Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Ostaggi di Hamas Intervista di Giulio Meotti a Waleed al Husseini
Testata: Il Foglio Data: 15 ottobre 2025 Pagina: 1/I Autore: Giulio Meotti Titolo: «Ostaggi di Hamas»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 14/10/2025, a pagina 1/I, l'intervista di Giulio Meotti a Waleed al Husseini, dal titolo: "Ostaggi di Hamas".
Giulio Meotti
Waleed al Husseini, dissidente palestinese in esilio
“Una parte significativa della popolazione palestinese anela alla sicurezza, alla dignità e alla possibilità di vivere normalmente, richieste che non possono essere soddisfatte attraverso la mera retorica o il mantenimento delle attuali strutture politiche”. Parla così al Foglio Waleed al Husseini, che ha trascorso dieci mesi in una prigione palestinese per “blasfemia”. “Bruciatelo vivo!”, urlavano i commentatori di Ramallah e Gaza. Un palestinese perseguitato per le proprie idee non sotto Hamas, ma sotto il potere statale in Cisgiordania. Quello “moderato” di Abu Mazen. Questo blogger viveva a Qalqilya, in Cisgiordania. E’ stato arrestato mentre si trovava in un internet café della sua città. L’“apostata” che si prende gioco dell’islam.
Da allora, al Husseini è andato a vivere in Francia dopo una mobilitazione che gli ha salvato la vita. Questa è la prima volta che parla dopo il massacro terroristico del 7 ottobre. “Sono rimasto in silenzio perché la mia famiglia è ancora in Cisgiordania e, in questo clima di totale insicurezza, ogni mia parola avrebbe potuto mettere in pericolo la loro vita. Il pericolo per loro non proviene solo da Hamas: anche l’Autorità palestinese costituisce una vera e propria fonte di minaccia, con il suo autoritarismo e la sua logica di tutela degli interessi privati”.
Husseini non crede che Hamas lascerà il potere a Gaza. “Non di sua spontanea volontà. Nonostante l’indebolimento militare e l’assassinio di molti suoi leader, la base popolare del movimento non è del tutto scomparsa. A Gaza, Hamas ha formato un’intera generazione e costruito una rete di istituzioni che credono ancora nel suo progetto e nella sua legittimità. Lo scenario di una partenza immediata e ordinata di Hamas è irrealistico. Anche dopo considerevoli perdite umane e materiali, il movimento mantiene una solida struttura istituzionale e di sicurezza, ancorata a un complesso contesto locale e regionale. I sondaggi indicano che il suo sostegno rimane più forte a Gaza che in Cisgiordania, sebbene abbia recentemente subìto oscillazioni, in particolare a causa del deterioramento della situazione umanitaria e delle pressioni politiche”.
Il 7 ottobre va inserito nella prospettiva del jihad. “La scelta di Hamas di chiamare la sua operazione ‘diluvio di al Aqsa’ dimostra chiaramente la dimensione religiosa del 7 ottobre. Usando il nome al Aqsa, il movimento cerca di attivare la carica emotiva del sacro nella coscienza musulmana. Per loro, si tratta di jihad, nel senso religioso del termine: un dovere individuale, un fard ‘ayn, che i militanti compiono in nome della comunità musulmana per ‘liberare’ Gerusalemme. Ma deve essere chiaro: questa idea di jihad non è un concetto spirituale o simbolico, è una nozione guerriera, radicata nella tradizione islamica e utilizzata per secoli per giustificare la violenza in nome della fede. Hamas sta semplicemente ripetendo questa narrazione letterale, aggiungendo una dimensione politica moderna. Il risultato è una giustificazione religiosa per un atto di guerra, dove la religione non eleva l’uomo, ma serve a santificare la morte e lo scontro”.
Noi occidentali pensiamo ai palestinesi come un monolite. “Ciò che molti occidentali continuano a ignorare è la complessità interna del mondo palestinese: non può essere ridotto a un’unica autorità o a un’unica narrazione politica. Una parte significativa della popolazione anela soprattutto alla sicurezza, alla dignità e alla possibilità di vivere normalmente, richieste che non possono essere soddisfatte attraverso la mera retorica o il mantenimento delle attuali strutture politiche. Dobbiamo anche riconoscere un’altra realtà, spesso trascurata: l’incapacità delle élite, compresi settori dell’Autorità nazionale palestinese, di soddisfare le aspettative quotidiane della popolazione. Per alcuni osservatori – e per me – questo legittima la ricerca di soluzioni transitorie alternative, a condizione che rispettino i diritti fondamentali e vietino qualsiasi forma di sfollamento forzato. Finché l’analisi occidentale si limiterà a schemi geopolitici senza tenere conto delle dinamiche sociali e morali, rimarrà parziale”.
Non aiutano le flotille. “Credo che persino gli organizzatori sapessero che non avrebbero mai raggiunto Gaza. Non voglio accusarli, ma è chiaro che cercavano principalmente di riconquistare la ribalta. Dire che volevano ‘attirare l’attenzione su Gaza’ è inutile, visto che tutto il mondo ne stava già parlando. In altre parole, sono salpati principalmente per cavalcare l’onda dell’interesse”.
L’Europa e l’appeasement Islam radicale e islamizzazione costituiscono un ostacolo immenso. “L’islam radicale è un ostacolo importante per i palestinesi che aspirano a vivere con dignità. Troppo spesso si trovano costretti a sottomettersi a slogan religiosi e discorsi ideologici, invece di poter esercitare liberamente i propri pensieri e le proprie scelte. La mobilitazione costante, che si tratti di moschee, media o televisione, trasforma la vita quotidiana in un’arena di propaganda, limitando l’autonomia personale. Questi meccanismi non liberano la popolazione; al contrario, mantengono una dipendenza ideologica che impedisce loro di costruire un’esistenza veramente dignitosa e autonoma”.
Husseini non è molto ottimista. “Se la situazione rimane così com’è, una nuova guerra è probabile. Il futuro di Israele e dei palestinesi rimane estremamente incerto finché le politiche regionali e internazionali favoriranno soluzioni parziali o simboliche. Il problema non è solo esterno; deriva da dinamiche interne. L’Autorità nazionale palestinese sfrutta la nozione di nazionalità e si presenta come rappresentante del popolo, mentre essenzialmente difende gli interessi di una piccola élite beneficiaria; da parte sua, Hamas strumentalizza la religione per fini politici. Da parte mia, sono convinto che dobbiamo rompere con il dominio di queste rare élite politiche e religiose – una minoranza con una ‘voce forte’ che monopolizza il discorso pubblico – e sostituirle con meccanismi di responsabilità, trasparenza e reale rappresentanza, attraverso mezzi pacifici, legali e democratici. Senza una profonda riforma che ponga la dignità, la libertà e la responsabilità della popolazione al centro del progetto politico, il ciclo di violenza continuerà a ripetersi”.
Husseini critica anche l’Europa. “Non deve accontentarsi dell’appeasement: deve avere una visione d’insieme e proporre una chiara alternativa politica; altrimenti, continuerà a essere percepita come incoerente e politicamente impotente”. E l’occidente è condannato a lungo termine. “Se parliamo della corrente islamica che si sta sviluppando in Europa, è chiaro che continua a crescere e a influenzare profondamente la società. A ciò si aggiungono crescenti tensioni interne: culturali, sociali e demografiche. L’Europa rischia quindi di essere logorata dall’interno e, a lungo termine, la sua sopravvivenza come civiltà strutturata potrebbe essere minacciata”.
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