Chi sta affamando davvero Gaza Video di Naftali Bennett a cura di Giorgio Pavoncello
Chi sta affamando Gaza? Gli aiuti alimentari da Israele alla popolazione della Striscia sono aumentati ormai del 40% rispetto al periodo pre-bellico. Eppure continuiamo a vedere scene di persone affamate che si accalcano per accaparrarsi il cibo. La realtà è che Hamas usa gli aiuti alimentari come strumento per assoggettare la popolazione. Un video dell'ex premier Naftali Bennett (tradotto con intelligenza artificiale) pieno di dati e prove, ve lo dimostra.
I pro-Hamas devastano La Stampa (e ci vuol tutta!) Cronaca di Aldo Torchiaro
Testata: Il Riformista Data: 29 novembre 2025 Pagina: 5 Autore: Aldo Torchiaro Titolo: «I pro-Hamas devastano La Stampa. Ecco il volto dell’Information war»
Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 29/11/2025, a pagina 5, la cronaca di Aldo Torchiaro dal titolo "I pro-Hamas devastano La Stampa. Ecco il volto dell’Information war".
Aldo Torchiaro
La Stampa entra in sciopero e i pro-Pal devastano la sede della sua redazione. Scritte sui muri, scrivanie rovesciate, danni ai materiali. Tutto perché, secondo i pro-Pal, La Stampa è "sionista" e "per il genocidio". Non sono bastati gli editoriali di Anna Foa contro Israele, le interviste impossibili di Rula Jebreal sul genocidio e servizi di cronaca tutti sempre unidirezionali, contro Israele. No, non sono bastati. Nel mondo pro-Pal c'è sempre qualcuno più puro che ti epura e ti devasta la sede. Solidarietà ai giornalisti che hanno subito un atto vandalico contro la libertà di stampa. E che sia una lezione per tutti i colleghi: a lisciare il pelo a certo pubblico non si ottiene nulla, se non alimentare i suoi peggiori istinti.
Il rapporto tra giornalisti e Israele non è mai stato tanto complesso e contrastato come oggi. Nella giornata che la Fnsi ha dedicato allo sciopero della categoria – dopo due anni imperniati più su Gaza e Hamas che sulle esigenze dei giornalisti – una riflessione si impone, anche alla luce della cronaca più recente. A Torino, approfittando della redazione svuotata dallo sciopero, un gruppo di pro-Hamas si è introdotto negli uffici del quotidiano La Stampa, devastandoli: decine di scrivanie rovesciate, schermi rotti, documenti distrutti. Sui muri, scritte inneggianti all’imam espulso e proteste contro chi scrive, considerato nemico da chi non ammette altra informazione al di fuori del megafono dei miliziani islamici. “Episodio gravissimo e pericoloso”, ha denunciato online una delle firme del quotidiano torinese, Jacopo Iacoboni.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiamato il direttore Andrea Malaguti per esprimergli solidarietà e sottolineare il proprio sconcerto. Resta però un altro fatto, ben noto a chi si occupa di information war e che in questi due anni – dalla guerra di Hamas del 7 ottobre a oggi – ha osservato l’insano rapporto di frequentazione, commistione e ammiccamento che una parte dell’informazione italiana ha intrattenuto con gli estremisti islamici. Con coloro che parlano arabo e, per molti versi in modo ancora più insidioso, con coloro che parlano italiano nelle varie declinazioni regionali e infestano – con la kefiah al collo e le bombe carta in mano – cortei e occupazioni da Torino a Napoli, da Milano a Roma, da Palermo a Bologna. Qualche testata ha pensato di poter nutrire la bestia, magari per trarne un vantaggio in termini di popolarità o copie vendute: colpevoli illusioni, errori strategici. Il patto col diavolo non paga mai, come mostra il raid dei cinquanta antagonisti torinesi, ingrati verso chi ha ceduto a una certa narrativa tutto ciò che era cedibile.
Le istituzioni e gli apparati di sicurezza sembrano faticare a comprendere un fenomeno che, per molti aspetti, appare fuori controllo. Come negli anni bui in cui si esitò ad analizzare le dinamiche della lotta armata, oggi si evita di usare toni allarmati, sperando che ciò di cui non si parla finisca per non esistere. Come se le crescenti violenze antisemite, anti-israeliane e antisioniste, la radicalizzazione e l’odio che assume forme sempre più inquietanti potessero essere disinnescati semplicemente ignorandoli. Proprio ieri se ne è occupato, con un ampio servizio, il Jerusalem Post nel suo supplemento internazionale: “L’Information war in corso in molti Paesi europei contro Israele è la guerra che non possiamo permetterci di perdere”, scrive Seth I. Frantzman.
Per contrastarla, una quindicina di giornalisti italiani è stata impegnata in Israele in una settimana di inchieste, interviste, visite istituzionali e sopralluoghi nei luoghi più drammatici dell’attacco del 7 ottobre. Dal 23 al 28 novembre, il gruppo ha incontrato una ventina di interlocutori: Knesset, Ministero degli Esteri, Ong, forze politiche, analisti geostrategici e militari, ufficiali dell’IDF in posizioni di comando, kibbutzim dal Nord al Sud del Paese, associazioni per i diritti delle donne, testimoni del 7 ottobre – tra cui la sopravvissuta Mazal Tazazo – e perfino una fonte autorevole dell’intelligence israeliana. Il Riformista, coinvolto in ogni fase del press tour, ha così potuto osservare da vicino la maturazione di una nuova sensibilità tra i giornalisti, che hanno verificato sul campo quanto spesso la rappresentazione della realtà israeliana nei media italiani sia risultata distorta.
Tra gli incontri più toccanti, quello nel piccolo centro di Majdal Shams con i genitori della piccola Alma, uccisa a undici anni da uno degli oltre cinquemila missili lanciati da Hezbollah dal Sud del Libano verso obiettivi civili in Israele. Una notizia che molte testate italiane avevano scelto di trattare poco o nulla. Di fronte alla fierezza dei genitori di Alma non esistono censure, né auto-censure, che tengano. E d’altronde non servono più a nessuno le indulgenze verso i terroristi.
Per quindici giornalisti che sviluppano una competenza nuova grazie alla profondità di un press tour efficace, ce ne sono molti altri che continuano a confidare nei presunti vantaggi del fiancheggiamento. A loro, che non hanno visto i fori dei proiettili né le ossa bruciate da Hamas come le abbiamo viste noi, suggeriremmo una visita di approfondimento: se non in Israele, almeno nei locali devastati della redazione de La Stampa.
Per inviare la propria opinione al Riformista, cliccare sulla e-mail sottostante.