Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 05/10/2020, a pag. 1 con il titolo "Se lo spirito di solidarietà di incrina" il commento di Abraham B. Yehoshua.
Abraham B. Yehoshua, tra i massimi romanzieri contemporanei a livello mondiale, farebbe bene a scrivere racconti invece di tentare la strada dell'analisi politica, su cui già spesso è scivolato in questi anni. Anche sforzandosi di mantenere un certo equilibrio nella descrizione della crisi sanitaria in Israele, Yehoshua addossa a Benjamin Netanyahu colpe immaginarie e insiste oltre misura sulle accuse rivolte contro il premier, tutte in realtà superficiali.
Ecco l'articolo:

Abraham B. Yehoshua
L’attuale pandemia di coronavirus imporrà agli israeliani un esame di coscienza non meno rigoroso e profondo (se non addirittura di più) di quello fatto dopo la guerra dello Yom Kippur nel 1973. Non so come evolverà la situazione, se la pandemia si fermerà, si indebolirà, se l'attuale lockdown sarà veramente efficace, se sarà l'ultimo, quali danni subirà l'economia e quale sarà il tasso di disoccupazione. Al di là di queste domande, pertinenti a tutti gli abitanti del mondo, la società israeliana dovrà chiedersi come sia arrivata a un livello di contagio tanto elevato da averla costretta, a differenza di altri Paesi, a un nuovo e ancor più rigido periodo di isolamento. Dopo tutto Israele non è una Nazione del terzo mondo. È uno Stato ben organizzato, con frontiere chiuse e strettamente sorvegliate. È preparato a emergenze belliche prolungate e ha un esercito grande e ben addestrato in grado di reclutare rapidamente riservisti che potrebbero dare una mano al personale sanitario nell'eseguire test e nel predispone ospedali da campo e che eventualmente potrebbero coadiuvare la polizia nel compito di far rispettare le misure anti contagio. n altre parole Israele avrebbe potuto gestire in maniera più efficace l'emergenza e mantenere sotto controllo l'epidemia senza che si rendesse necessaria una nuova chiusura, dannosa per l'economia già sull'orlo del collasso. Invece non è andata così. Cos'è successo? Come mai si è arrivati a uno stato di cose tanto preoccupante? Va subito detto che questo fallimento non è da imputare solamente al bizzarro governo che si è formato dopo tre tornate elettorali terminate con un nulla di fatto. Anche se, come molti altri esecutivi ritrovatisi ad affrontare un fenomeno nuovo e sconosciuto, pure quello israeliano, nonostante l'eccellente livello del personale medico, ha commesso qualche errore nella lotta contro il virus. È chiaro però che la disastrosa situazione in cui ci troviamo non è dovuta solo a malagestione e a decisioni sbagliate ma anche al comportamento promiscuo e persino provocatorio di varie fasce della popolazione. Il che sta a indicare che lo spirito di solidarietà nazionale israeliano si è profondamente incrinato. Tre fasce della popolazione se ne infischiano delle disposizioni mirate a contenere l'epidemia, e lo fanno pubblicamente e senza sensi di colpa aggravando così la diffusione del virus. Primi fra tutti gli ultraortodossi, soprattutto i Chassidim, che riempiono ospedali e cimiteri. È fra di loro infatti che si registra il maggior numero di contagi. Le varie fazioni chassidiche e religiose (alle quali, negli ultimi dieci anni, si sono affiancati i religiosi nazionalisti) si sono gonfiate a dismisura non solo in Israele ma in tutto il mondo, diventando una realtà di primo piano nella politica israeliana e ricevendo da Benjamin Netanyahu sostegno e privilegi come mai in passato. La provocatoria e spregevole dichiarazione del primo ministro agli inizi della sua carriera - "La sinistra ha dimenticato cosa significa essere un ebreo" - ha fatto sì che gli ultraortodossi diventassero il suo più prezioso partner politico, ha aggravato il loro parassitismo nella società israeliana e li ha resi civicamente indisciplinati.
Per inviare alla Stampa la propria opinione, telefonare: 011/65681, oppure cliccare sulla e-mail sottostante