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Antonio Donno
Israele/USA
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La rivolta in Iran è destinata a fallire 15/01/2026

La rivolta in Iran è destinata a fallire.
Commento di Antonio Donno 

Antonio Donno
Antonio Donno

Un po' di pessimismo della ragione: la rivoluzione in Iran anche questa volta è destinata a fallire, come le quattro precedenti dal 1999 al 2022.

La rivolta sanguinosa che sta avvenendo in 200 città dell’Iran è destinata a fallire, come quella del giugno scorso. Le motivazioni sono sempre le stesse. La rivolta è isolata in un contesto negativo, sia interno, sia internazionale. Sul piano interno, essa è priva di un’organizzazione che possa puntare a costruire eventi di rivolta secondo un piano prestabilito e un successione temporale che metta in difficoltà la reazione delle milizie iraniane fedeli a Khamenei; in secondo luogo, le forze armate iraniane non presentano momenti di scissione al loro interno, ma si mantengono compatte intorno a un potere che garantisce loro condizioni di vita accettabili, molto migliori di quelle che il popolo iraniano sta vivendo da molto tempo a questa parte.

     È, dunque, una situazione generale del paese divisa in due blocchi. Da una parte, le milizie di ogni tipo che sono presenti in seno alla struttura sociale e politica dell’Iran rappresentano un fattore di primaria importanza per le sorti del potere degli ayatollah; esse godono di privilegi economici e sociali che la grande maggioranza della popolazione iraniana è ben lontana dal possedere, seppure in forma più modesta. In secondo luogo, la situazione economica del paese è allo stremo e peggiora di giorno in giorno. Industria, agricoltura, esportazioni sono in caduta libera e la gente deve sopravvivere acquistando alimenti il cui costo è aumentato enormemente. Al di là delle contestazioni politiche nei confronti di un potere centrale corrotto, sono proprio le inaccettabili condizioni di vita che spingono gli iraniani a rivoltarsi spontaneamente contro il potere centrale. È una rivolta per il pane, per la pura sopravvivenza.

     Se la situazione interna è terribilmente tesa, tanto da dare vita alle rivolte popolari, la situazione internazionale dell’Iran è anch’essa molto complessa. Assente cronicamente l’Europa per debolezza politica e disinteresse verso una situazione che nel tempo potrebbe avere dei risvolti anche nel continente europeo, la questione è nelle mani di Russia, Cina e Stati Uniti. Finora Trump si è limitato a imporre sanzioni sempre più gravose, tanto che la situazione sociale dell’Iran potrebbe esplodere da un momento all’altro in modo ancora più grave. Per la Cina e la Russia la questione è diversa. Esse osservano attentamente l’evoluzione della rivolta popolare iraniana, confidando che, ancora una volta, possa essere repressa dalle forze armate iraniane, seppur con grande spargimento di sangue. Comunque, i due paesi sarebbero eventualmente pronti a dare una mano a Khamenei e soci. La sopravvivenza del regime degli ayatollah in un quadrante internazionale di grande importanza strategica è un fattore cruciale per Russia e Cina.

     Tuttavia, non v’è ragione per Cina e Russia di temere che la situazione interna dell’Iran possa degenerare in una direzione diversa da quella attuale, cioè di un paese il cui problemi economici e politici non interessano agli Stati Uniti. Trump ha dichiarato, senza mezzi termini, che la questione iraniana non rientra nel quadro della politica internazionale di Washington. E questo è ancora più vero se si considera la sostanza degli accordi tra Trump e Putin, accordi che si inquadrano nella prospettiva di non-interferenza reciproca nelle questioni internazionali (vedi la questione dell’Ucraina). In questo contesto, la rivolta iraniana è destinata ancora a fallire in una repressione sanguinosa e senza scrupoli. In definitiva, la situazione iraniana è sotto il controllo di Russia e Cina, mentre gli Stati Uniti si dichiarano estranei alla questione. Essa non è di pertinenza di Washington.

     Quale che sia la durata della rivolta popolare iraniana, essa è destinata a fallire, per le ragioni dette. Trump ha tutto l’interesse a non coinvolgere il suo paese in una questione che, dal punto di vista delle relazioni internazionali, riguarda la Russia e la Cina. Come i fatti recenti stanno dimostrando, l’attenzione di Trump punta verso l’America Latina, come i fatti del Venezuela hanno dimostrato. Trump vede la situazione internazionale divisa in due blocchi, le Americhe di pertinenza di Washington, l’Oriente della Russia e della Cina.

     E l’Europa della Nato, l’Europa democratica? I rapporti di Trump con questa parte dell’Europa non sono idilliaci, perché il presidente americano ritiene che l’Europa abbia condizionato economicamente gli Stati Uniti sin dal secondo dopoguerra, a danno del suo paese.


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