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Chi sta affamando davvero Gaza 06/06/2025

Chi sta affamando davvero Gaza
Video di Naftali Bennett a cura di Giorgio Pavoncello

Chi sta affamando Gaza? Gli aiuti alimentari da Israele alla popolazione della Striscia sono aumentati ormai del 40% rispetto al periodo pre-bellico. Eppure continuiamo a vedere scene di persone affamate che si accalcano per accaparrarsi il cibo. La realtà è che Hamas usa gli aiuti alimentari come strumento per assoggettare la popolazione. Un video dell'ex premier Naftali Bennett (tradotto con intelligenza artificiale) pieno di dati e prove, ve lo dimostra.



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Newsletter di Giulio Meotti Rassegna Stampa
30.08.2025 Una magnifica ondata di patriottismo per fermare la disintegrazione dell’Occidente
Newsletter di Giulio Meotti

Testata: Newsletter di Giulio Meotti
Data: 30 agosto 2025
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Una magnifica ondata di patriottismo per fermare la disintegrazione dell’Occidente»

Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Una magnifica ondata di patriottismo per fermare la disintegrazione dell’Occidente". 


Giulio Meotti

Nella vecchia Europa sta accadendo qualcosa di insolito.

La premier danese Mette Frederiksen si è presentata davanti a un gruppo di studenti universitari e ha rilasciato una dichiarazione sorprendente: “Abbiamo bisogno di una forma di riarmo spirituale”. Se mi perdonate la citazione d’obbligo di George Orwell dalla sua opera di guerra Il leone e l'unicorno, il patriottismo fa parte di questo riarmo ed è “una devozione a qualcosa che è in continuo cambiamento e tuttavia è percepito come misticamente lo stesso, è un ponte tra il futuro e il passato”.

Ciò che sta agitando i paesi europei è ora una rivolta contro cambiamenti drammatici che nessuno ha votato, che stanno facendo saltare i ponti su cui ogni nazione fa affidamento e che è la questione più importante del nostro tempo.

In Inghilterra è scoppiata la “guerre delle bandiere”.

Descrive un'ondata senza precedenti di orgoglio nazionale, dove i residenti di un numero crescente di quartieri e città hanno iniziato a issare su lampioni, case, rotonde ed edifici la Union Jack e la croce di San Giorgio ereditata da Genova marinara. Ma per Repubblica è soltanto “ultranazionalismo”.

Partendo da Birmingham e prendendo piede a Bradford, Newcastle, Norwich e Londra, tra le altre città, il fenomeno delle bandiere si accompagna alle proteste fuori dagli “hotel per migranti”, strutture finanziate dai contribuenti britannici che ospitano immigrati clandestini, per lo più giovani uomini musulmani arrivati ​​a frotte sulle coste britanniche, al ritmo di 50.000 in un anno.

“L’Inghilterra ha perso il controllo dei suoi confini”, ha ammesso il segretario alla Difesa John Healey. E altri 9 milioni di immigrati arriveranno in Inghilterra da oggi al 2047.

L’impulso alla guerra delle bandiere nasce dopo che il consiglio comunale di Birmingham ha esposto i colori del Pakistan sulla biblioteca pubblica. Si è poi scoperto che i dipendenti comunali avevano paura a rimuovere la bandiera palestinese dalle strade.

Birmingham è una città in cui meno della metà dei residenti è bianca, uno su tre è musulmano, ci sono più di 200 moschee, il muezzin chiama alla preghiera, i bambini musulmani hanno superato i cristiani e le chiese stanno diventando moschee dove gli imam spiegano come si lapidano le donne.

Una bandiera palestinese veniva intanto appesa alla recinzione della RAF di High Wycombe, mentre i manifestanti prendevano parte a una protesta della Palestine Solidarity Campaign che chiedeva un embargo sulle esportazioni di armi a Israele.

In tutta Europa sventolano l’unica bandiera di una nazione che non esiste, ma destinata nelle loro intenzioni a sorgere sulle ceneri di Israele e dove non sopravviverebbero cinque minuti.

