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Lo stivale e le ciabatte, il campionato mondiale dell'indignazione selettiva Commento di Deborah Fait
Che Ben Gvir abbia sbagliato a definire l'Italia "il paese delle ciabatte" ? Veramente, dopo aver ricevuto insulti su insulti da ministri e media italiani, ha detto semplicemente “L’Italia da stivale è diventata nazione con le infradito”. Sebbene Ben Gvir non sia tra le mie simpatie devo dire che condivido ogni sua parola. Un ministro dovrebbe pesare le parole, è vero, soprattutto quando parla di un Paese amico ma se questo “paese amico” non fa che insultare e proporre sanzioni per chi si difende dagli attacchi degli arabi, di cui nessuno parla mai, allora, spiacente, ma si risponde , anche se scherzosamente, a tono. Invece quel “paese delle ciabatte” ha indignato tutti. Pensate un po’. Ha indignato quelli che parlano di Israele come del demonio fatto nazione! Politici, giornalisti, opinionisti, esperti di geopolitica, esperti di moda, esperti di ciabatte. Per giorni non si è parlato d'altro. Come osa un ministro israeliano offendere l'Italia? Non solo israeliano, ma ebreo! Come osa? Gli ebrei devono essere abituati a ricevere insulti non a darli! Quando mai si è sentita una cosa simile! Un ebreo che insulta un paese cristiano…presto islamico… non si può sentire. Diciamo che L'indignazione sia più che legittima, peccato che la stessa sensibilità sparisca misteriosamente quando il bersaglio è Israele. Perché allora succede qualcosa di curioso. Ministri italiani di sinistra definiscono Israele uno "Stato canaglia". Commentatori televisivi paragonano il governo israeliano ai peggiori regimi del pianeta. Editorialisti descrivono il primo ministro israeliano come un criminale, un assassino, un terrorista. E tutto questo viene accolto con la serenità di una conversazione sul tempo…”signora mia non ci sono più le stagioni di una volta”. Un parlamentare grillino ha avuto il coraggio lercio di paragonare i flotilleri fermati per qualche ora da Israele agli ostaggi israeliani catturati, torturati, ammazzati da Hamas. Questa è la più grande delle offese, dopo questo un israeliano può dire ciò che vuole. Capito? Può dire ciò che vuole dopo tre anni di schifezze oscene pronunciate, scritte, urlate dall’Italia contro Israele. Ma Israele non ha convocato nessuno, nessuna mobilitazione nazionale. Insomma la cosa assurda e sporca è ritenere scandaloso dire che l'Italia è il paese delle infradito, mentre dare a Israele dello Stato canaglia è libertà di espressione. Definire Netanyahu un terrorista è analisi politica. Attribuire agli israeliani le peggiori intenzioni immaginabili è spirito critico. Curioso, no? Direi paranormale! Sembra quasi che esistano popoli che meritano rispetto e altri che debbano semplicemente abituarsi agli insulti. Naturalmente nessuno pretende immunità per Israele. Le democrazie vivono di critiche. Ma una critica non è un lasciapassare per la demonizzazione. Perché se le parole contano quando colpiscono Roma, dovrebbero contare anche quando colpiscono Gerusalemme. Se è inaccettabile ridurre l'Italia a una caricatura, dovrebbe esserlo anche ridurre Israele a una caricatura. Il problema non è Ben Gvir. Il problema è il doppio standard. È l'idea che alcune offese siano sempre scandalose mentre altre siano sempre giustificate. È l'idea che alcuni popoli abbiano diritto alla dignità e altri soltanto al banco degli imputati. Prima di indignarsi per una battuta sulle ciabatte, qualcuno dovrebbe spiegare perché da anni vengono tollerate parole infinitamente più pesanti contro Israele. Le parole di Ben Gvir pronunciate, badate bene, dopo che quest’ultimo era stato pesantemente insultato e minacciato di sanzioni dall’Europa, hanno suscitato panico, emergenza diplomatica, allarme rosso. Altro che missili, altro che droni, quel “ciabatte” ha sconvolto la brava gente italiana. Ma proprio perché le parole contano, viene spontanea una domanda. Dove sono tutte queste anime sensibili quando il bersaglio è Israele? Se Israele viene dipinto come la fonte di ogni male del Medio Oriente, la cosa viene considerata una raffinata analisi geopolitica. Ma guai a toccare le ciabatte. La sensazione è che esista una speciale graduatoria morale. Al primo posto ci sono gli insulti rivolti all'Italia: gravissimi, tali da far partire Tajani con una scarica di “inaccettabile”. Al secondo posto quelli rivolti all'Europa: preoccupanti. Al terzo posto quelli rivolti a qualunque altro Paese occidentale: discutibili. Molto più in basso, quasi invisibili, quelli rivolti a Israele: opinioni, null’altro che semplici, giuste opinioni. È una forma di razzismo politico molto elegante, raffinato, ipocrita. Non si manifesta soltanto con gli slogan. Si manifesta con i pesi e le misure, con la capacità di indignarsi per una frase sciocca e restare impassibili davanti a parole infinitamente più infamanti. Perché chiamare una nazione "Paese delle ciabatte" è una sciocchezza come “spaghetti e mandolino”, chiamarla "Stato canaglia" significa attribuirle una natura criminale. Sono due cose leggermente diverse. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ogni parola fuori posto pronunciata da un israeliano diventa un caso internazionale. Ogni parola fuori posto pronunciata contro Israele diventa una nota orgogliosa a piè di pagina. Poi ci si stupisce se molti israeliani non prendono sul serio le lezioni di morale ipocrita provenienti dall'Europa semplicemente perché vedono un continente che misura gli insulti con due metri diversi. Uno per sé. E uno per gli ebrei. La vera notizia è che per una volta qualcuno si è accorto che le parole possono ferire. Adesso manca soltanto un ultimo passo: Accorgersene anche quando le parole rivolte a Israele feriscono perché Israele è fatto di persone, di famiglie, di morti non di numeri freddi. Vorrei convincere tante persona a provare ad amare Israele, conoscerebbero un Paese straordinario, privo di odio nonostante sia tanto odiato. Scoprirebbero che 9 milioni di Israeliani sono amici, innamorati dell’Italia, della musica, della lingua italiana, dell’arte italiana. Per scoprire tutto ciò l’Italia cancelli il suo odio atavico, riscopra il buon senso che non è quello dei criminali che vanno in piazza a urlare free Palestine sventolando la bandiera di uno stato che non esiste. Di fronte a tutto quello che di vergognoso ha fatto l’Italia contro Israele in questi ultimi anni dopo il 7 Ottobre, quel “ciabatte” fa semplicemente sorridere. Ben Gvir è stato troppo buono ed educato e lo dice chi certamente non lo ama. |
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