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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Riformista Rassegna Stampa
28.10.2025 Forze di pace a Gaza? La Giordania si sfila
Analisi di Iuri Maria Prado

Testata: Il Riformista
Data: 28 ottobre 2025
Pagina: 7
Autore: Iuri Maria Prado
Titolo: «Forze di pace a Gaza? Il re di Giordania dice no»

Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 28/10/2025, a pagina 7, il commento di Iuri Maria Prado dal titolo "Forze di pace a Gaza? Il re di Giordania dice no".


Iuri Maria Prado

Re Abdullah II di Giordania non manderà truppe per il mantenimento dell'ordine nella Striscia di Gaza. Il lavoro sporco, per eliminare Hamas, lo dovrà fare ancora Israele.

È significativa per molti aspetti l’intervista resa alla BBC, l’altro giorno, dal re di Giordania. Ma una dichiarazione del sovrano hashemita, in particolare, merita attenzione.

Quando l’intervistatore gli domanda se la Giordania - uno Stato palestinese “di fatto”, per collocazione geografica e preponderanza demografica - parteciperebbe all’invio di truppe a Gaza per il mantenimento della sicurezza e della pace, il re risponde “no”. E lo giustifica spiegando che la Giordania è politicamente troppo coinvolta per rendersi responsabile di un simile intervento.

Tutt’altro che sprovveduto, e anzi notoriamente abilissimo, Abdullah II di Giordania ha voluto giustificare la sua posizione argomentando che ad oggi non si tratterebbe di “mantenere” la pace nella Striscia, ma di imporla, e sarebbe dunque un compito in cui nessun Paese, e tantomeno il suo, si farebbe coinvolgere.

L’intervistatore non gli ha domandato che cosa impedisce, oggi, di immaginare una funzione di peacekeeping a Gaza, e in effetti era superfluo perché una duplice risposta sarebbe già stata nella domanda: vale a dire, per un verso, che non si può mantenere una pace che non c’è e che, per altro verso, imporre la pace significa contrastare chi la contrasta, cioè Hamas.

Questa verità semplicissima non incalza solo le parole non dette dal monarca giordano: incombe ineluttabilmente sulla responsabilità di tutti gli attori mediorientali, oltre che su quella di ogni Paese con pretesa di aver voce in capitolo nella soluzione della crisi.

Nel giro di pochi giorni si è fatto platealmente chiaro quanto solo un cieco poteva non vedere quando Donald Trump annunciava trionfalmente il raggiungimento dell’accordo: e cioè che, nei fatti e a prescindere dalle ambizioni, era in realtà un accordo per il rilascio degli ostaggi, niente più.

Uno sviluppo tutt’altro che trascurabile - attenzione - ma ben lontano dall’assicurare l’esautoramento di Hamas, un obiettivo affidato a più o meno fondate speranze e, tutt’al più, a un lavoro tutto ancora da realizzare non si sa come, non si sa quando, non si sa da chi.

È del tutto verosimile che Israele si costringerà, dovendo farlo, a finire quel lavoro. In una situazione in cui i Paesi arabi, pur potendo contribuirvi, avranno un’altra volta deciso di astenersene.

Erano una delega implicita le parole dette, e soprattutto quelle non dette, dal re di Giordania.

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redazione@ilriformista.it

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