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Antonio Donno
Israele/USA
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Il futuro dell’Afghanistan dopo il ritiro americano 12/07/2021
Il futuro dell’Afghanistan dopo il ritiro americano
Analisi di Antonio Donno

Afghanistan: il Covid19 colpisce i vertici dei Talebani

Il 29 febbraio 2020, Stati Uniti e Talebani firmarono a Doha un accordo che prevedeva un allentamento del confronto armato tra le due parti in Afghanistan e l’avvio di negoziati tra il governo centrale afghano e gli stessi Talebani, mentre le truppe americane avrebbero iniziato il loro ritiro dal Paese asiatico. Tutto questo avrebbe dovuto rappresentare il preludio per una pacificazione dell’Afghanistan, ma, di fatto, non contemplava quali sarebbero stati i fondamenti di tale pacificazione. Così, ben presto, gli Accordi di Doha restarono lettera morta perché i negoziati tra le due parti non iniziarono mai. Mancava il presupposto fondamentale: un accordo sulle elezioni, da tenersi per definire il quadro democratico dell’Afghanistan, cioè un Parlamento nel quale le forze in campo si sarebbero scontrate con il voto.

Ma era noto che il concetto di democrazia parlamentare fosse estraneo alla concezione talebana del potere. La vittoria dei talebani era considerata come un obbligo imposto a loro dal Profeta, al fine di eliminare dalla società afghana tutti gli aspetti della modernità occidentale che si erano lì radicati, con particolare riferimento a Kabul, e che erano considerati indegni di una vera società islamica. Così, gli Accordi di Doha scomparvero dalla scena politica afghana e la pressione armata talebana ricominciò a farsi sentire, con la conquista di vari distretti, uno dopo l’altro.

Trump, che era stato parte dell’operazione conclusa a Doha, e il suo Segretario di Stato, Mike Pompeo, non si facevano illusioni sugli esiti di quegli accordi; sapevano che i Talebani avrebbero aspettato il momento della ritirata americana per rinnovare i loro attacchi al potere centrale afghano. L’inizio delle operazioni di ritiro dei soldati americani fu momentaneamente ritardato perché settori talebani rinnovarono gli attacchi venendo meno agli accordi. Comunque, con la presidenza Biden, si è fissato il definitivo abbandono dell’impresa afghana entro l’11 settembre 2021.

Il ritiro americano è una resa di fronte ad un impegno che, nel corso di più di due decenni, non ha prodotto alcun risultato positivo? Da Obama ad oggi, l’Afghanistan si è rivelato un pozzo senza fondo per gli americani sia da punto di vista delle perdite umane, sia da quello della massa enorme di denaro sprecato. Inoltre, terzo punto, la creazione di un governo e di un esercito afghani non ha prodotto la sconfitta definitiva dei Talebani. Anzi, con il tempo è successo il contrario. A tutto ciò si deve aggiungere la presenza in alcune zone del Paese di Al-Qaeda, la cui visione dell’Islam confligge con quella talebana. Infine, da qualche tempo in qua, lo Stato Islamico sembra aver ricompattato le proprie forze e non è da escludere che si faccia sentire anche in Afghanistan.

Sia Trump, sia Biden si sono resi conto che la presenza americana nel Paese è da considerarsi un’impresa chiusa e che ora è nell’interesse di Washington lasciare il campo, che sia o meno una resa non ha importanza. Così, l’Afghanistan chiuderà una fase terribile della sua storia e diverrà un Paese pienamente “asiatico”, cioè alla mercé delle potenze asiatiche che lo circondano: Iran, Russia, Cina, Pakistan. Sarà esclusivo terreno di caccia di queste potenze e l’Occidente, Stati Uniti e Nato in testa, non avranno più voce in capitolo nella vicenda afghana. Quali saranno gli esiti di questa nuova fase della storia dell’Afghanistan?

Se i Talebani conquistassero il potere, ha scritto Henry Kissinger in Ordine mondiale, le potenze che circondano l’Afghanistan tenderebbero a dividersi il territorio afghano sostenendo le fazioni rivali presenti lungo linee etniche e settarie, “con il Pakistan che controlla il sud pashtun, e l’India, la Russia e forse la Cina che favoriscono il nord etnicamente misto”, con l’intento condiviso di sconfiggere le forze jihadiste e controllare politicamente un Paese il cui dissesto sarebbe pericoloso per la stabilità dell’Asia Centrale.

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