Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
West Bank, un’altra Gaza? Analisi di Iuri Maria Prado
Testata: Il Riformista Data: 14 novembre 2025 Pagina: 3 Autore: Iuri Maria Prado Titolo: «West Bank nuova miccia, un’altra Gaza? Pace a rischio, va scongiurata una nuova escalation»
Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 14/11/2025, a pagina 3, il commento di Iuri Maria Prado dal titolo "West Bank nuova miccia, un’altra Gaza? Pace a rischio, va scongiurata una nuova escalation".
Iuri Maria Prado
Le violenze dei "coloni" contro i palestinesi e le loro proprietà vanni giustamente punite. Ma non si deve dimenticare che sono il sintomo di un problema più grave: in Giudea e Samaria i palestinesi (tutti) vogliono creare uno Stato completamente Judenfrei, senza ebrei. E sono settecentomila gli ebrei che vorrebbero cacciare, con le cattive o con le cattivissime maniere.
Le violenze registrate negli ultimi giorni in Giudea e Samaria (la cosiddetta Cisgiordania) rappresentano il dato più appariscente, ma in realtà meno grave, di una generalizzata situazione di instabilità. Gli attacchi che minoranze ebraiche conducono contro abitanti e proprietà palestinesi – e, come è accaduto nei giorni scorsi, contro gli stessi soldati israeliani – non sono imprevedibili turbative che alterano una condizione di sicurezza accettabile: sono conati di incendio in un territorio sociale infiammabilissimo.
Le sconsiderate aggressioni di cui quei cosiddetti coloni si rendono intollerabilmente colpevoli – l’altra notte persino con l’incendio di una moschea – sono il frutto malato di una gestione catastroficamente inadeguata della West Bank. Ma ritenere che si tratti soltanto della responsabilità di Israele che si volta dall’altra parte, addirittura con compiacenza e assicurando immancabilmente garanzie di impunità per quelle incursioni, è semplicemente sbagliato. La realtà è che quel fazzoletto di terre disputate avrà sempre la forma e presenterà sempre i pericoli di una costellazione bubbonica finché non vi sarà iniettato un duplice principio, finora rifiutato: e cioè che non può aversi coesistenza né se una qualsiasi presenza ebraica laggiù è vista come inammissibile contaminazione, né se la componente palestinese continua a concepire il proprio diritto di autodeterminazione come diritto di contestare e mettere in pericolo l’esistenza del dirimpettaio.
Cessate, come debbono cessare, e impedite e represse, come è doveroso che sia, le violenze di quelle minoranze ebraiche, la cosiddetta Cisgiordania non diventerebbe – come vogliono gli ipocriti vagheggiamenti delle Nazioni Unite – il laboratorio di uno sviluppo sociale, civile e democratico capace di impiantare un pacifico Stato confinante. Al contrario – come sa chiunque non legga la situazione con lenti illusorie – quel pezzo di terra resterebbe il latifondo delle ambizioni rivendicative di una società, e soprattutto di dirigenze locali, che non hanno affatto rinunciato all’idea di essere finalmente libere di attaccare Israele e, nell’immediato, di fare piazza pulita di ogni ebreo lì residente.
Per costringere lo Stato ebraico, per così dire, a mollare la presa, bisogna dimostrargli che la fine della cosiddetta occupazione abbia un senso e non sia la premessa per la ricostituzione – moltiplicata – di un’altra Gaza. Ma se il presupposto è che la presenza ebraica in Giudea e Samaria costituisca in sé un impedimento alla pace, e che dunque si tratti di garantire l’esistenza di una Giudea judenfrei; se il presupposto è che settecentomila ebrei che vivono lì sono tutti criminali, e devono tutti essere cacciati via; se l’idea è che in West Bank non c’è sviluppo per colpa di Israele che ruba le risorse ai “nativi”, e che tutto sarebbe in lieta armonia se i palestinesi potessero continuare a ricevere sussidi da distribuire alle famiglie dei terroristi, ecco, se le premesse sono queste è a dir poco difficile che Israele possa essere indotto ad abbassare la guardia.
Tutto questo, come si capisce, descrive un problema di approccio che rende addirittura impossibile affrontare come si deve una crisi dovuta a cause ben eccedenti “la violenza dei coloni”, pur certamente inammissibile e priva di qualsiasi giustificazione. Si dice e si teme (lo ha detto il Segretario di Stato USA, Marco Rubio) che il virulentarsi della situazione in Cisgiordania potrebbe mettere a rischio il percorso verso una soluzione della guerra di Gaza. È verissimo, ma è un pericolo che non si allontana se si lascia che la West Bank rimanga il promontorio – anche più incombente – della persistente pretesa aggressiva di una società radicalizzata.
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