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Deborah Fait
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La festa dell'ipocrisia; Pizzaballa sapeva della chiusura dei Luoghi Santi ma ha voluto fare l'ennesima sceneggiata contro Israele 31/03/2026

La festa dell'ipocrisia; Pizzaballa sapeva della chiusura dei Luoghi Santi ma ha voluto fare l'ennesima sceneggiata contro Israele
Commento di Deborah Fait

Deborah Fait
Deborah Fait

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa sapeva che i luoghi santi fossero chiusi, a causa della guerra. Allora perché ha deciso di forzare la mano con le autorità israeliane?

Quelle che è accaduto con il Patriarca Kefiah/Pizzaballa dà la dimensione dell'odio che quest'uomo prova per Israele. Odio che lo ha portato a fingere di cadere dal pero quando la polizia lo ha fermato mentre andava a dire messa. Il patriarca in kefiah, ammiratore e innamorato dei palestinesi, aveva ricevuto un avviso scritto, come tutti i rappresentanti delle altre fedi presenti in Israele. Ebrei, musulmani, cristiani, drusi, tutti sapevano e nessuno aveva protestato! Era per la sicurezza, era per evitare che l'Iran prendesse di mira le riunioni religiose per fare un bagno di sangue. Un frammento di missile da centinaia di chili era già caduto sul Santo Sepolcro e un altro sul Monte del Tempio vicino alle moschee. Allora perché questa vergognosa sceneggiata del patriarca? Non c'è già abbastanza odio contro Israele? Doveva anche inventarsi quest'ultima menzogna? In Israele c'è da sempre la libertà di culto, per tutti! Ogni città ha le sue moschee, le sue chiese normalmente frequentate dai fedeli. A Haifa i Bahai (perseguitati in Iran e rifugiatisi in Israele) hanno un Tempio che è una delle meraviglie del mondo. C’è qualcosa di profondamente stonato e offensivo, nella polemica sollevata dal patriarca Pierbattista Pizzaballa, detto Kefiah,  sulla chiusura dei luoghi santi in Israele. Stonato perché ignora, o finge di ignorare, la realtà: un Paese sotto attacco su più fronti, con missili, droni, minacce quotidiane, palazzi distrutti, vittime. Gerusalemme è stata colpita varie volte da quando è incominciata la guerra.

In Israele non si chiude per capriccio. Si chiude per necessità. Per salvare vite. Il governo aveva inviato avvisi scritti sulla inevitabile chiusura dei Luoghi Santi e fa uno strano effetto vedere la spianata davanti al Kotel, il Muro del Pianto, completamente deserta. Ma così è e così deve essere, le vite sono più importanti delle preghiere!

Quando le sirene suonano, quando i razzi cadono, quando il terrorismo è una presenza concreta e temibile, parlare di “accesso limitato ai luoghi santi” come se fosse una scelta politica o, peggio, una discriminazione, significa perdere il senso della realtà o voler mentire per forza.

La verità è semplice e scomoda: la sicurezza viene prima. Sempre. 

Questo vale per tutti. Per ebrei, cristiani, musulmani. Le restrizioni non sono un attacco alla fede, ma una difesa della vita. Perché un luogo santo pieno di fedeli è anche, tragicamente, un bersaglio perfetto. E il patriarca in kefiah non è superiore agli altri rappresentanti delle varie fedi presenti in Israele. Deve rassegnarsi alla realtà come tutti per preservare la sicurezza delle persone, dei suoi fedeli.

Chi oggi si scandalizza per porte chiuse dovrebbe spiegare cosa propone: tenerle aperte mentre piovono razzi? Trasformare basiliche e moschee in potenziali scene di strage? È questa la “libertà religiosa” che si vuole difendere?

C’è poi un altro elemento, più sottile ma ancora più inquietante. Questa indignazione selettiva. Quando Israele protegge i luoghi santi, viene accusato. E qui emerge il nodo vero: l’ossessione. Quando altrove, nei paesi arabi e islamici, i cristiani spariscono, quando le chiese vengono bruciate, quando intere comunità cristiane vengono cancellate, sgozzate, bruciate vive da gruppi islamisti del terrore  il silenzio è assordante, assoluto. Ma a Gerusalemme, se una porta viene chiusa per evitare una strage, scatta l’indignazione internazionale. "Nazisti!" è la parola più gentile che ho sentito e l'hanno pronunciata segretari di partito. Immaginate quali!

È un copione già visto che ormai è diventato insopportabile. Due pesi, due misure. Sempre la stessa porcheria.

Israele è l'unico Paese della regione dove tutti i luoghi santi sono custoditi, accessibili, rispettati. Ma in tempo di guerra no: in tempo di guerra si proteggono le vite delle persone, anche a costo di chiudere porte che nessuno vorrebbe mai chiudere.

La provocazione, allora, non è nelle serrature. È nelle parole, è nell'odio millenario della Chiesa contro gli ebrei.

Perché in questo momento storico servirebbe responsabilità, non dichiarazioni che alimentano tensioni. Servirebbe chiarezza, non ambiguità. Servirebbe riconoscere che la guerra non è un contesto normale o una passeggita, e che pretendere normalità mentre si combatte è, nella migliore delle ipotesi, ingenuità. Nella peggiore, malafede. E la malafede ha guidato le proteste del Pizzaballa e di tutti coloro che oggi lo difendono nel mondo. Le porte si riapriranno. Ma solo quando smetteranno di arrivare missili. Fino ad allora, chi parla dovrebbe pesare ogni parola. Perché in guerra anche le parole possono diventare pericolose.

