Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Il giornalismo è morto quando il suo mondo è andato in fumo".

Giulio Meotti

Il giornalismo in Occidente sta morendo come muoiono i vecchi dei: non perché vengano sconfitti, ma perché il mondo non crede più in loro.
La BBC stava crollando prima del mega scandalo che ha portato alle dimissioni i suoi direttori.
Mentre l’intera sfera progressista si sta impegnando a salvarla, la BBC è entrata nella sua fase terminale e con lei una visione del giornalismo basata su veridicità, talento e neutralità.
Fino a quindici anni fa, la BBC era la quintessenza del Regno Unito: linguaggio raffinato, gentiluomini in giacca e cravatta che discutevano di democrazia, partite di Wimbledon intervallate da partite di cricket, notizie dai paesi del Commonwealth, benevola indulgenza verso la famiglia reale che stava già iniziando a disgregarsi e inquadrature delle campagne nebbiose del Kent, del Somerset e del Norfolk.
Questa immagine idilliaca è crollata, anche se non è chiaro quando, forse dallo scoppio dello scandalo Jimmy Savile nel 2012. Quell’anno, il presentatore di punta del canale, morto pochi mesi prima, fu accusato di centinaia di aggressioni sessuali, anche su minori, sfruttando la sua immensa fama per commettere le peggiori atrocità. La BBC cercò di insabbiare la vicenda e fu poi costretta a riconoscere un “problema culturale” interno.

“I posti di lavoro nel giornalismo stanno diminuendo più rapidamente di quelli nell’estrazione del carbone: dal 2005, gli Stati Uniti hanno perso più di un terzo dei loro giornali e quasi tre quarti dei loro posti di lavoro nel giornalismo” scrive Harper’s che alla fine dei media dedica il numero di novembre.
Devastante anche l’Associated Press:
“Dal 2005, il numero di quotidiani pubblicati negli Stati Uniti è sceso da 7.325 nel 2005 a 4.490 oggi. La diffusione dei quotidiani, che all’inizio del secolo si aggirava in media tra i 50 e i 60 milioni di persone, ora supera di poco i 15 milioni. Si stima che nel 2005 lavorassero nei quotidiani 365.460 persone, mentre ora il numero è sceso a 91.550”.
I giornali italiani sono finiti tutti nel reparto di rianimazione (li tiene appena un po’ in piede il digitale).

Secondo Agcom, si vendono 1,32 milioni di copie al giorno. Erano 1,9 milioni nel 2020. Significa un terzo dei lettori scomparsi in quattro anni. La copia cartacea sta scomparendo. Il digitale? Un miraggio: cresce appena dell’1,7 per cento.
La Repubblica nel 1993 vendeva 675.743 copie al giorno e ancora nel 2008 si attestava su 580.542 copie. Oggi sono 95.000.
Un giornale morto.
La Stampa nei primi anni Duemila era sul mezzo milione. Oggi 57.000.
Nel giro di dieci anni, tutti i maggiori quotidiani venderanno come un bollettino di provincia ricco di notizie su incidenti stradali, cinghiali, runner e calcio locale.
Si legge da Politico:
“Patrick Soon-Shiong, il miliardario editore del Los Angeles Times, ha licenziato il 20 per cento della redazione. Alla rivista Time i miliardari proprietari, Marc e Lynne Benioff, hanno fatto lo stesso con il 15 per cento dei loro redattori. Business Insider ha licenziato l’8 per cento del personale, mentre i lavoratori di Condé Nast, Forbes, del New York Daily News e di altre testate hanno scioperato per protestare contro i tagli imminenti nelle redazioni. Ovunque si guardi – Washington Post, NPR, Vice, Vox, NBC News, Texas Tribune, WNYC, Barstool Sports, solo per citarne alcuni – le aziende hanno licenziato enormi quantità di giornalisti. L’occupazione è diminuita di oltre il 26 per cento dal 2008. Buzzfeed è morta. Anche il settore delle riviste è atrofizzato, con i ricavi delle edicole scesi da 6,8 miliardi di dollari nel 2006 a 1 miliardo nel 2022”.
In Francia, l’ultimo quotidiano gratuito, 20 Minutes, ha interrotto l’edizione cartacea e licenziato un terzo della forza lavoro digitale.
Nel Regno Unito, il London Evening Standard ha stampato il suo ultimo numero, prima di passare a edizioni esclusivamente settimanali. Lanciato nel 1827, il quotidiano è diventato gratuito nel 2009. La tiratura giornaliera del quotidiano britannico era scesa da 850.000 a 275.000 copie negli ultimi cinque anni.
The Atlantic evoca una “estinzione”.

