Come la propaganda si sostituisce ai fatti 31/12/2022
Analisi di David Elber
Autore: David Elber
Come la propaganda si sostituisce ai fatti
Analisi di David Elber

COS'È LA PROPAGANDA - RADIO LINEA N°1

L’articolo “Uno Stato per due popoli in Israele/Palestina” apparso qualche tempo fa su Huffingtonpost è un esempio da manuale di come la propaganda possa indegnamente sostituire i fatti storici.
In poche righe infarcite di inesattezze, mezze verità e vere e proprie menzogne, l’articolo accompagna il lettore verso una realtà dei fatti completamente alterata. Una più approfondita lettura dello scritto fa emergere un chiaro problema di analfabetismo funzionale relativo alla storia dello Stato di Israele e del conflitto voluto e portato avanti caparbiamente dagli arabi. Oltre a questo, c’è il classico repertorio dei termini di diritto internazionale utilizzati a caso e senza la ben che minima cognizione del loro significato, giusto per confezionare uno scritto propagandistico nella cornice del pseudo diritto per aumentarne un valore che non possiede.

Qui vedremo di analizzarne solo gli aspetti più macroscopici e palesemente falsi. Nel pezzo si legge:
“…Nel giro di poche settimane potrebbero essere approvate nuove imponenti edificazioni ebraiche a Gerusalemme Est – che è un territorio occupato da Israele e abitato da centinaia di migliaia di palestinesi. Queste ultime, insieme a quelle varate pochi giorni fa, costituirebbero una delle più imponenti ondate di colonizzazione ebraica della città degli ultimi 30 anni...”

File:HuffPost.svg - Wikipedia

Qui è sufficiente sottolineare i termini di “imponenti edificazioni ebraiche a Gerusalemme Est” o “imponenti ondate di colonizzazione ebraica della città”.
Definire “imponenti edificazioni” il progetto di costruzione di un migliaio di appartamenti in una città di quasi un milione di abitanti è del tutto risibile ma rientra nel normale sviluppo urbanistico di una qualsiasi città con una grande crescita demografica (Gerusalemme è la città più popolosa di Israele). Ma la cosa che colpisce di più è la terminologia usata: “edificazioni ebraiche” e “ondate di colonizzazione ebraica” che sembrano rientrare nella falsariga delle infamanti accuse passate di “giudeizzazione di Gerusalemme”. Infatti, basta scorrere le cifre della crescita demografica della capitale di Israele per scoprire che nel 1967 – quando la città fu liberata dall’illegale occupazione giordana – vi vivevano circa 55.000 arabi (il 20% della popolazione su un totale di 263.000 abitanti). Oggi, dopo le ondate di “imponenti edificazioni ebraiche” gli arabi residenti sono circa 320.000 su una popolazione complessiva di circa 900.000 abitanti, cioè rappresentano più del 35% della popolazione complessiva della città. Va detto, per inciso, che questa è la percentuale più alta di presenza musulmana in città da quando esistono statiche ufficiali: a partire dagli anni ’40 del 1800 in pieno dominio ottomano. Ma questo elemento di bieca propaganda non è che il primo di una lunga serie di altri che sono altrettanto facilmente smontabili.

Vediamo un altro esemplare estratto.
“…Il termine “colonizzazione”, ripetuto più volte in queste prime righe, potrebbe suonare desueto. In verità è l’unico termine appropriato per descrivere precisamente l’azione israeliana nei territori palestinesi. In sintonia con i processi coloniali dei secoli passati, a partire dal 1967 lo stato di Israele ha ininterrottamente espanso la propria presenza fisica e il proprio dominio su territori che, secondo il diritto internazionale, non gli appartengono…”