C'è un limite alla pazienza di Israele. E quel limite viene superato quando, mentre Israele combatte per la propria sopravvivenza, qualcuno decide di fare polemica sulle porte chiuse dei luoghi santi.

Il patriarca Pierbattista Pizzaballa parla, richiama, critica. Ma da quale realtà? Da quale urgenza? Perché qui non siamo in un convegno teologico, ma in un Paese sotto attacco. Gente che corre nei rifugi. Famiglie che vivono con il cronometro della sirena. E in questo contesto la priorità sarebbe tenere aperti i luoghi santi?

Aprire le porte significa riempire chiese, basiliche, moschee. Significa creare concentrazioni di persone. Significa offrire bersagli perfetti a chi non aspetta altro che colpire civili inermi. È questa la richiesta? È questa la responsabilità?

La verità, brutale e incontestabile, è una sola: Israele chiude per proteggere. Non per discriminare. Non per provocare. Ma per evitare morti.

Chi trasforma questa scelta in un caso politico o morale compie un’azione perfida,  falsa e pericolosa perché sposta il problema. Non più i razzi, non più le bombe a grappolo , non più il terrorismo. Ma Israele. Sempre e solo Israele è Il colpevole di tutto. Adesso ha un'ulteriore colpa, secondo Pizzaballa e i suoi difensori, vuole salvare le vite di tutti gli israeliani, pensa un po', quale tremenda discriminazione! Il punto che qualcuno si ostina a non capire: la guerra cambia tutto.

Non esiste “normalità” sotto le bombe. Non esiste diritto che possa essere esercitato ignorando il rischio di morte immediata. Non esiste libertà religiosa se prima non esiste la vita da proteggere. Pretendere il contrario non è idealismo o fede. È irresponsabilità, malafede, odio.

E allora la domanda resta, semplice e brutale: chi si assumerebbe la responsabilità di una strage in un luogo santo aperto “per principio”? Perché è facile parlare. Molto più difficile è rispondere. Le porte oggi sono chiuse. Ed è giusto e sacrosanto così. Si riapriranno quando la guerra finirà. Quando i missili taceranno. Quando la sicurezza tornerà a essere una certezza e non una speranza. Fino ad allora, meno false prediche,  meno malafede,  e più realtà che oggi si può riassumere in tre parole: sirene, missili, morte.

Immaginiamo cosa accadrebbe se un missile colpisse una chiesa colma di fedeli. Il mondo intero maledirebbe Israele che, in tempo di guerra, non ha pensato di chiudere i luoghi santi per sicurezza!  Israele va criticato e maledetto sempre e comunque. Qualsiasi cosa faccia è sbagliata per i sacerdoti dell'antisemitismo, delle menzogne, dell'odio tanto per odiare comunque.

E poi ditemi cosa c'entra il governo italiano! Il Patriarcato di Gerusalemme è parte dello Stato del Vaticano non dello Stato Italiano.  Con quale autorità Tajani ha convocato l'ambasciatore di Israele? E cosa potrebbe dirgli per protestare? "Vergognatevi, brutti ebreacci, perchè chiudete le chiese" ?  E cosa potrebbe rispondergli l'ambasciatore? Niente perché la cosa è così assurda e chiaramente imbastita per creare l'ennesima ondata di odio che mette a disagio, che fa sentire impotenti di fronte a tanta sfrontatezza, di fronte a tanta incomprensibile e odiosa malafede. Perchè i giornali non titolano "Monsignore, si è dimenticato che in Israele c'è la guerra?" Bastava questo, invece tutti o quasi si sono schierati con il patriarca e le sue menzogne contro un paese che combatte per salvare da morte certa i propri cittadini, Pizzaballa compreso. Inoltre bisogna anche sapere che nella Città Vecchia di Gerusalemme, per ovvi motivi, non ci sono rifugi.

Non occorre essere un patriarca, un ministro, un giornalista per capire che i razzi non fanno distinzione tra il tetto di un grattacielo e quello che una chiesa. Lo capirebbe anche un bambino perché questa è la vita che oggi si fa in Israele.

Se monsignor Pizzaballa/kefiah voleva inventarsi un argomento per mettere tutto il mondo cristiano contro Israele e il popolo ebraico, non poteva scegliere un argomento migliore.  C'è riuscito in pieno! Ma la domanda è: chi confessa un patriarca, chi lo monda dai suoi peccati? Vogliono fa passare Pizzaballa per martire ma lui è l'esatto opposto. Lui è uno che accusa sul nulla assoluto e che aggrava con parole menzognere una situazione già gravissima.

Benjamin Netanyahu e il presidente Isaak Herzog hanno allentato la tensione. Questo non toglie la vergogna dell'accaduto, pensato, organizzato e diffuso con cattiveria e con l'unico scopo di scatenare il mondo contro un Israele stanco di tanto odio ma sempre deciso a difendere i popoli che lo abitano, anche i meno meritevoli. Una lezione di grandezza e generosità che Pizzaballa non imparerà mai perché non la può capire.


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