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Giovanni Quer
Medio Oriente diritto e società
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Odiare Israele risolve il problema dell'omofobia? 17/05/2013

Odiare Israele risolve il problema dell'omofobia?
di Giovanni Quer
 
La regola di base dell'antisionismo è "come uno fa, sbaglia sempre". Il detto è diffuso in anche in altre lingue, "damned if one does damned if one doesn't", "quoi que tu fasses, tu auras tort", "lo yotzim tov mi-zeh af pa'am". Comunque tu agisca, qualsiasi cosa tu faccia, verrai criticato e condannato, perché le critiche che apparentemente colpiscono l'azione, in realtà sono dirette a chi le ha compiute.

Così è il caso di Israele, soprattutto per quanto riguarda la tutela delle minoranze. La leva non è obbligatoria (eppur possibile) per gli arabi, ma per questo Israele è criticata per via dello svantaggio che vive chi non fa il militare; d'altra parte però i programmi di servizio civile sono considerati tentativi di assimilazione forzata. Sono riconosciute scuole in lingua araba, ma è considerata una discriminazione; d'altra parte però il fatto che non ci siano università in lingua araba è anche considerata una discriminazione. Per quanto riguarda poi i diritti della minoranza LGBT, le critiche piovono comunque Israele si comporti.

Il fronte antisionista e antiisraeliano dei gruppi LGBT ha le proprie radici teoriche nel postmodernismo, una corrente di diverse teorie accomunate dall'approccio de-costruttivista, elaborato da Jacques Derrida, che mira al progressivo smantellamento dei concetti, dei presupposti, dei principi condivisi che accomunano un gruppo culturale. Assieme al de-costruttivismo altro principio base del post-modernismo è il rifiuto di principi morali assoluti, per cui le pratiche culturali hanno eguale valore non esistendo valori universali in base ai quali giudicare i costumi.

In questo contesto culturale si inserisce l'antisionismo LGBT, che attacca Israele e il "discorso sionista", considerato un nazionalismo razziale, e attacca gli israeliani e il sistema di difesa perché frutto di un "discorso sulla sicurezza" che coprirebbe di un manto etico presunti crimini sistematicamente perpetrati dall'esercito di Israele. Ancora più importante, gli antisionisti LGBT attaccano Israele per l'avanzamento dei diritti civili dei gay, poiché questa sarebbe una "costruzione discorsiva" atta a ridare un volto umano a Israele, che sistematicamente si macchierebbe dei peggiori crimini contro l'umanità. Questa accusa, sfruttare l'avanzamento dei diritti LGBT per coprire altre malefatte, è chiamato pinkwashing, un neologismo che deriva da whitewash, occultare o "coprire", e pink, rosa, per indicare il mondo LGBT.

Le maggiori organizzazioni "queer" (categoria indefinita che raduna i non-eterosessuali tradizionali) attive nella lotta anti-israeliana sono americane, canadesi, israeliane e palestinesi.

La prima organizzazione antisionista gay è QUIT! (acronimo di Queers Undermining Israeli Terrorism, che vuol dire anche "andarsene", in riferimento ai territori occupati), fondata nel 2000 e attiva nella zona di San Francisco, per lottare contro il tentativo di "distogliere l'attenzione del movimento queer per promuovere la pulizia etnica in Palestina". QUIT! promuove campagne di boicottaggio contro Israele, soprattutto in concomitanza con manifestazioni della comunità gay e lesbica israeliana o per le proiezioni dei film di Eytan Fox, regista israeliano che mostra un volto aperto e liberale della società israeliana. QUIT! accusa Israele di terrorismo di stato, perpetrato attraverso attacchi indiscriminati sui civili, distruzione di case e spostamenti forzati della popolazione, mentre il terrorismo palestinese è definito come "un insieme di atti individuali" legati al "diritto di ogni popolo di resistere e combattere per la libertà".

L'organizzazione più attiva a livello internazionale sembra essere QuAIA (Queers Against Israeli Apartheid), movimento canadese sorto nel 2008 in seno alla Settimana dell'Apartheid Israeliano (manifestazione annuale internazionale anti-israeliana). Nel 2009, il movimento partecipa al Pride di Toronto con striscioni anti-israeliani e da allora adotta la missione di lotta contro il pinkwashing. QuAIA sostiene che come negli anni '20 i movimenti di liberazione sessuale sono stati soffocati dal nazismo, così il sionismo e l'occupazione impedirebbero la liberazione dei gay palestinesi. "I diritti dei queer in Israele non sono estesi ai palestinesi della West Bank e Israele non fa nulla per appoggiare la lotta dei gay palestinesi e nel resto del mondo arabo". In una complessa articolazione intellettuale, QuAIA lega l'oppressione dei gay palestinesi all'occupazione, associando il sionismo al colonialismo che impedirebbe la liberazione sessuale del popolo sotto dominio straniero, sicché "la lotta contro l'omofobia in Palestina non avrà mai fine finché non terminerà l'occupazione". Tra le campagne di boicottaggio di successo condotte da QuAIA, si ricordano: l'opposizione al turismo gay in Israele e il boicottaggio della conferenza mondiale dell'organizzazione giovane IGLYO che doveva tenersi in Israele nel 2012.

