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Rassegna Stampa
11.09.2003 Vittime e Carnefici
sullo stesso piano per De Giovannangeli

Testata:
Autore: Umberto De Giovannangeli
Titolo: «Israele colpisce Hamas, sangue a Gaza»
Tutta una pagina viene concessa alla tragedia del Medio Oriente.
Una pagina che De Giovannangeli utilizza facendo dell’equidistanza la parola d’ordine.
Ci sono due foto, l’una accanto all’altra: una ritrae la disperazione di chi affolla il funerale di una delle vittime, l’altra mostra il cadavere di un terrorista appena estratto dalle macerie, in seguito all’attacco da parte israeliana del quartiere generale di un feroce capo di Hamas (uno di quelli che hanno rivendicato gli ultimi due attentati, per intenderci).
Eppure, a guardare le foto, non sembra che comunichino la stessa realtà. Non paiono comparabili.
L’intero articolo è il fine lavoro di un acrobata che tenta di stare in equilibrio tra la sofferenza dell’uno e la disperazione dell’altro ma alla fine l’unica cosa che lascia ad un lettore non narcotizzato è un profondo vuoto.
La sofferenza umana è ugualmente dolorosa e forse, seguendo l’etica cristiana che De Giovannangeli propugna, davanti agli occhi di Dio non c’è differenza tra il cadavere di un giovane "militante" di Hamas, stroncato da un raid aereo e quello di una giovane di 20 anni che si sarebbe sposata esattamente il giorno dopo l’attentato (Nava Appelbaum)... eppure bisognerebbe avere il coraggio di dire che no, non sono la stessa cosa.
Il coraggio di dire che questa equidistanza è solo una forma più infida di odio verso lo stato di Israele e gli ebrei.
C’è differenza tra chi coscientemente decide di militare in un’organizzazione terroristica che propugna (non solo a parole) la distruzione di un altro stato, di un altro popolo ed una ragazzina che va ad un caffè con il padre, il giorno prima delle sue nozze.
Sembra una cosa così ovvia eppure non lo è.
L’unica cosa ovvia è che la vita di un terrorista è parificata a quella di un inerme civile, per il semplice fatto che quest’ultimo è israeliano, è ebreo.
L’equidistanza...

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