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Chi sta affamando davvero Gaza 06/06/2025

Chi sta affamando davvero Gaza
Video di Naftali Bennett a cura di Giorgio Pavoncello

Chi sta affamando Gaza? Gli aiuti alimentari da Israele alla popolazione della Striscia sono aumentati ormai del 40% rispetto al periodo pre-bellico. Eppure continuiamo a vedere scene di persone affamate che si accalcano per accaparrarsi il cibo. La realtà è che Hamas usa gli aiuti alimentari come strumento per assoggettare la popolazione. Un video dell'ex premier Naftali Bennett (tradotto con intelligenza artificiale) pieno di dati e prove, ve lo dimostra.



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israele.net Rassegna Stampa
31.08.2025 Il dilemma di Israele per non uscire sconfitto
Analisi di Yaakov Katz

Testata: israele.net
Data: 31 agosto 2025
Pagina: 1
Autore: Yaakov Katz
Titolo: «Il dilemma di Israele per non uscire sconfitto dalla guerra del 7 ottobre (mentre il resto del mondo si guarda bene dal fare pressione su Hamas e i suoi padrini perché pongano fine alla guerra da loro scatenata)»

Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - l'analisi di Yaakov Katz pubblicata sul Jerusalem Post, dal titolo "Il dilemma di Israele per non uscire sconfitto dalla guerra del 7 ottobre (mentre il resto del mondo si guarda bene dal fare pressione su Hamas e i suoi padrini perché pongano fine alla guerra da loro scatenata)".

Yaakov Katz
Il dilemma di Israele per non uscire sconfitto dalla guerra del 7 ottobre (mentre  il resto del mondo si guarda bene dal fare pressione su Hamas e i suoi  padrini perché pongano
I volti degli ostaggi ancora nelle mani dei terroristi palestinesi a Gaza impressi sulla bandiera d’Israele esposta a Tel Aviv durante la manifestazione del 17 agosto scorso. La guerra Israele-Hamas, dopo quasi due anni, si avvia alla conclusione ma resta irrisolto il dilemma tra liberazione degli ostaggi e rimozione di Hamas dal potere. Gaza non potrà essere lasciata né ad Hamas né all'Autorià Nazionale Palestinese

Scrive Yaakov Katz: La guerra tra Israele e Hamas sembra volgere al termine. Dopo quasi due anni di estenuanti combattimenti, esitazioni politiche e attriti diplomatici, da Gerusalemme e da Washington giungono segnali in questo senso.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato di essere pronto a dichiarare la fine della guerra a patto che si raggiunga un accordo globale per garantire il rilascio degli ostaggi rimasti e smantellare il controllo di Hamas su Gaza.

Altrettanto cruciale è il cambiamento in atto a Washington. Mercoledì, il presidente Donald Trump ha convocato una riunione ad alto livello alla Casa Bianca per discutere gli scenari “del giorno dopo” a Gaza. La tempistica era voluta: i ministri israeliani degli Esteri, Gideon Sa’ar, e degli Affari strategici, Ron Dermer, erano a Washington, a sottolineare la convergenza dei processi decisionali israeliani e americani. …

Questo allineamento è fondamentale. Per Netanyahu, la questione non riguarda più solo la politica interna israeliana e la composizione della coalizione. Dalla Casa Bianca il messaggio è chiaro: è ora di porre fine alla guerra, riportare a casa gli ostaggi e avviare una transizione verso un nuovo assetto di governo a Gaza.

All’interno dell’establishment della difesa israeliana, la pressione per raggiungere un accordo è forte. Il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa israeliane, Eyal Zamir, appare come un convinto sostenitore dell’accordo sul tappeto, anche se graduale. … Il punto di vista di Zamir si basa sulla convinzione che ulteriori operazioni terrestri, incluso l’intervento a Gaza City, non cambierebbero radicalmente l’esito della guerra. Hamas sarebbe già stata militarmente degradata al livello necessario per concludere la campagna.

Questa posizione ha creato una netta frattura tra il primo ministro e il vertice militare. Netanyahu continua a insistere sulla “vittoria totale”, locuzione che ripete in ogni occasione ma che non viene usata nel quartier generale delle Forze di Difesa israeliane. …

Il governo israeliano si trova di fronte a un dilemma di proporzioni storiche.

Da un lato, non può porre fine in modo credibile alla guerra senza garantire il ritorno di tutti gli ostaggi. Dall’altro, non può dichiarare vittoria finché Hamas rimane al potere a Gaza. Raggiungere entrambi gli obiettivi simultaneamente è stato il grande paradosso di questa guerra fin dall’inizio.

Spesso si fa un paragone con lo scontro fra Israele e Hezbollah in Libano, ma si trascurano differenze cruciali.

Un cessate il fuoco con Hezbollah è stato possibile per tre ragioni.

