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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Shalom Rassegna Stampa
23.10.2025 Israele, politica italiana e riflessioni globali, parla Daniele Capezzone
Intervista di Michelle Zarfati

Testata: Shalom
Data: 23 ottobre 2025
Pagina: 1
Autore: Michelle Zarfati
Titolo: «Israele, politica italiana e riflessioni globali: 'In Medio Oriente un’opportunità che non c’era da vent’anni'»

Riprendiamo da SHALOM online il commento di Michelle Zarfati dal titolo "Israele, politica italiana e riflessioni globali: 'In Medio Oriente un’opportunità che non c’era da vent’anni'".

Michelle Zarfati - Comunicazioni pubbliche relazioni - Museo Ebraico |  LinkedIn
Michelle Zarfati

Daniele Capezzone ha pubblicato "Trumpisti o Muskisti, comunque 'fascisti'" (Edizioni Piemme)

Daniele Capezzone, giornalista, saggista e politico di lungo corso, è noto per la capacità di leggere i cambiamenti della politica italiana e internazionale con occhi critici e lucidi al contempo. Nel suo ultimo saggio, Trumpisti o Muskisti, comunque “fascisti” (Edizioni Piemme), Capezzone affronta i grandi temi dell’attualità globale, da Trump a Musk, passando per Milei e giungendo in Medio Oriente con Netanyahu, offrendo spunti di riflessione che vanno oltre l’agenda politica italiana. In questa intervista a Shalom l’autore e giornalista approfondisce alcune delle questioni più sensibili del suo saggio, raccontando le coordinate di un mondo in rapido mutamento.

Nelle ultime settimane il conflitto in Medio Oriente è rapidamente cambiato. Potrà realmente funzionare il cosiddetto “Piano Trump”?

Nelle ultime settimane, abbiamo visto parecchi musi lunghi a sinistra. Concedetemi dunque una metafora televisiva per rispondere a questa domanda. Sembra curioso come, se stringiamo l’inquadratura, vediamo una serie di nodi complicatissimi da sciogliere: il disarmo di Hamas, la sicurezza del territorio, i dubbi sulla futura governance. Ma se allarghiamo l’inquadratura, vediamo un’opportunità che non c’era da vent’anni. Io penso che questo sia il momento di guardare alla finestra che si è aperta.

E queste derive “pro palestinesi” che nelle ultime settimane hanno infuocato le piazze? Ora si fermeranno?

Continueranno, e lo testimoniano le agitazioni successive alla firma di Sharm el Sheikh. Occupazioni universitarie, manifestazioni scolastiche che non si capisce bene che obiettivo abbiano, se non continuare a gridare slogan. Molti, in realtà, non erano interessati alla Palestina: era una parola in codice. Altri, in buona fede, si illudono di leggere l’attualità con vecchie categorie. Il piano Trump ha cambiato le coordinate: invece di isolare Israele e Netanyahu, come auspicavano molti in Europa, ha isolato Hamas, coagulando intorno a sé anche la parte maggioritaria del mondo arabo. È un ribaltamento che, tuttavia, in Europa in molti non hanno colto. 22 Paesi, molti dei quali non hanno mai riconosciuto lo Stato d’Israele, tra luglio e agosto hanno sostenuto che Hamas doveva rilasciare gli ostaggi e disarmarsi. Possibile che le cancellerie e i media europei non abbiano saputo dire ciò che la Lega Araba diceva da mesi? L’operazione Trump, congiunta alla pressione militare di Netanyahu, ha prodotto questo risultato.

E il 7 ottobre è stata la scintilla che ha riacceso l’antisemitismo? O è solo un pretesto?

È un impasto di cause. Le condoglianze pure allo Stato ebraico sono durate circa 24-36 ore, già l’8 ottobre la linea era: “Israele non esageri nella rappresaglia”, già in quelle ore si parlava di “risposta sproporzionata”, ancor prima di sapere cosa Israele avrebbe fatto. Poi c’è una verità scomoda: molti si erano abituati a collocare l’antisemitismo nel passato e a destra. Scoprire che oggi esiste anche a sinistra è stato uno shock o un imbarazzo da nascondere.

Il suo ultimo libro (Trumpisti o Muskisti, comunque “fascisti”) mostra come l’etichetta “fascista” venga oggi usata in modo meccanico e in qualsiasi occasione: questo atteggiamento ha effetti sul dibattito democratico?

In copertina ci sono quattro volti — Trump, Netanyahu, Milley, Musk — ma non è un libro pro-Trump. È l’analisi dell’automatismo con cui qualunque destra viene bollata come “fascista” sempre, sia liberale o sociale, tradizionale o tecnologica. Questo rivela infantilismo, e pochezza d’analisi. L’opposizione non costruisce più se stessa ma proietta sull’avversario l’etichetta di fascista. Dunque, apparentemente, questo non serve più a definire l’avversario, ma in realtà serve a definire se stessi. È una coperta di Linus, un modo per darsi un’identità resistenziale. Se non ho argomenti o unità, non entro nel merito: calo il jolly e dico che l’altro è fascista. Così la discussione si chiude.

Abbiamo notato negli ultimi anni che Israele ha forse sacrificato, per poter riportare a casa gli ostaggi e difendersi dal terrorismo, il suo rapporto con la comunicazione. Sarà possibile riabilitarne l’immagine dopo questa guerra?

Ci sono tre livelli di risposta. Netanyahu non ha nemmeno provato a combattere la battaglia dell’immagine, ma forse la sua priorità era semplicemente dimostrare che “mai più” significava davvero “mai più”. Secondo: si dice “ex malo bonum”, anche da un grande male dobbiamo trarre un bene. Questi anni hanno rivelato chi ci circonda: i veri amici, i falsi amici, quelli che si fanno ingannare o che attendono di esserlo. Gli amici delle giornate facili e gli amici delle giornate difficili. Terzo: il compito degli amici di Israele e della libertà è segnalare il vero rischio del nostro tempo che è rappresentato dall’islamismo radicale. Bisogna far capire che per il fondamentalista la Palestina e le capitali europee sono due stadi della stessa partita: vincere là e vincere qua, o perdere là e perdere qua. Bisogna far capire questo anche al cittadino in buona fede. Tuttavia, ponendo le questioni in modo razionale e argomentato troveremo più porte aperte di quanto si immagini. Certo, esiste una “redazione unica”, una macchina mediatica schierata, ma credo che la maggioranza dei cittadini abbia una sensibilità autentica e sia aperta alla comprensione.

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