Caro Livio, non sono d’accordo con lei. È un anno che Zelenski appare ai telegiornali, e la sua voce arriva agli italiani sempre più attutita. Pare quasi che la guerra sia un suo capriccio, che se non ci fosse l’ostinazione di Zelenski e dei duri del suo esercito la guerra sarebbe già finita. In realtà, senza il presidente e senza le armi — comprese quelle fornite dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e in minor misura dai Paesi dell’Unione europea —, Putin si sarebbe preso metà Ucraina, e avrebbe messo un suo fantoccio a governare l’altra metà. Per questo Zelenski va ascoltato. Aprire al suo racconto, alla sua testimonianza della resistenza di un popolo aggredito, una platea vasta come quella di Sanremo, consentirà al grande pubblico di riflettere su quel che accade sui confini orientali del nostro continente. (Il gancio per il collegamento c’è già: la vittoria dell’Ucraina all’Eurovision Song). Siamo un Paese provinciale, ripiegato su se stesso, immerso in un continuo revival. Ci commuoviamo giustamente per le persone che se ne vanno, ascoltiamo in un misto di sgomento e di curiosità il racconto delle loro malattie, ci crogioliamo nel «come eravamo»; e fatichiamo a renderci conto del mondo che cambia, non amiamo confrontarci con ciò che scompagina le nostre abitudini. Il riscaldamento del pianeta? Un’ubbia da «gretini». La guerra in Ucraina? Colpa dell’ostinazione di Zelenski. Magari fosse tutto così semplice.