La parola "terrorista"? Nemmeno per sbaglio!
Testata:
Data: 23/08/2002
Pagina: 13
Autore: Umberto De Giovannangeli
Titolo: I nostri soldati hanno ucciso Ciriello
L’articolo si presenta in alcuni punti poco obiettivo, in altri addirittura fazioso.
Esaminiamone i punti salienti

Per Hamas è una grande perdita. Per i gerusalemiti è una scoperta scioccante. Per i servizi di sicurezza israeliani la conferma della capacità di penetrazione raggiunta dai gruppi terroristici palestinesi nel cuore dello Stato Ebraico.
Per il comune senso morale è la certezza che Israele non può e non potrà mai abbassare la guardia dinanzi al pericolo del terrorismo. Ma per De Giovannangeli
Tutto ciò consegue alla cattura degli arabi israeliani avvenuta nei giorni scorsi a Gerusalemme est da parte di un’unità speciale dello Shin Bet. I membri della cellula di Hamas sono accusati di aver condotto negli ultimi mesi una impressionante serie di attentati in territorio israeliano, provocando la morte di 35 persone e il ferimento di centinaia.
E nonostante tutto questo al giornalista non viene in mente di usare, neppure per sbaglio, la parola "terrorista" ?
A Ramallah migliaia di simpatizzanti del Fronte popolare per la liberazione della Palestina
Specifichiamo: simpatizzanti del terrorismo e forse terroristi loro stessi
Hanno trasformato i funerali di Mohammed Saadat – il fratello del leader del Fplp ucciso tre giorni fa a Ramallah da soldati israeliani -
Ucciso perché? Come?

Dopo aver aperto il fuoco contro i soldati che erano andati a casa sua per arrestarlo.

In una rabbiosa manifestazione di protesta, assicurando che il suo sangue sarà vendicato.
E’ davvero significativo osservare come ai funerali palestinesi il sentimento dominante non sia il dolore, la disperazione per la perdita di una persona cara, un amico, un parente ma l’odio, un odio così profondo da pervadere ogni strato della società palestinese e dove anziché le corone di fiori sono i kalashnikov ad accompagnare i feretri.
E Ramallah ritorna al centro della cronaca anche per un altro tragico fatto di sangue avvenuto il 13 marzo scorso, che costò la vita al fotoreporter italiano Raffaele Ciriello. A cinque mesi dalla sua morte, Israele ha ieri negato che siano stati militari di Tsahal a sparare in direzione di Ciriello. L’inchiesta condotta dalle forze armate israeliane si è conclusa solo di recente e ha stabilito che "non ci sono prove, né conoscenza che alcune unità abbiano aperto il fuoco in direzione del fotografo né ha attivato alcun ordigno esplosivo in quel momento e in quel posto".
Conclusioni che contrastano apertamente con la versione fornita da un testimone oculare, il giornalista televisivo Amedeo Ricucci, secondo cui Ciriello fu colpito allo stomaco da una raffica sparata da un carro armato distante 150-200 metri.

Trovo meschino – rileva con amarezza Ricucci – a distanza di sei mesi dalla morte di Raffaele, che l’esercito israeliano continui a mentire su questa uccisione e non si assuma le proprie responsabilità.

E noi troviamo altresì meschino che De Giovannageli termini con questa frase l’articolo senza spiegare nulla, senza confutare una versione più volte smentita dai fatti, senza ricordare (a distanza di sei mesi qualcuno potrebbe aver dimenticato) che in quel luogo erano in corso scontri a fuoco con palestinesi armati fino ai denti (che peraltro si vedono nel filmato), che da alcuni giorni era in vigore il coprifuoco e, come ogni giornalista sa, avventurarsi in zone di guerra è estremamente pericoloso per la propria incolumità ed infine che a distanza di 150-200 metri era pressoché impossibile distinguere, con il semplice ausilio degli occhi, fra un palestinese armato di fucile e un fotografo che impugnava un teleobiettivo,sbucato all’improvviso da un vicolo

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