Questo periodo è un classico esempio di analfabetismo funzionale: cioè l’utilizzo dei termini senza conoscerne il reale significato. Dire che la “colonizzazione israeliana” è uguale a “quella europea dei secoli passati” è semplicemente una menzogna. Per prima cosa bisogna conoscere il significato di “colonizzazione”. Questo è il significato che ne fornisce il dizionario Treccani: “colonizzazione: Attività con cui un popolo si espande in territori che non gli appartengono, colonizza una regione o vi fonda una colonia…”. Già da questa definizione si può facilmente arguire che la costruzione di paesi, città e altri insediamenti umani più piccoli, operati da cittadini israeliani in tutto il territorio che è compreso all’interno dei confini del Mandato per la Palestina del 1922 propriamente detto (cioè del territorio che va dal Giordano al Mediterraneo) non è ascrivibile ad una attività di colonizzazione ma è perfettamente legale in base alle disposizioni del trattato internazionale noto come Mandato per la Palestina. Su questo punto torneremo più avanti. Inoltre, l’esimio autore dovrebbe spiegarci come si fa a conciliare il concetto di colonia come sopra descritto, ad esempio, con il caso degli ebrei di Gerusalemme che furono cacciati dalle loro case dai giordani, e che in alcuni casi (non in tutti) sono riusciti a rientrare nelle loro abitazioni dopo la liberazione della città. Allora, alla stessa stregua, possiamo chiamare “coloni” i francesi, i polacchi o i cechi che sono rientrati nelle loro case dopo esservi stati cacciati dai nazisti durante la loro occupazione?

Entrando più in merito sul concetto di “colonizzazione europea dei secoli passati” si può subito mettere in evidenza che quando i coloni europei si impossessavano di un territorio oltre mare lo facevano senza nessun rispetto delle leggi locali e dei diritti di proprietà acquisiti nel tempo dalle popolazioni locali. In pratica si faceva tabula rasa dei diritti antecedenti la conquista. Il caso del Mandato per la Palestina/Israele è del tutto imparagonabile ad una operazione di colonizzazione. Per prima cosa perché ha avuto l’imprimatur internazionale e soprattutto perché tutti i diritti acquisti dagli abitanti prima della creazione del Mandato furono mantenuti, anzi, i tanti casi di possesso di edifici e terreni da parte di arabi che non ne avevano il titolo legale furono sanati dalle autorità mandatarie. La stessa cosa si può dire dei terreni e delle case occupate da palestinesi dopo la pulizia etnica della popolazione ebraica operata dai giordani: il caso di cronaca più recente è quello delle case del quartiere di Sheikh Jarrah dove famiglie di palestinesi occupano abusivamente delle abitazioni appartenute ad ebrei, e dopo quasi 50 anni di ricorsi ai tribunali, i legittimi proprietari non riescono neanche a fargli pagare l’affitto. Israele, infatti, ha deciso, in molte situazioni che vedono protagonisti abitanti arabi di Gerusalemme o di altre parti di Giudea e Samaria, di applicare le leggi giordane o addirittura ottomane proprio per tutelare i diritti acquisiti dagli abitanti arabi a prescindere dalla piena legalità dei titoli di possesso di case o terreni.

In merito all’affermazione che “a partire dal 1967 lo stato di Israele ha ininterrottamente espanso la propria presenza fisica e il proprio dominio su territori” è bene precisare che la “presenza fisica” al di là degli inesistenti confini del ’67, è circoscritta a circa il 5% del territorio complessivo quindi non proprio una grande “espansione”. E’ opportuno altresì sottolineare che oltre il 90% dei cosiddetti “insediamenti” sono stati edificati su terreni demaniali e non come si vuole far credere su terreni espropriati a legittimi possessori arabi. Un restante 5% è sorto su terreni regolarmente acquistati da cittadini israeliani da privati arabi. I pochi casi di esproprio di terreni sono stati fatti per esigenze militari (cosa del resto prevista dal diritto internazionale se si vuole considerare tale presenza come “occupazione” in base agli articoli 53 e 55 della IV Convenzione dall’Aia del 1907).

