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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Riformista Rassegna Stampa
26.10.2025 Parla Georges Bensoussan: in Europa è scontro di civiltà tra lumi e Jihad
Intervista di Aldo Torchiaro

Testata: Il Riformista
Data: 26 ottobre 2025
Pagina: 4
Autore: Aldo Torchiaro
Titolo: «Lo storico Bensoussan: 'Guerra a Gaza può riprendere in qualsiasi momento, una massa di popolazione favorevole a Israele è resa muta dalla casta mediatico-intellettuale'»

Riprendiamo dal RIFORMISTA del 23/10/2025, a pagina 4, l'intervista di Aldo Torchiaro dal titolo "Lo storico Bensoussan: 'Guerra a Gaza può riprendere in qualsiasi momento, una massa di popolazione favorevole a Israele è resa muta dalla casta mediatico-intellettuale'".

File:Aldo Torchiaro.png - Wikipedia
Aldo Torchiaro

Georges Bensoussan, storico specializzato nella storia di Israele e della Shoah. 

Incontriamo il professor Georges Bensoussan, storico francese specializzato nella storia di Israele e della Shoah, mentre sta rivedendo il suo ultimo libro: una Storia del sionismo che uscirà nelle librerie francesi a gennaio.

La tregua Israele–Hamas può reggere nel tempo? Quali condizioni la renderebbero sostenibile?
«Non parlerei di pace, ma di tregua: ce ne sono state molte e ce ne saranno altre. Hamas, movimento messianico ed escatologico, non accetterà mai di disarmare né di rinunciare ai tunnel; siamo al limite di ciò che una tregua può offrire e la guerra può riprendere in qualsiasi momento, perché Hamas non conosce il compromesso e spinge la sua logica fino in fondo».

È ottimista sul conflitto nel suo complesso? Esiste un’uscita?
«È un conflitto senza esito. Non si tratta dello scontro tra due movimenti nazionali, ma tra una visione islamista del mondo e uno Stato-nazione, Israele, direttamente figlio dell’Europa delle Lumi; è un confronto tra la ragione occidentale e il jihadismo, e non vedo una pace nemmeno a medio termine: vedo una successione di tregue».

Dunque parla di uno scontro di civiltà vero e proprio?…
«Sì, è uno scontro di civiltà. L’errore di parte dell’intellighenzia occidentale è applicare schemi occidentali a un conflitto che non lo è. Non Francia contro Germania, ma due visioni del mondo: ragione dei Lumi contro jihadismo. Siamo alla presenza di un jihad, e non va dimenticato».

Questo “jihad” si sta propagando anche in Europa?
«Sì, perché cinquant’anni d’immigrazione hanno portato in Europa una popolazione musulmana che non ha abbandonato i propri schemi di pensiero; e meno li abbandona quanto più cresce numericamente. Una minoranza piccola tende a integrarsi; una molto grande fa blocco e impone i propri codici. È il caso di Francia e Belgio, più che dell’Italia, anche perché lì la popolazione musulmana è la più numerosa d’Europa».

L’Europa è davvero così ostile a Israele come spesso si dice?
«Non si può globalizzare l’Europa. Ungheria, Polonia, Italia e in parte la Germania hanno governi complessivamente pro-israeliani; Irlanda, Spagna e Slovenia sono più ostili; Francia e Regno Unito stanno nel mezzo. E poi va distinta la “casta” mediatico-intellettuale, spesso anti-israeliana, da una massa di popolazione più favorevole a Israele perché percepisce di avere il medesimo nemico: il jihadismo. Ma questa maggioranza è resa muta dal sistema mediatico».

Le élite europee agiscono talvolta come “agenti d’influenza”? Con quale ruolo dei petrostati del Golfo?
«In parte sì, per ragioni ideologiche, politiche e anche finanziarie. Il ruolo del Qatar è stato enorme: ha “comprato” individui e società. A Parigi, ad esempio, una parte dell’avenue des Champs-Élysées è di proprietà saudita e qatariota; una dinamica visibile anche a Londra».

Nuova aliyah dall’Europa: c’è un’onda duratura?
«È in corso un movimento modesto. La Francia, con circa 450.000 ebrei, registra da due-tre anni un’aliyah annua che non supera le 3.000 persone: poco. Molti lasciano la Francia verso Stati Uniti, Canada, talvolta Portogallo o Australia: non necessariamente verso Israele, anche per considerazioni di sicurezza e opportunità economiche».

Che cosa dovrebbero fare oggi UE e Stati Uniti per consolidare la sicurezza dei propri cittadini di fronte alla minaccia islamista?
«Finché i governi europei non avranno il coraggio di dire che l’islam jihadista ha dichiarato loro guerra, questa guerra è persa in partenza. Non mancano armi o denaro: manca il coraggio politico di nominare il nemico e affrontarlo».

Lei, a memoria di storico, ricorda una ondata di antisemitismo simile a quella di oggi?
«L’ampiezza odierna è nuova. Nel 1982 ci fu una forte ondata d’odio, con l’accusa—già allora—di “genocidio” a Israele; si è dimenticato che i massacri di Sabra e Shatila furono perpetrati da milizie cristiane e non dagli israeliani, pur con gravi responsabilità. L’onda attuale dura di più e colpisce più forte anche perché l’immigrazione arabo-musulmana è molto più numerosa in Europa e Nord America rispetto a quarant’anni fa, e perché per un pezzo di élite in crisi la causa palestinese è diventata una nuova religione civile».

Qual è la specificità dell’ecosistema digitale in questa crisi? I social amplificano la “guerra cognitiva”?
«Quarant’anni fa i social non esistevano; oggi sono più influenti dei media tradizionali e fungono da cassa di risonanza straordinaria dell’odio, moltiplicato dall’anonimato. Forse la quantità di odio non è maggiore, ma la sua visibilità e la sua capacità di mobilitazione lo sono certamente».

In definitiva: come se ne esce?
«L’unica via è il coraggio: politico, culturale e civile. Bisogna riconoscere la natura dello scontro e rispondere con gli strumenti necessari. Penso a Pericle: la condizione della libertà è il coraggio. Come l’Inghilterra del 1940, occorre tenere duro: senza quel coraggio, siamo perduti».

 


redazione@ilriformista.it

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