Scrive Douglas Murray sullo Spectator: “Se ti unisci a una manifestazione contro lo stupro di giovani ragazze britanniche, verrai etichettato come razzista. Se partecipi a una manifestazione contro l'accoglienza di immigrati clandestini in hotel di lusso, verrai etichettato come estremista di destra. Se issate una bandiera, verrete macchiati dalla più remota associazione possibile con qualcuno che non avete mai incontrato e che potrebbe aver issato la stessa bandiera. Forse è possibile che l'opinione pubblica venga tenuta a freno per sempre, che la nostra storia nazionale venga distrutta e che le nostre bandiere vengano considerate tossiche. Il problema è cercare di mantenere questa posizione e allo stesso tempo incoraggiare tutti gli altri a divertirsi con i propri emblemi e tradizioni, anche tradizioni in cui le leggi vengono infrante. Di recente ho provato timore percorrendo una strada nell'East London dove ogni lampione era decorato con cartelli che dicevano ‘Fidati di Allah’. Ma non ho mai sentito nessuno preoccuparsi dei miei sentimenti”.

Questo è quello che chiamano “multiculturalismo”. Ecco perché tre inglesi su cinque ora vogliono vedere più bandiere nazionali.

A differenza degli americani o degli israeliani, gli inglesi non sono un paese che ama esporre la bandiera. Non la espongono nelle case private e, a differenza degli altri europei, non hanno l'abitudine di esporla sugli edifici pubblici. L'unico momento in cui solitamente si vedono le strade addobbate con i colori dell'Inghilterra è quando gioca la nazionale di calcio.

Ma questo era prima che gli inglesi si accorgessero che stavano perdendo il proprio paese, modo di vivere (reticente, rispettoso della legge, rispettabile, patriottico, severo, snob, eppure libero) e civiltà.

“Gli inglesi, e i britannici più in generale, si limitavano a un numero limitato di giorni ufficiali in cui la bandiera veniva esposta” scrive il grande storico Robert Tombs sul Telegraph. “Eravamo abbastanza sicuri di chi e cosa eravamo da non aver bisogno di avvolgerci in essa. Negli anni '20-'30 ci fu la moda per l'internazionalismo, il pacifismo e il comunismo – un'epoca in cui gli intellettuali inglesi, come osservò George Orwell, trassero la loro cucina da Parigi e le loro opinioni da Mosca. La Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda rigenerarono l'identità nazionale di fronte a un pericolo comune. Ma a partire dagli anni '90, un mix occidentale di individualismo anarchico, globalizzazione, antirazzismo americano e anticolonialismo di moda si sono dimostrati fin troppo efficaci nel sovvertire il senso di appartenenza a una nazione comune”.

Ora si torna a sventolare la bandiera nazionale, che conta molto nei momenti di crisi (ne sanno qualcosa gli ucraini).

Il parlamentare conservatore ed ex ministro per l'Immigrazione, Robert Jenrick, ha espresso sostegno a “Raise the Colours”: “Mentre i consigli comunali che odiano la Gran Bretagna ammainano le nostre bandiere, noi le issiamo”.

Per questo quanto succede è anche il segno di un pericoloso malcontento e la storia ci dice che non sempre finisce bene.

Fino a qualche anno fa, l’unico luogo nel Regno Unito dove le bandiere della Union Jack e di San Giorgio venivano appese alle case e nelle strade erano le zone protestanti e filo-inglesi dell’Irlanda del Nord, l’Ulster, una zona di guerra che faceva parte delle “tre B” (Belfast, Bosnia e Beirut).

Ora Belfast è “ovunque” e non è più scontro fra cattolici e protestanti, ora c’è l’Islam di mezzo ed è molto più complicato. In Irlanda del Nord, terra di politica dell’identità portata all’estremo, questa estate ci sono stati pesanti scontri e manifestazioni contro l’immigrazione.

Assisteremo agli scontri etnici e settari fra i quartieri con la Union Jack e quelli con la bandiera palestinese, simbolo secondo l’insigne Paul Goodman della “balcanizzazione”?

Quando Courtney è andata in classe a Birmingham con il vestito della Union Jack per la “Giornata della celebrazione delle culture”, la scuola l’ha cacciata e chiamato il padre perché venisse a riprenderla: “Solo le altre culture sono autorizzate a celebrare”, le hanno detto.