Ancor più complessa la posizione dell'organizzazione Palestinese "Palestinian Queers for Boycott, Divestment and Sanctions", sorta con il lancio del movimento BDS nel 2005. "Come parte integrante della società palestinese, riteniamo che la lotta per la diversità sessuale e di genere sia interconnessa con la lotta per la libertà palestinese", per cui i diritti dei gay palestinesi sarebbero immediatamente riconosciuti una volta finita "la colonizzazione, l'occupazione e l'apartheid" israeliani. A questa organizzazione si lega il gruppo israeliano "Israeli Queers for Palestine".

I vari movimenti si riuniscono in uno spazio virtuale di condivisione di informazioni, eventi e campagne fondato da attivisti arabi nel 2010, e chiamato pinkwatchingisrael.com (una sorta di osservatorio "pink" su Israele), che organizza anche conferenze para-accademiche su vari temi—tra cui anche: "il discorso sessuale nel progetto sionista", "la politica sionista e l'identità queer", "il BDS queer e le interconnessioni con le lotte politiche".

Le attività e l'elaborazione ideologica di queste organizzazioni dimostrano che l'anti-israelismo ha soppiantato l'omofobia. Le organizzazioni anti-israeliane gay hanno molti aspetti in comune con gli altri movimenti anti-sionisti: l'adozione di una narrativa palestinese che distorce la storia, la delegittimazione di Israele nei suoi fondamenti storici e politici così come l'adesione alla campagna BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni). Ma ciò che le contraddistingue e che rende più inesplicabile il pervicace astio anti-israeliano è l'assoluta cecità sulla persecuzione dei gay in Palestina, il silenzio sulla radicata violenza di stampo omofobico. Con articolate ed eleganti elaborazioni intellettuali, l'omofobia e la violenza palestinesi sono soppiantate e inserite nel discorso sull'occupazione che si traduce in due assiomi: a) prima bisogna far finire l'occupazione e poi far avanzare i diritti dei gay; b) i gay palestinesi hanno miglior conoscenza della società per capire quali siano le loro priorità, di cui la prima rimane l'occupazione.

Riguardo al primo punto, le argomentazioni che legano l'occupazione alla repressione dei diritti di genere sono in generesofisticate, ma prive di un vero fondamento giuridico o politico. Il diritto internazionale impone alla forza occupante il rispetto delle leggi in vigore sul territorio occupato, quindi Israele non solo non può imporre il rispetto dei diritti di genere nei territori in cui vige la legge civile dell'Autorità Nazionale Palestinese, e che sono controllati a scopo di difesa dalle forze israeliane, ma anche non ne avrebbe il diritto. Perché dovrebbe essere la forza occupante, percepita come nemica e vituperata per la propria presenza sul territorio amministrato a dover diffondere il rispetto dei diritti di genere, quando invece potrebbe esser garantita dalla pletora di organizzazioni per la cooperazione allo sviluppo pur molto attive?

Inoltre, nei territori sotto completo controllo dell'ANP, non c'è ragione per cui l'occupazione abbia effetto sui diritti di genere. La promozione della diversità e il riconoscimento degli orientamenti sessuali è una questione culturale, politica e giuridica, che non ha nulla a che vedere con i conflitti armati. Per inverso, anche in Israele allora, Paese in stato di guerra, i diritti di genere non si sarebbero dovuti affermare perché la società è in stato d'assedio.

Riguardo al secondo punto, la capacità di stabilire delle priorità sulla lotta alla liberazione interna ad un gruppo oppresso è sempre dubbia, proprio perché per affermare l'accettazione, fermare la repressione, un gruppo oppresso tende ad associarsi alla narrativa dominante, per esser considerato parte della comunità. Così le associazioni gay palestinesi, per esser accettate dalla comunità in generale, hanno adottato la narrativa antiisraeliana e antisionista. In un qualche modo devono esser più palestinesi dei palestinesi, nella speranza che questo cambi l'atteggiamento non solo discriminatorio ma anche repressivo.

Esser più realisti del re poteva sembrare una strategia di affermazione, che però si è dimostrata fallimentare. Ciò che più allarma è però la mobilitazione internazionale che pretende di operare in favore dei diritti della comunità omosessuale palestinese, adottando narrativa e pratica antisionista. Come questo possa aiutare i gay palestinesi rimane inspiegabile: forse condannare Israele farà diminuire la violenza omofobica? forse giustificare il terrorismo è funzionale alla diminuzione delle persecuzioni contro gay e lesbiche palestinesi?


Gli omosessuali chiedono giustizia per la Palestina.
Bravi, però andatelo a chiedere a Ramallah

Non dev'esser semplice ammettere che l'unica via d'uscita per un omosessuale palestinese senza soldi e senza potere è fuggire in Israele, uno Stato considerato nemico, rischiando l'espulsione in attesa del visto da rifugiato e della ricollocazione in Canada o in Australia. Non deve esser semplice ammettere che il gruppo culturale considerato usurpatore sia riuscito in pochi anni a creare un modello di convivenza tra forme più diverse di intendere la vita, comprese anche le famiglie omosessuali.

Ma più che pinkwashing è in atto un tank-washing, per cui qualsiasi aspetto negativo della società palestinese viene puntualmente ascritto ai carri armati israeliani (i tank, appunto).


Giovanni Quer


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