In primo luogo il Libano, sebbene dominato da Hezbollah a sua volta sostenuto dall’Iran, rimaneva uno Stato riconosciuto con cui la comunità internazionale poteva interagire. E Israele non ha mai nemmeno preso in considerazione di conquistare il Libano.

In secondo luogo, non è stato Hezbollah a irrompere in Israele il 7 ottobre attraverso il confine compiendo il più sanguinoso massacro di ebrei dai tempi della Shoah.

Quell’atrocità è stata opera di Hamas, e ha consolidato Hamas come un nemico di Israele assolutamente intollerabile. …

In terzo luogo, ma forse più importante, Hezbollah non ha preso ostaggi. Lo ha fatto Hamas.

Quell’atto – il rapimento in massa di civili e soldati – ha trafitto al cuore Israele più di quanto avrebbero mai potuto fare razzi e missili. E ha garantito che nessun risultato sarebbe mai stato considerato una vera vittoria se gli ostaggi non fossero tornati a casa.

Ecco perché la guerra non può semplicemente “finire”.

Il 7 ottobre ha alterato l’equazione strategica di Israele come non era mai accaduto prima. Considerata per anni il nemico più debole di Israele (rispetto a Hezbollah, Siria, Iran ecc.), Hamas ha inflitto a Israele la ferita più grave della sua storia.

Ha infranto l’illusione di poter convivere in sicurezza con un’entità come Gaza dominata da Hamas, ha messo a nudo una compiaciuta arroganza ai massimi livelli e ha costretto gli israeliani a porsi una domanda che da allora ha tormentato ogni dibattito: come uscirne senza essere sconfitti?

Se gli ostaggi venissero restituiti, ma Hamas rimanesse al potere, molti la considererebbero una vittoria, mentre altri la considererebbero una sconfitta.

Se Hamas venisse rovesciata, ma gli ostaggi rimanessero prigionieri, il giudizio a parti invertire sarebbe egualmente spaccato.

Cercare di trovare l’equilibrio tra questi due esiti costituisce da quasi due anni il più grande ostacolo nel processo decisionale israeliano.

Nel libro While Israel Slept (“Mentre Israele dormiva”) di prossima uscita, Amir Bohbot ed io ripercorriamo i fallimenti che hanno preparato il terreno per il 7 ottobre.

Esaminiamo non solo le lacune dell’intelligence e gli errori operativi tra il 6 e il 7 ottobre, ma anche le più profonde illusioni strategiche che hanno permesso a Israele di cullarsi nell’illusione di sicurezza.

Come ha potuto un paese così attento alle minacce convincersi che Hamas, un movimento genocida votato alla distruzione di Israele, potesse essere “comprato” con valigie di denaro in arrivo dal Qatar? Come hanno fatto successivi governi israeliani a ignorare i tunnel, le scorte di armi e le esercitazioni di raid oltreconfine fatte alla luce del sole, preferendo invece credere che Hamas potesse essere tenuta a freno?

La risposta non risiede solo nelle valutazioni dell’intelligence, ma in un sistema di convinzioni che trascende le divisioni politiche. Da Netanyahu a Naftali Bennett e Yair Lapid, i primi ministri di tutti i partiti condividevano la convinzione che Hamas potesse essere contenuta, gestita e, in ultima analisi, neutralizzata nel suo ruolo di organo di governo.

Il 7 ottobre ha infranto quell’illusione con devastante chiarezza.

Ecco perché è essenziale una Commissione d’inchiesta statale. Il fatto che non ne sia ancora stata istituita una è di per sé pericoloso. Senza un processo autorevole e indipendente che analizzi le ragioni di un fallimento così profondo, gli stessi postulati rischiano di radicarsi di nuovo.

Può darsi che la guerra sia in fase di esaurimento, ma se non si impara la lezione, la prossima crisi arriverà prima di quanto ci si aspetti.

Guardando al futuro, Israele ha davanti tre obiettivi urgenti.

Primo, garantire il rilascio degli ostaggi attraverso un accordo, graduale o globale, anche se ciò comporta compromessi dolorosi.

Secondo, porre fine alla guerra in coordinamento con Washington, preservando l’insostituibile alleanza con gli Stati Uniti.

Terzo, contribuire a favorire la creazione di una nuova entità di governo a Gaza, in grado di impedire a Hamas di ricostituirsi.

Ma anche a quel punto, il compito sarà ben lungi dall’essere completato. La vittoria, ammesso che la si possa mai definire tale, non si misurerà solo in base ai successi sul campo di battaglia, ma anche nella resilienza della società israeliana, nella deterrenza ripristinata, nella capacità di garantire che il 7 ottobre non accada mai più.

Ciò richiederà più della semplice forza militare: richiederà coraggio politico, riforme istituzionali e un onesto confronto con le illusioni del passato.

Israele s’è addormentato una volta e ha pagato il prezzo più alto. Non può permettersi di addormentarsi di nuovo.

(Da: Jerusalem Post, 29.8.25)

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