Nella zona, già colpita in precedenza, si concentrano secondo l'Osservatorio e altre fonti concordanti depositi di armi e missili di Hezbollah, dell'Iran e di altre milizie filo-iraniane in Siria. Nessun commento da parte delle autorità israeliane, che solitamente mantengono il riserbo, anche se lo scorso 31 dicembre, in un'insolita ammissione di responsabilità, le forze armate israeliane hanno riferito di aver colpito una cinquantina di obiettivi in Siria nel corso del 2020. Nessun dettaglio è stato fornito su cosa sia finito nel mirino, ma da quando è scoppiata la guerra civile nel Paese confinante, sono centinaia i raid aerei per il quale è stato accusato lo Stato ebraico. Questo è il primo attacco di Israele alla Siria da quando è entrato in carica il presidente americano Joe Biden dal quale si attende una posizione più conciliante nei confronti dell'Iran rispetto a quella del predecessore, Donald Trump. Un fatto che suscita preoccupazione in Israele. Il 13 gennaio, i caccia israeliani hanno effettuato intensi attacchi aerei nella Siria orientale, prendendo di mira posizioni e depositi di armi delle forze appoggiate dall'Iran. Almeno 57 combattenti sarebbero stati uccisi e decine rimasti feriti. La vigilia dell'ultimo attacco, il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, aveva assicurato che i raid del suo Paese andranno avanti per tutelare «gli interessi strategici di Israele» e impedire all'Iran «di trincerarsi in Siria», considerato da Tel Aviv una linea rossa. Gli attacchi arrivano nel mezzo dell'intensificazione delle missioni di aerei da guerra israeliani a bassa quota nei cieli libanesi che hanno causato nervosismo tra la popolazione. Proprio ieri, Israele ha detto di aver abbattuto un drone proveniente dai territori libanesi.