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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Setteottobre Rassegna Stampa
20.10.2025 Il vizio antico del pacifismo
Commento di Daniele Scalise

Testata: Setteottobre
Data: 20 ottobre 2025
Pagina: 1
Autore: Daniele Scalise
Titolo: «Il vizio antico del pacifismo»

Il vizio antico del pacifismo
Commento di Daniele Scalise su Setteottobre

 
Daniele Scalise

Pacifismo o cinico sostegno degli aggressori? Fin dagli anni '40 il pacifismo è ostaggio di ideologie totalitarie, prima i "partigiani della pace" al servizio dell'Urss, poi i pacifisti contemporanei che si mobilitano selettivamente, non hanno nulla da dire quando ad uccidere sono estremisti islamici, ma scendono in piazza quando gli Usa o Israele rispondono con le armi. E' giusto difendersi, però: la pace non è mai sinonimo di resa.

C’è un equivoco antico che quasi nessuno ha avuto il coraggio di sciogliere: il “pacifista” non è chi rifiuta la guerra, ma chi pretende di disarmare solo la parte giusta. A parole il pacifista – mortificante caricatura di Gandhi – odia tutte le armi; in pratica odia solo quelle di chi resiste. Lo si riconosce da lontano: condanna il missile che parte da Israele, non quello che piove su Israele; deplora l’esercito che difende, non quello che invade. È un vizio morale travestito da superiorità etica.

Il pacifismo del dopoguerra nacque già compromesso: non come moto universale dell’umanità ferita, ma come lucido espediente della propaganda sovietica. Negli anni Cinquanta i partiti comunisti europei crearono il “Movimento mondiale dei partigiani della pace”: un nome nobile per un’operazione cinica. In nome della “pace” si difendeva ogni dittatura socialista, si giustificava ogni occupazione, si silenziava ogni dissidente. L’Unione Sovietica invadeva l’Ungheria e la Cecoslovacchia, e i “partigiani della pace” firmavano appelli contro la “provocazione imperialista”.

Da allora la parola “pace” è rimasta impigliata in quella trappola semantica: come se fosse un assoluto, una fede cieca, e non un obiettivo che talvolta richiede la forza per essere protetto. In nome della pace si è chiesto a popoli liberi di non reagire, di non difendersi, di non disturbare l’aggressore. Un pacifismo di comodo, tutto prediche e nessuna responsabilità, che trasforma la capitolazione in virtù e la difesa in colpa.

Certo, esistono uomini e donne che davvero non vogliono più guerre, che sognano un mondo in cui il coraggio non sia misurato in fucili. Ma accanto a loro si muove la folla degli ingenui e degli ipocriti: quelli che confondono la pace con la quiete, la giustizia con il silenzio. Gli stessi che, se fossero vissuti nel 1940, avrebbero invitato gli inglesi a “negoziare” con Hitler in nome dell’umanità.

E allora la domanda resta: se aggrediti, si ha diritto a difendersi? Oppure la pace vale solo finché il nemico è lontano e la violenza la fanno gli altri? Forse è tempo di restituire dignità alla parola “difesa”, di smettere di vergognarsi della forza quando serve a proteggere la libertà. Perché la pace, quella vera, non è mai stata figlia della resa.


info@setteottobre.com

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