Il multiculturalismo e la diversità valgono per tutti, tranne che per noi europei. E così questa ragazzina di 12 anni è stata trattata come se si fosse presentata vestita da membro del Ku Klux Klan.

Allo stesso modo, nel quartiere londinese di Tower Hamlets, dove il 40 percento della popolazione è islamica, il sindaco Lutfur Rahman ha promosso le bandiere palestinesi, mentre i colori inglesi sono stati rimossi.

Il Telegraph ci porta in quel quartiere: “Nelle strade principali, nei parchi, fuori dai negozi e ai cancelli delle scuole, la bandiera palestinese rossa, verde, nera e bianca è ovunque visibile, sventola alta dai lampioni, nei quartieri dove il 40 per cento della popolazione è musulmana, provocando paura e preoccupazione tra i genitori ebrei e gli attivisti che affermano che queste bandiere sono un tentativo deliberato di ‘indottrinare’ bambini e mettere in pericolo gli alunni. Famiglie ebree hanno affermato di essere state costrette a mandare i propri figli a studiare in un altro quartiere perché non potevano ‘garantire la loro sicurezza’ a Tower Hamlets”.

Un pensionato di 87 anni ha osato sventolare la bandiera tedesca dal balcone di casa sulla Fuldastrasse a Berlino. Le parole “Un nazista vive qui” sono state scritte con vernice nera nel citofono. Firmato: “Antifa”.

Vanno bene la bandiera di Black Lives Matter, la bandiera della pace e la bandiera della Palestina (il nero e il bianco rappresentano il califfato e la “pace”, il verde la terra e il rosso il sangue dei “martiri”). Ma sventolare la propria bandiera nazionale è da “fascisti”.

Il sindaco di Milano Beppe Sala ha apposto un sudario bianco per Gaza da Palazzo Marino, quando appena tre mesi prima aveva deciso che colorarsi di arancione, in omaggio ai due fratellini ebrei strangolati e mutilati a Gaza, era troppo “politico”.

All'inizio di questo mese, la giornalista australiana Erin Molan ha intervistato Roman Abasy, un rifugiato dall'Afghanistan, che ha affermato di essere stato "traumatico" nel vedere sventolare la bandiera talebana durante un'enorme manifestazione pro-palestinese a Sydney.

Ossessionati dalla presunta colonizzazione della Palestina da parte di Israele, abbiamo accettato che le bandiere dei paesi amanti dell’Occidente e della libertà colonizzassero l’Occidente. Ora lo chiamano apertamente takeover.

La giornalista britannica Nicole Lampert Brockman ha segnalato che nel villaggio di Moseley, organizzata dalla sezione West Midlands della Palestine Solidarity Campaign, si invita “a trasformare la piazza del villaggio di Moseley nel villaggio di Al Mawasi a Gaza”, come dichiara un manifesto. Suona più inquietante che invitante. Se i partecipanti volessero davvero identificarsi con la vita sotto il regime di Hamas, rispettoso della sharia, le donne sarebbero tenute a vestirsi di nero dalla testa ai piedi; niente cani, niente ebrei e niente Lgbt. E dimenticate anche la birra e le salsicce di maiale: sono haram (proibite dalla legge islamica).

E proprio a Tower Hamets, una bambina inglese di 5 anni è stata tolta ai genitori cristiani e affidata dai servizi sociali a una famiglia musulmana fondamentalista. Alla bambina hanno tolto il crocifisso che aveva al collo.

Abbiamo talmente esagerato con la disintegrazione dell’Occidente che le bandiere nazionali sono tornate a sventolare contro fortissimi venti trasversali, parte di uno scontro culturale e di civiltà.

E se ci vergogniamo o abbiamo troppa paura a mostrare la nostra lealtà e patriottismo, tanto vale che alziamo bandiera bianca e ci prepariamo a marciare sotto un gigantesco drappo nero con scritte bianche in arabo.

La newsletter di Giulio Meotti è uno spazio vivo curato ogni giorno da un giornalista che, in solitaria, prova a raccontarci cosa sia diventato e dove stia andando il nostro Occidente. Uno spazio unico dove tenere in allenamento lo spirito critico e garantire diritto di cittadinanza a informazioni “vietate” ai lettori italiani (per codardia e paura editoriale).

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