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Quando anche il pallone diventa antisemita: a Lugano va in scena il processo al Maccabi Commento di Deborah Fait
A Lugano il Maccabi Tel Aviv finisce sul banco degli imputati. Non per quello che farà sul campo, ma per quello che rappresenta secondo i suoi accusatori. Quando una partita di calcio diventa un processo politico contro una determinata Nazione, sempre la stessa, il problema non è più il pallone. È l'odio per Israele. Una volta il pallone serviva a fare gol. Adesso, a quanto pare, serve anche a fare politica, la più becera delle politiche. Giovedì 20 agosto il Lugano affronterà il Maccabi Tel Aviv nei playoff di Conference League. Una normale partita di calcio, verrebbe da pensare. Due squadre, ventidue giocatori, un arbitro, novanta minuti e, alla fine, qualcuno che vince e qualcuno che perde. Macché, se gioca Israele tutto questo non ha più un senso. Per gli ambienti pro-Palestina che hanno annunciato una mobilitazione a Lugano, il Maccabi Tel Aviv non sarebbe «solo una squadra di calcio». Nel comunicato rilanciato dalla stampa ticinese viene accusato di essere legato al "sionismo suprematista", al nazionalismo, al razzismo e all'esercito israeliano. Si arriva persino ad accusare giocatori e dirigenti di avere partecipato personalmente a «crimini di guerra», «genocidio» e «pulizia etnica». A volte, lo confesso, mi assale la voglia irrefrenabile di dire a queste persone di guardarsi allo specchio e di sputarsi addosso. Non sarà elegante ma, come canta la Bertè, "non sono una signora" ma un'ebrea, un'israeliana, una sionista molto incazzata. Le accuse dei fanatici propal sono enormi. Sono accuse gravissime. Accuse da perfetti idioti che ragionano soltanto in base alla propaganda che da anni viene strombazzata contro Israele. Ma soprattutto, accuse che trasformano una squadra di calcio in una categoria politica. E qui comincia il vero problema. Un calciatore non diventa un criminale di guerra perché indossa la maglia di una squadra israeliana, i criminali sono gli altri, quelli che lo contestano. Il Maccabi è una società sportiva che non può essere trasformata, per decreto ideologico, nell'ambasciatrice di ogni decisione presa dallo Stato di Israele che non piace ai buoni e pacifici svizzeri. Ma evidentemente per alcuni la distinzione è troppo sottile. Israele è Israele. Un israeliano è israeliano. E dunque, per una certa parte del movimento che si autoproclama paladino dei diritti umani (i loro, non quelli degli ebrei macellati il 7 Ottobre), il semplice fatto di essere israeliani sembra ormai sufficiente per finire sul banco degli imputati. È questa la parte più inquietante e la più sporca. Immaginiamo per un momento di applicare lo stesso criterio ad altri Paesi. Una squadra americana dovrebbe essere espulsa dalle competizioni europee perché gli Stati Uniti hanno partecipato a guerre controverse? Una squadra francese dovrebbe essere giudicata responsabile delle operazioni militari della Francia? Naturalmente no ma quando si arriva a Israele, improvvisamente tutto cambia. Lo sport diventa politica. Il calciatore diventa soldato. La squadra diventa governo. La maglia diventa manifesto ideologico. E guai a chiamarlo per quello che rischia di essere: un doppio standard applicato a Israele. Solo a Israele. Gli organizzatori della protesta lo dicono apertamente: «lo sport è anche un terreno politico». Il problema è che lo sport diventa «terreno politico» quando in campo c'è una squadra israeliana. E così arriva la richiesta di contestare il Maccabi, gli organizzatori, gli sponsor e perfino le istituzioni che hanno avuto l'ardire di accogliere una squadra israeliana senza prima chiederne il permesso agli inquisitori della nuova ortodossia comunista nazi-pal. È davvero curioso questo improvviso amore per la purezza politica dello sport, è semplicemente un' enorme presa per i fondelli. Quale purezza? Il problema è Israele e basta. Quando una squadra israeliana entra in campo, qualcuno sente il bisogno di trasformare una partita in una manifestazione politica e ad invocare Auschwitz. Secondo i promotori, far giocare il Maccabi a Lugano sarebbe una sorta di «operazione di normalizzazione e di sportwashing». Ma normalizzare cosa? Sportwashing cosa? Che gli israeliani possano ancora giocare a calcio in Europa? Che una squadra israeliana possa entrare in campo senza dover prima superare un processo politico? Che un ragazzo israeliano possa correre dietro a un pallone senza essere costretto a rispondere davanti a una folla di militanti fanatici, delle decisioni del proprio governo? C'è un dettaglio che dovrebbe far riflettere tutti coloro che si dichiarano preoccupati per i diritti umani: nella stessa discussione sulla sicurezza a Lugano sono stati ricordati episodi di violenza e antisemitismo avvenuti ad Amsterdam nel novembre 2024, con aggressioni e minacce rivolte ebrei o ritenuti tali. Ad Amsterdam vi fu il tentativo di pogrom contro i giocatori e i tifosi della squadra israeliana. Molti per salvarsi dal linciaggio della popolazione scatenata di Amsterdam, furono costretti a gettarsi nei canali. "A Amsterdam hanno bruciato una bandiera palestinese"! Dicono. E allora? Le bandiere di Israele vengono bruciate a centinaia e calpestate in ogni manifestazione in tutto il mondo da anni. Questo è lecito, forse? Ipocriti antisemiti! Ma proprio per questo bisogna stare attentissimi a non trasformare una partita di calcio in protesta politica contro Israele. Oggi si contesta una squadra. Poi si va avanti come odio comanda: si contesta una bandiera, poi si boicotta un artista israeliano, poi un'università, poi si cacciano gli studenti ebrei. Poi si pesta chi indossa una kippà o una medaglietta con la Stella. E' cos' da sempre in questo Occidente che passa con estrema facilità dall'essere la culla del sapere all'abiezione morale più spaventosa. Il calcio non ha bisogno di tribunali politici. Ha bisogno di palloni, giocatori, arbitri e tifosi. Il Maccabi Tel Aviv è semplicemente una squadra. I suoi tifosi possono essere criticati come quelli di tutto il mondo. Un governo può essere criticato, come qualunque altro governo. Ma le decisioni militari di Israele, circondato, su ben otto fronti, da chi vuole distruggerlo, non possono essere discusse, contestate e giudicate senza conoscere la storia. Senza ricordare il 7 Ottobre, senza sapere che dal 15 maggio del 1948 questo Paese affronta guerre e terrorismo per il solo fatto di esistere come patria degli ebrei. Un calciatore israeliano non deve essere costretto a portarsi sulle spalle l'odio collettivo per il proprio Paese ogni volta che entra in campo. E soprattutto nessuno dovrebbe pretendere di stabilire che una squadra israeliana non abbia diritto alla normalità sportiva. Il pallone, almeno quello, dovrebbe rotolare libero ma evidentemente anche a lui qualcuno vuole mettere il cartellino rosso dell'espulsione. E guarda caso, ancora una volta, il cartellino è rosso per Israele. |
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