Come accennato in precedenza, la legittimità della presenza israeliana nei territori di Giudea, Samaria e Gerusalemme è sancita dal diritto internazionale: il Mandato per la Palestina del 1922, che è stato riconosciuto valido dall’ONU (Articolo 80 dello Statuto), del quale Israele è il legittimo successore. Il fatto che alcune parti di territorio fossero state occupate illegalmente dalla Giordania con una guerra di aggressione non ne ha mai messo in discussione la rivendicazione di sovranità. Infatti, l’annessione giordana del 1950 è stata considerata illegale per un principio di diritto internazionale ben preciso: quello dell’ ex iniura non oritur ius. E questo ci porta direttamente alla seconda menzogna riportata poco dopo:
“La Città Santa è passata dall’essere nel 1967 una città divisa – per metà controllata e abitata da israeliani (Gerusalemme Ovest) e per metà controllata e abitata da palestinesi (Gerusalemme Est)”

O quando si legge:
“il confine che separava Israele dai territori palestinesi prima della guerra del 1967 e della successiva occupazione israeliana della Cisgiordania”
Queste affermazioni palesemente destituite di fondamento vogliono far credere al lettore che prima del 1967 e della guerra dei Sei giorni, esistesse uno Stato palestinese (“La Città Santa per metà controllata e abitata da palestinesi” e “il confine che separava Israele dai territori palestinesi…”). La cosa è ovviamente falsa, visto che come, già sottolineato, questi territori furono annessi dalla Giordania nel 1950, per cui uno Stato palestinese non è mai esistito e questo per volontà degli arabi e non di Israele che aveva accettato la proposta dell’Assemblea Generale dell’ONU di dividere il territorio già assegnato al popolo ebraico nel 1922 con il Mandato per la Palestina. E per questa ragione mai e poi mai si può parlare di “territori palestinesi occupati”.

Il termine “occupazione” nel diritto internazionale è ben disciplinato e non lo si può usare a casaccio come fa l’autore dell’articolo. Esso è disciplinato in base ai termini della terza sezione della IV convenzione dell’Aia del 1907 e segue dei principi chiaramente definiti in base al diritto internazionale e non per poterne darne una interpretazione politica a piacimento. Nel caso dell’articolo in questione il termine “occupazione” ha la stesso valore di verità che ha il volere far credere che esistesse uno Stato palestinese conquistato da Israele: cioè nessuna.
Ma il nadir dell’articolo è però il seguente:
“Ma lo stato israeliano che oggi governa Israele/Palestina non è uno stato realmente democratico. Si tratta – per usare le parole di un noto studioso israeliano, Oren Yiftachel – di una etnocrazia, ossia di uno stato che garantisce e promuove la supremazia e il dominio di un gruppo (gli ebrei-israeliani) su un altro (gli arabo-palestinesi). Ciò avviene tanto all’interno dei confini legittimi di Israele (in cui gli arabo-israeliani sono cittadini di seconda classe da molti punti di vista), quando all’interno dei territori palestinesi occupati” .

Qui troviamo uno dei capisaldi della vulgata neomarxista figliata dai dipartimenti di studi sul colonialismo, ovvero che uno Stato il quale abbia una coesione nazionale forte, e così è avvenuto dal ‘600 in poi, dopo la pace di Westfalia in Europa, sia un concentrato di nequizia. Per cui, il fatto che Israele nasca esattamente come Stato del popolo ebraico, il che, evidentemente non implica che le minoranze che si trovano al suo interno siano oppresse o non godano di diritti analoghi a quelli della maggioranza, è da considerarsi di per sè un misfatto. Peccato che non si faccia alcuna menzione di come sarebbe messa in pratica la garantita e promossa “supremazia” degli ebrei-israeliani sugli arabo-israeliani. Lo scopriremo probabilmente nella prossima puntata della fiction promossa dall’ Huffingtonpost.

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