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Deborah Fait
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‘Mamma, ritorneremo? Il mio normalissimo Israele' di Myriam Di Marco 26/06/2021
‘Mamma, ritorneremo? Il mio normalissimo Israele' di Myriam Di Marco
Recensione di Deborah Fait

Mamma, ritorneremo? Il mio normalissimo Israele - Myriam Lucia Di Marco -  Libro - San Paolo Edizioni - Il pozzo - 2ª serie | IBS
La copertina (San Paolo ed.)

Questo racconto che parla del soggiorno in Israele dell'autrice bisognerebbe farlo leggere a tutti coloro che accusano questo paese di apartheid.  Myriam Di Marco ha scelto di testimoniare  il suo periodo di vita in Israele come ricercatrice all'università di Haifa presso la School of Political Sciences. Myriam racconta il suo anno vissuto nel Paese, in compagnia della sua bambina Bianca, descrive in modo magistrale il carattere degli israeliani che un popolo composto da ebrei, arabi, drusi, cristiani e musulmani, un popolo "immenso", così lei lo definisce, che vive ogni giorno con intensità, come fosse l'ultimo. Il suo è un formidabile racconto su Israele che descrive come una famiglia dove spesso si litiga ma alla fine ci si riunisce e si va avanti nella vita, in una coesistenza piena di  problemi da sopportare ogni giorno che qui sono il pericolo della guerra e del terrorismo ma anche con la gioia di vivere in un paese meraviglioso trasformato da deserto pietroso in giardino. Vivendo nel quartiere arabo cristiano di Haifa, città multiculturale per antonomasia, Myriam ha avuto il privilegio di conoscere a fondo quella realtà, naturalmente anche quella degli arabi israeliani di fede musulmana, i primi più aperti, i secondi più chiusi in una società patriarcale, ognuno con le proprie peculiarità. Nell'ambiente universitario frequenta colleghi ebrei, arabi, drusi. In nessun paese al mondo si potrebbe vivere un'esperienza così interessante di un'umanità assolutamente eterogenea che convive in una realtà pittoresca quanto difficile. Ogni gruppo etnico vive in una sua zona della città ma durante il giorno sono tutti insieme, meravigliosamente mescolati, all'università, nei luoghi di lavoro, negli ospedali, alle feste. Ripeto, chi parla, improvvidamente, di apartheid legga questo libro e venga in Israele e capirà quanto l'accusa sia infondata e ridicola. Naturalmente lo consiglio a tutti coloro cui può interessare un quadro realistico e commovente di un popolo tanto maltrattato da media e dalla pubblica opinione eppure tanto meraviglioso. Nel momento del suo ritorno a casa nel Ticinese, gli amici le dissero "Vai e testimonia che il popolo israeliano esiste" "Vai e racconta che qui si vive".  Le ultime parole del libro mi hanno stretto il cuore per l'emozione "Tutti si uniranno per difendere il proprio Stato. Tutti si uniranno per la loro grande famiglia. La grande famiglia che è il popolo israeliano."

Immagine correlata
Deborah Fait
"Gerusalemme, capitale unica e indivisibile dello Stato di Israele"

Riporto qui parte dell'interessante intervista a Myriam Di Marco al Corriere del Ticino:

Una mamma e una bimba ticinesi e il loro «normalissimo» Israele
di Carlo Silini

Pillole di speranza al tempo del Covid-19 - Myriam di Marco - YouTube

Sembra quasi impossibile parlare di Israele in termini che non siano quelli dell’analisi politica e/o bellica. La crisi coi palestinesi si è riaccesa violentemente nelle scorse settimane e la stabilità di governo è una scommessa tutta da giocare. Eppure, per la ticinese Myriam di Marco Israele è qualcosa di intimo e vicino, come attesta il suo libro Mamma ritorneremo? Il mio normalissimo Israele, edizioni San Paolo. L’abbiamo intervistata. «Ho studiato filosofia alla Facoltà di teologia di Lugano, ci spiega Myriam Lucia Di Marco. Come lingua classica ho scelto ebraico biblico. Da lì è partita la passione verso il popolo ebraico. Delineandomi nel corso degli studi sulla filosofia politica contemporanea è stato quasi scontato analizzare e studiare il sistema politico israeliano e, accanto a questo, i sistemi iraniano, saudita e turco. Argomenti che ho trattato nel dottorato a Roma».

In Israele Myriam Di Marco ci è arrivata per il post-dottorato. «Non potevo continuare a studiare quel Paese senza andarci. Ho mandato delle candidature e sono stata presa dall’università statale di Haifa. Ne ero felice perché lì ci sono le montagne e il mare. Essendo cresciuta a Lugano mi sono un po’ ritrovata. Col consenso di mio marito, mi sono spostata lì con la bambina, Bianca, che allora aveva tre anni, e ci ho vissuto tra il 2016 e il 2017».