Dal 2005 al 2021, 2.200 giornali americani hanno chiuso. Dal 2008 al 2020, il numero di giornalisti dei quotidiani è diminuito di oltre la metà. Il Washington Post manda via i giornalisti. Lo Star-Ledger, il quotidiano storico del New Jersey, a febbraio ha pubblicato la sua edizione cartacea, come l’Atlanta Journal-Constitution. Il giornalismo manda via 1.000 dipendenti al mese.
In America non c’è più un solo giornale che venda mezzo milione di copie al giorno (niente, in un paese di 330 milioni).

Dal 1990 al 2008, il 25 percento dei posti di lavoro nei giornali sono scomparsi.
E fino a un terzo di tutta la forza lavoro globale nel giornalismo scomparirà entro il 2030.
La crisi del giornale fondato da Jean-Paul Sartre, Libération, è inarrestabile. La gauche ha ancora potere, ma non ha più lettori.
Alcuni dei maggiori opinionisti americani, da Matt Taibbi a Andrew Sullivan, oggi curano una propria newsletter su Substack. Sono diventati gli editori di se stessi.
La fine del giornalismo in Occidente non è uno schianto né una tragedia improvvisa, ma un’agonia lunga, inesorabile, fatta di tastiere spente, redazioni vuote, sguardi stanchi dietro monitor che non riflettono più la realtà.
E non perché manchino le notizie né a causa dei social o dell’intelligenza artificiale o di Internet, ma perché il mondo a cui apparteneva è già finito e non lo capisce più.
Il giornalismo è prima di tutto demograficamente morto.
Non soltanto per l’età media di chi lavora nelle redazioni (in Italia il 12 per cento dei giornalisti attivi ha più di 60 anni, mentre la stessa quota era pari solo al 2 per cento nel 2000), ma per la mentalità.
È pensato per un mondo ordinato e lineare. Ma il presente corre in direzioni caotiche e simultanee.
Il giornalismo non muore solo di vecchiaia. Muore perché non capisce più il mondo che pretende di raccontare. Non lo ha voluto capire, direi dall’11 settembre in avanti.
Il giornalismo è culturalmente cieco. È nato in un contesto di modernità occidentale, centrato sull’idea che ci fosse una realtà oggettiva da scoprire, una gerarchia di notizie e una distinzione netta tra fatti e opinioni. Ora viviamo in un’epoca in cui queste categorie sono evaporate. Non esistono più “i fatti”, ma narrazioni concorrenti, costruite, manipolate, algoritmicamente selezionate.
E quando il lettore scompare, i media riattivano la vecchia accusa di “fascista”.
Negli anni ‘50, il KGB e la propaganda sovietica avevano già perfezionato l’uso del vocabolario politico come arma psicologica. Il termine “fascista” fu allora utilizzato per raggruppare tutti coloro che rifiutavano il dominio ideologico del campo socialista, fossero essi liberali, conservatori, democristiani o socialdemocratici non allineati. Questo metodo straordinariamente efficace permetteva di attribuire all’avversario una posizione morale illegittima, ancor prima che le argomentazioni fossero discusse.
Come nella vignetta del giornale beitannico Private Eye: un candidato laburista che si avvicina a due elettori della classe operaia e chiede loro: “Perché voi fascisti razzisti non votate laburista?”.

