Suleimani si fidava moltissimo di Mousavi e i quotidiani conservatori iraniani lo hanno descritto come il braccio destro del capo negli anni più caldi: quelli della guerra civile siriana per mantenere Assad al potere con qualsiasi mezzo.
Lunedì le colonne di fumo si sono alzate dal quartiere Sayyidah Zainab, appena fuori la capitale, che era stato colonizzato dai pasdaran dall’inizio delle proteste contro il regime di Assad nel 2011. La moschea che dà il nome al quartiere è il più importante santuario sciita nel paese, e i miliziani iraniani che combattevano per il dittatore siriano venivano chiamati “i difensori di Sayyidah Zainab”. E’ un posto dove i pasdaran si sentivano circondati da persone fidate, e aver perso il proprio capo in pieno giorno, nel quartiere simbolo del loro potere a Damasco, è considerato dagli esperti un brutto colpo per l’immagine di Teheran in Siria e una forma di escalation nella guerra allargata, quella che si combatte fuori dai confini di Gaza e che per ora prosegue – in gergo tecnico – a “bassa intensità”. Mousavi è morto in una fattoria, dentro un finto capannone agricolo di Sayyidah Zainab che in realtà era una base di Hezbollah ai confini della capitale. Un luogo che tiene simbolicamente assieme le missioni affidate nell’ultimo decennio al generale, che in vita aveva due compiti: proteggere Assad e far arrivare le armi iraniane a Hezbollah, compresi i preziosi missili balistici Fateh che viaggiano anche per cinquecento chilometri – la distanza che c’è tra Roma e Trento – prima di far esplodere un obiettivo impattando al suolo. Il generale deve aver lavorato bene negli anni perché i siriani non si sono liberati della dinastia Assad e il partito di dio e di Hassan Nasrallah in Libano, dall’ultima volta che ha combattuto Israele in guerra, ha decuplicato i missili nel proprio arsenale.
Ieri a Beirut sono comparsi sui muri i manifesti di Sayyed Razi Mousavi seduto su un divano di velluto scuro abbracciato a Qassem Suleimani, e i canali di Hezbollah hanno scritto che con il suo martirio Israele “ha varcato una linea rossa”. Di certo il Mossad cercava informazioni su Mousavi da almeno dieci anni e mappava i suoi spostamenti e le sue abitudini. Gli israeliani, come prassi, non riconoscono pubblicamente la paternità di operazioni all’estero come quella di due giorni fa, però nel momento in cui è partito l’attacco che ha ucciso il generale il ministro della Difesa Yoav Gallant era in un centro di comando nel nord del paese, vicino al confine con il Libano e la Siria, come se non potesse escludere una reazione immediata e volesse farsi trovare pronto, nel posto giusto per seguire gli eventi sul campo da vicino.
Il presidente dell’Iran, Ebrahim Raisi, ha detto che “il regime sionista pagherà un prezzo” per aver ucciso Mousavi. Ma Israele ancora attende la vendetta iraniana per aver ammazzato lo scienziato-pasdaran padre del programma nucleare, Mohsen Fakhrizadeh, nel novembre del 2020. Gli analisti, guardando agli esempi recenti di omicidi mirati di iraniani, non credono che una reazione diretta di Teheran sia uno scenario credibile in questo momento.
Le divisioni interne al regime degli ayatollah non sono nuove e anche il Wall Street Journal ha scritto che si nota una frattura tra le autorità politiche (il presidente e i diplomatici), che temono una guerra più grande, e i pasdaran, che spesso agiscono in modo autonomo e anche in contraddizione con il potere civile. Dieci giorni fa il ministro degli Esteri, Hossein Amir Abdollahian, parlando con il suo omologo libanese aveva detto: sarebbe meglio che le milizie sciite non esagerassero con le provocazioni. E l’attacco per eliminare Mousavi è arrivato il giorno dopo un’altra dichiarazione di Amir Abdollahian alla televisione di stato con cui il ministro tentava di rassicurare – o di mettere le mani avanti – sostenendo che “Teheran non è direttamente coinvolta negli attacchi contro obiettivi israeliani”. E’ una versione degli eventi che non convince più gli americani, che pure dopo il 7 ottobre si erano affrettati a specificare che l’Iran non sapeva in anticipo del massacro di milleduecento ebrei che Hamas intendeva compiere nel sud di Israele, e che secondo le informazioni della Cia non lo aveva né ordinato né autorizzato.
Se per l’Amministrazione Biden è possibile che Teheran fosse all’oscuro di quello che è successo prima, cioè della fase di pianificazione, non è possibile sia estranea a quello che è successo dopo. Non è possibile che gli attacchi quasi quotidiani dallo Yemen in cui si usano armi iraniane per colpire navi commerciali continuino senza il consenso dei pasdaran. E non è possibile che gli oltre cento agguati contro le truppe americane in Siria e in Iraq da parte delle milizie amiche di (e dipendenti da) Teheran, alcuni dei quali condotti per la prima volta con missili balistici, siano avvenuti senza il supporto dei pasdaran. Nessun americano è stato ucciso in questi raid e l’Amministrazione Biden ha la priorità di evitare un’escalation nella regione, quindi risponde agli attacchi in modo molto prudente e proporzionato.
Per Israele l’obiettivo è diverso: mettere pressione su Hezbollah e sperare che Biden aiuti a negoziare una zona cuscinetto per allontanare i nemici del nord dal proprio confine, e per permettere agli israeliani che lo abitano di tornare nelle proprie case. Se l’accordo non ci sarà, il governo di Netanyahu ha minacciato di prendersi da solo la zona cuscinetto con un’invasione. Hassan Nasrallah ha appena perso un amico e il suo spacciatore di missili e ora potrebbe farsi strumento dei pasdaran per anticipare Israele allargando la guerra.