Tutte queste sono domande importanti e rispettabili, ma ci fanno mettere da parte la questione importante: come uscire dal baratro, chiede Barnea? “Uscire dalla fossa significa restituire i rapiti, ripristinare i kibbutz distrutti e il senso di protezione dei residenti nel sud e nel nord, far tornare a casa i riservisti e cercare di porre fine alla guerra. Non è una sfida semplice: richiede dinamismo, pensare fuori dagli schemi e coraggio. Da tre mesi sentiamo notizie della distruzione di Hamas, della sconfitta di Hamas, dell’eliminazione di Hamas. Sfortunatamente, non riflettono la realtà. Da un punto di vista puramente militare, si sono ottenuti risultati impressionanti, ma c’è una grande distanza tra questi e la distruzione di Hamas”. Benjamin Netanyahu ha creato aspettative che non c’è modo di realizzare. “Anche l’obiettivo più modesto, smantellare Hamas, richiede un adeguamento delle aspettative. Qualsiasi tunnel scoperto e fatto saltare a Gaza è una buona notizia, ma far saltare un tunnel non distrugge tutte le capacità militari e governative. Nelle ultime tre settimane la guerra non ha cambiato la realtà. Costa la vita ai combattenti, aumenta il pericolo di un disastro umanitario di cui Israele sarà responsabile, danneggia Israele nel mondo e non ci avvicina alla vittoria che non c’è”. Anche se Yahya Sinwar o Mohammed Deif venissero eliminati, i risultati della guerra non cambierebbero. “Per entrambi si troveranno sostituti. La condizione che Sinwar pone per il rilascio dei rapiti non è solo la completa cessazione della guerra e la liberazione di migliaia di terroristi dal carcere, ma anche la continuazione del suo dominio nella Striscia di Gaza. Per Israele si tratta di una sconfitta indescrivibile, totale. Solo un leader terrorista molto fiducioso nel suo potere o, in alternativa, un completo psicopatico, potrebbe porre una simile condizione. E’ terribile? Sì, è terribile. E’ giusto accettarlo? Forse, perché il fallimento ha un prezzo: la morte dei sequestrati durante la prigionia di Hamas sarà una macchia indelebile sulla coscienza della società israeliana, sulla sua coesione; perché attualmente non siamo disposti ad aprire un fronte al nord; perché dipendiamo dall’America. La resa dei conti con Hamas dovrà essere rinviata fino al momento in cui Sinwar violerà l'accordo che verrà raggiunto. Questa volta, si spera, l’Idf sarà pronto”. Ma se Israele si ferma ora, sarà difficile riprendere la guerra. “Dipende dalla lunghezza del cessate il fuoco. Se parliamo di tre mesi e scambio di prigionieri, sarà difficile riprendere le operazioni militari”. Intanto l’alta Galilea è una immensa ghost town. “Non vedo come un governo possa sopravvivere se le persone a nord non torneranno a casa” dice Barnea. “La questione è come si possa fare. 60 mila persone nel nord sono fuori dalle proprie case”. Barnea non ha dubbi: “Non c’è dubbio che ci sarà un ruolo per Hamas nel dopo, Hamas è ancora capace di svolgere un ruolo e non scomparirà. La loro missione è uccidere. Ma non significa che non facciano calcoli razionali. Hamas ha un dilemma: quanti prigionieri rilasceranno per i loro ostaggi? Uno a tre, è un calcolo razionale. Come spiegarsi però l’uccisione di civili il 7 ottobre? Sono un nemico molto astuto”.
Intanto il kibbutz Manara, al confine con il Libano e abitato dalla sorella centenaria di Yitzhak Rabin, Rachel, è stato abbandonato.
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