Gli eredi del progressismo che dominano ancora il giornalismo, paradossali alleati dell’Islam politico, hanno adottato questo lessico per relegare nell’oscurità ideologica tutto ciò che si oppone alla loro visione di un mondo senza confini, senza identità, senza radici.
Il crollo del giornalismo è coinciso con l’opinione pubblica occidentale che si è spostata a destra.
Il discorso ora sull’“estrema destra” di questa logocrazia che domina i media non è più una descrizione politica, ma un’ingiunzione morale, uno strumento per controllare il linguaggio e le emozioni. Non è una battaglia di idee, ma un meccanismo di controllo delle rappresentazioni collettive. L’alternativa sarebbe un esame di coscienza dei media che sarebbe troppo intellettualmente onesto.
Prendiamo la parola “controverso”: lungi dal descrivere affermazioni controverse, ora serve solo a condannare le osservazioni di un certo tipo di persone.
Il giornalista scampato al crollo agisce dunque come un propagandista per far accettare all’opinione pubblica uno sviluppo presentato come inevitabile dai suoi sostenitori e che lui stesso è convinto sia effettivamente inevitabile ma che il mondo non segue più.
Prendiamo tutti e tre i punti critici del dossier che sta affondando la BBC – Trump, Gaza e l’ideologia di genere.
Trump è un caso da manuale: autocrate o eroe, a seconda di chi parla.
Lo stesso vale per Gaza, che – a seconda della visione del mondo – è una ritorsione sproporzionata per un atto di terrorismo di massa giustificato dal colonialismo oppure una democrazia occidentale che si difende da un nemico islamista spietato che usa la popolazione come scudo umano. Ancora una volta, è impossibile che entrambe le cose siano vere. La questione trans ha la stessa caratteristica: o il sesso di una persona è determinato da ciò che è dalla nascita o è determinato da ciò che dice di essere. Non possono essere entrambe vere.
I filosofi post-strutturalisti avevano quindi ragione nel ritenere che la “verità” fosse in una certa misura un effetto del potere. Ovvero: quando non si ha un unico potente arbitro della “narrazione”, ciò che si ottiene potrebbe non essere necessariamente più verità. Si potrebbe semplicemente ottenere una Babele di narrazioni concorrenti.
Ora viene fuori che la disinformazione palestinese su Gaza a cui si sono abbeverati tutti i giornali e tv mainstream per due anni non era che questo: disinformazione foraggiata da regimi stranieri.
Finti account giornalistici con milioni di followers hanno inondato la rete di notizia false per anni, tutti registrati e operanti a migliaia di chilometri da Gaza: Iran, Qatar, Turchia, Yemen, Svezia (che è una specie di Yemen)…
Il giornalismo tradizionale è diventato un sistema autoreferenziale. Si legge da solo, si commenta da solo, si premia da solo. Le firme parlano alle firme, le testate competono per gli stessi segmenti di pubblico — piccoli, vecchissimi, istruiti e in via d’estinzione (nessun under 40 legge oggi i giornali e Niall Ferguson sul Times parla della fine della lettura e della regressione alla “barbarie”).
È una lotta tra fantasmi che si contendono l’attenzione di un pubblico che ormai vive altrove. Il problema è che questo piccolo e chiuso mondo mediatico in declino pretende di parlare al mondo intero.
Il giornalismo continua a proclamarsi “necessario alla democrazia”, ma è come un prete che celebra la messa davanti a una chiesa vuota e pronta a essere messa sul mercato. E le democrazie stanno mutando: liquide ed emotive, in cui il giornalismo non è più un faro, ma un eco lontano.
Il giornalismo aveva una missione: dare senso al caos. Ma il caos è diventato la forma naturale del mondo. Non si può ordinare ciò che per natura è disordinato.
Parlano ancora di “fiducia”, “credibilità” e “servizio pubblico”. Ma nessuno li ascolta più. I lettori vivono altrove, nei territori instabili dove tutto accade e scompare nello stesso istante. La stessa espressione “fake news” è una tattica intimidatoria usata per spingerci, attraverso la paura, verso i media mainstream in declino.
Il loro linguaggio appartiene a un mondo che credeva nella linearità del tempo, nella possibilità di raccontare i fatti e nell’esistenza di un “pubblico”. Ma il pubblico è scomparso, evaporato in una nuvola di avatar, profili e identità liquide. Batya Ungar-Sargon, editor di Newsweek, parla di “strangolamento woke” del giornalismo occidentale.
Quando l’unica preoccupazione dei giornalisti è il rinnovo dei contratti a tempo determinato inevitabilmente si ritrovano a proporre una narrazione preconfezionata, usando le parole dei colleghi, un vocabolario limitato e un pregiudizio ideologico.
Il giornalismo non verrà sostituito da qualcosa di migliore, ma da una costellazione di influencer, creator, micro-comunità, sette digitali e algoritmi. Nessuno di loro farà giornalismo, ma tutti faranno informazione. E se tutto è informazione, nulla lo sarà più.
E i media si trovano ora al centro di un sistema che non può che crollare sotto i colpi di ciò che ha prodotto: idioti radicalizzati.
La newsletter di Giulio Meotti è uno spazio vivo curato ogni giorno da un giornalista che, in solitaria, prova a raccontarci cosa sia diventato e dove stia andando il nostro Occidente. Uno spazio unico dove tenere in allenamento lo spirito critico e garantire diritto di cittadinanza a informazioni “vietate” ai lettori italiani (per codardia e paura editoriale).
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