kalowski
Titolo: «Si va verso l’apertura del valico di Rafah. Le Ong non trasparenti resteranno fuori»

Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi 02/01/2026, a pagina 4, la cronaca di Giuseppe Kalowski dal titolo "Si va verso l’apertura del valico di Rafah. Le Ong non trasparenti resteranno fuori".


Giuseppe Kalowski

Mentre stenta a partire la Fase 2 del piano di pace di Trump, si discute almeno sulla riapertura del valico di Rafah, con l'Egitto. Ma dagli aiuti umanitari che affluiscono a Gaza devono essere escluse le Ong che non rispettano le regole sulla trasparenza e non rivelano l'identità dei loro volontari. Fra queste anche Medici Senza Frontiere e la Caritas.

Con il tragico sfondo dell’esplosione a Crans-Montana, in Svizzera, che ha causato la morte di decine di ragazzi mentre festeggiavano il nuovo anno, e della rivolta della popolazione iraniana contro il regime degli ayatollah, che tende ad allargarsi, la Fase 2 del piano di pace di Trump stenta a prendere forma.

Nell’incontro in Florida con Donald Trump, Benjamin Netanyahu ha convinto il presidente americano della rinnovata e crescente pericolosità iraniana e dell’urgenza di una risposta a breve termine. Allo stesso tempo, però, il premier israeliano ha subìto una forte pressione affinché prosegua con il piano di pace, politicamente rilevante per l’Amministrazione americana in vista delle elezioni di Midterm.

I nodi da sciogliere per poter procedere alla seconda fase sono numerosi: la restituzione del corpo dell’ultimo ostaggio israeliano, il disarmo di Hamas e la presenza — ritenuta inaccettabile da Israele, alla luce degli attuali rapporti con Ankara e delle continue dichiarazioni di Erdogan che definisce Israele uno “Stato terrorista” — di soldati turchi nella Forza internazionale di stabilizzazione che dovrebbe entrare a Gaza. Netanyahu sostiene che nella Striscia siano ancora presenti circa 20mila terroristi e 60mila kalashnikov, dati che rendono impossibile procedere alla seconda fase del piano.

Ci troviamo quindi in una fase di stallo che innervosisce fortemente Trump. Hamas è a un bivio: deve decidere se adattarsi alle richieste americane, turche, qatariote ed egiziane oppure finire definitivamente emarginata. L’unica possibilità di sopravvivenza per Hamas è chiudere il capitolo del terrorismo armato e tentare una collocazione politica internazionale non militare. L’evoluzione della frattura interna tra le due anime del movimento sarà decisiva per il futuro di Gaza.

Il tempo, però, gioca contro Hamas. Se non procederà al disarmo, Israele potrebbe ottenere a breve da Trump il via libera per un intervento militare oltre l’attuale Linea gialla di separazione. Le annunciate elezioni interne per l’elezione di un nuovo leader del movimento — non aperte alla popolazione — potrebbero forse contribuire a risolvere questa crisi interna. Anche la prosecuzione del piano di pace americano dipenderà da questo passaggio, sebbene Hamas abbia oggettivamente pochissime alternative, essendo ormai prossima al collasso.

In questo contesto, Israele ha deciso di aprire il valico di Rafah, nella speranza che sempre più aiuti umanitari raggiungano la popolazione civile e non le milizie di Hamas, come avvenuto troppo spesso in passato. Lo Stato ebraico ha inoltre deciso di bloccare l’attività di 37 organizzazioni non governative internazionali operanti sia a Gaza sia in Cisgiordania, tra cui Medici Senza Frontiere e Caritas.

La decisione è stata motivata dal mancato rispetto delle nuove regole di trasparenza relative alla condivisione delle informazioni su personale, finanziamenti e attività. L’obiettivo dichiarato è prevenire infiltrazioni e flussi di denaro verso organizzazioni terroristiche. L’enfasi maggiore è stata posta sulla richiesta di dettagli riguardanti i dipendenti delle Ong. La nuova regolamentazione è entrata in vigore ieri, e le organizzazioni interessate avranno 60 giorni di tempo per adeguarsi, pena la chiusura delle attività.

Questa misura mira a colmare un grave vuoto nei meccanismi di controllo sulle organizzazioni umanitarie, alcune delle quali hanno contribuito — consapevolmente o inconsapevolmente — al finanziamento del terrorismo a Gaza e in Cisgiordania. L’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, rappresenta l’esempio più emblematico.

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redazione@ilriformista.it

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