Invece, vedono traballare le loro cattedre e gridano allo scandalo dopo le dimissioni della presidente dell’ateneo di Harvard, Claudine Gay, accusata di aver copiato, senza citarle, pubblicazioni scientifiche altrui. A parere della diretta interessata, non è per via dell’attività di saccheggio sistematico che la sua carriera si è bruscamente interrotta, ma le cause dell’allontanamento volontario sarebbero da ricercarsi negli «attacchi personali e minacce alimentate da razzismo», benché ammetta anche un’ipotesi più verosimile, cioè il dubbio seminato sui «miei impegni nell’affrontare l’odio e nel sostenere il rigore accademico».
Manco fosse una perseguitata, le viene in soccorso un gigante dell’informazione, l’Associated Press, che diffonde a livello mondiale una nota in cui incornicia la vicenda in un contesto cospiratorio, sigillato dal classico quesito complottista: a chi giova? Alle frange reazionarie, naturalmente, dipinte come un pericolo mortale per la libertà accademica contro la quale è stata già «innalzata la minaccia di dissotterrare il plagio», come se fosse un’ascia di guerra, anzi addirittura «l’arma conservatrice contro le università».
Si può concordare sul fatto che per la sinistra la proprietà – anche intellettuale – sia tuttora da considerarsi un furto.