Letteratura di viaggio E il suo libro? «È un reportage, letteratura di viaggio. Una raccolta di episodi realmente accaduti che mi hanno consentito di raccontare Israele e i suoi abitanti. Cerco di mostrare e comprendere ad esempio la reazione degli israeliani (drusi, ebrei, cristiani) a quello che sopportano ogni giorno, la costante minaccia di guerra, con dolci sempre a portata di mano e grandi parchi giochi per i bimbi. Oppure la grande preoccupazione di madri e padri per i figli mandati in guerra. Dalla mia camera da letto vedevo le coste del Libano, e i caccia che si dirigevano verso la Siria. Quelli vanno a bombardare, pensavo, non a fare esercitazioni tra le montagne come in Svizzera».

Il libro, quindi, è una lettura di Israele con gli occhi di una ticinese. «Esatto, una lettura sotto diversi punti di vista. Dal punto di vista sociale, ad esempio, mi ha colpito il grande aiuto che ho avuto da subito e la grande attenzione verso i bambini. Non potevo sgridare Bianca per strada, per esempio. Perché si fermavano e a loro volta sgridavano me».

Sembra una conferma all’idea delle ebree come mamme-chiocce… «Assolutamente. Ma sono così non solo le donne. Tutti proteggono i bambini, li fanno crescere direi in una sorta di mondo dei balocchi. Ancora adesso, a quattro anni di distanza, mia figlia mi chiede quando riandremo in quei grandi e meravigliosi parco giochi. È molto frequente che regalino caramelle ai bambini in pullman o nei negozi. Non potevo avvicinarmi al bus col passeggino che qualcuno subito mi aiutava. Tutti: i sefarditi, gli askenaziti, gli europei, gli ebrei cristiani, gli arabi, i drusi…»

E le donne? Cosa prevale in Israele: l’emancipazione o la relegazione in casa? «Il mondo ebraico (e parlo solo del mondo ebraico) – spiega la nostra interlocutrice - è molto variegato. Ci sono le donne ortodosse, quelle conservative, le donne riformate, le donne laiche e secolari come noi. Le donne ortodosse le riconosci perché vestono di nero e portano la parrucca. Quelle conservative e riformate sono come noi, ma hanno una particolare attenzione rispetto alle regole alimentari, per esempio. E ci sono quelle occidentalizzate in tutto e per tutto pur restando ebree. In città come Tel Aviv, ci sono le più occidentalizzate. Le cristiane e musulmane invece si differenziano rispettivamente per i loro caratteri occidentalizzanti o arabi».

La libertà delle donne Come donna, Myriam Di Marco, si sente abbastanza libera in Israele. «Anche se dipende dalle zone. Ci sono le grandi città, come Haifa, che sono multiculturali e ci trovi il banchiere ebreo che porta i suoi fidati clienti al miglior caffè arabo della zona. Idem Tel Aviv. Mentre a Gerusalemme si respira maggiormente la tensione religiosa ed etnica. Ci sono alcuni quartieri nei quali una donna è meglio ci vada accompagnata da un uomo, oppure all’interno di un gruppo di turisti. In Israele vi è di tutto, è importante dunque tenere in considerazione diverse sensibilità religiose e le rispettive regole: ci sono quartieri ebraici ultraortodossi che è meglio evitare, per non prendersi qualche insulto; oppure quartieri totalmente musulmani che non sono sicuri per una donna giovane da sola».

Per esempio, immaginiamo, non è il caso di ignorare che esistano molte e diverse comunità. E la cronaca delle scorse settimane dimostra quanto sia difficile per loro la convivenza. «Israele è un insieme di tutto, e nessuno vuole rinunciare alla propria casa e terra. La convivenza è d’obbligo a questo punto. Ma preferisco parlare di coesistenza a questo livello, non di convivenza. La convivenza presuppone il «vivere» insieme, la coesistenza invece l’ «esistere» insieme…. Le cose cambiano

Mentre l’ascoltiamo non riusciamo a trattenere un’espressione incredula. «Ma è così. Sempre più arabi, negli ultimi anni, si stanno per esempio arruolando nell’esercito israeliano. Stanno cambiano mentalità, la maggior parte di loro non ha più un atteggiamento di rivalsa nazionalistica derivante dalle generazioni precedenti. I giovani capiscono che così non si arriva da nessuna parte. Sempre di più nei giovani arabi si comincia a capire che è meglio difendere la propria casa, la propria famiglia ed ecco perché vanno nell’esercito. Idem per i drusi, minoranza musulmana, riconoscenti nei confronti di Israele che in cambio di lealtà allo Stato promette protezione. Protezione che non avrebbero negli stati arabi limitrofi, ma anzi solo persecuzione. Siamo insomma a forme di sopravvivenza, di coesistenza. Alla convivenza ci si arriverà con le nuove generazioni. I giovani sono stufi».

Per decenni ci siamo abituati, qui in Europa a sentir parlare di Israele in termini di una perenne intifada da una parte e di una perenne repressione dall’altra. Un’immagine rafforzata dagli scontri delle scorse settimane…

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