Riprendiamo dal GIORNALE di oggi, 13/01/2015, a pag. 2, con il titolo "La fuga degli ebrei d'Europa: in Israele per salvarsi dall'odio", il commento di Fiamma Nirenstein; da REPUBBLICA, a pag. 10, con il titolo "Appelfeld: 'Il mondo intero ci deve proteggere' ", l'intervista di Guido Andruetto a Aharon Appelfeld; a pag. 11, con il titolo "Restiamo in Francia nonostante l'odio o daremo a Hitler una vittoria postuma", il commento di Claude Lanzmann.

Gli ebrei fuggono dalla Francia, sono accolti da Israele
Ecco gli articoli:
IL GIORNALE - Fiamma Nirenstein: "La fuga degli ebrei d'Europa: in Israele per salvarsi dall'odio"

Fiamma Nirenstein
LA REPUBBLICA - Guido Andruetto: "Appelfeld: 'Il mondo intero ci deve proteggere' "
Aharon Appelfeld
Parla lentamente, Aharon Appelfeld, soppesando ogni frase tra lunghi sospiri. Dalla sua casa a Gerusalemme lo scrittore israeliano, che compirà 83 anni a febbraio, sta seguendo con una preoccupazione fortissima la difficile situazione in cui si trovano gli ebrei a Parigi e in Francia. «Provo orrore, solo orrore, per quanto è avvenuto a Parigi — dice il romanziere di famiglia ebraica, che da bambino fu deportato in un campo di concentramento insieme al padre, dopo che i nazisti ne avevano ucciso la madre, per poi riuscire miracolosamente a fuggire e a salvarsi — è terribile che siano stati uccisi dei giornalisti ma anche degli ebrei. Tutto questo mi fa male. L’agguato al kosher market è una cosa orribile. Mi ha ricordato le violenze che gli ebrei hanno subito durante la seconda guerra mondiale».
Appelfeld, come si vincerà questo clima di paura? «Non lo so. I giornalisti sono stati assassinati perché giornalisti e gli ebrei sono stati uccisi perché ebrei. Esattamente come succedeva durante il nazismo. La comunità internazionale non dovrebbe permettere questo, gli ebrei vanno protetti. Oggi ripiombiamo in un passato di terrore, nella barbarie che l’Europa si era lasciata alle spalle. Non doveva più tornare. E invece è qui, sotto i nostri occhi».
Secondo lei le misure di sicurezza basteranno per impedire altri attentati? «Ce lo auguriamo tutti. Da un lato è necessario che le forze dell’ordine proteggano con la massima attenzione le scuole ebraiche, le sinagoghe e i negozi delle nostre comunità a Parigi e nel resto del Paese, ma dall’altro è evidente che per fare ciò occorreranno risorse economiche e umane sicuramente elevate. Non ho idea se il governo francese disponga di questi mezzi».
Dopo il corteo in cui hanno sfilato insieme Netanyahu e Abu Mazen, il premier israeliano ha fatto visita al negozio kosher. Sono segnali importanti? «Sicuramente sì, vanno accolti positivamente. Però penso che tutti i capi di Stato debbano continuare a esprimere la loro solidarietà e a impegnarsi per la pace. La partecipazione deve essere la più ampia possibile in queste situazioni».
La sua esperienza di vita la induce a rivolgere quali parole agli ebrei che in queste ore vivono il dramma del terrorismo? «Si sentono vulnerabili, hanno paura. Li capisco. E gli sono vicino, davvero vicino. Gli mando tutta la mia solidarietà perché mi identifico in loro e in quello che stanno vivendo. Mi permetta però di farle notare che non è un problema solo per gli ebrei: quanto è accaduto a Parigi evidenzia rischi che vanno oltre l’antisemitismo. Riguardano l’Europa intera. Questo terrorismo barbarico, senza pietà, non è solo un problema per gli ebrei. È stata colpita l’Europa ».
Cosa accadrà alla lunga tradizione di dialogo interculturale in Francia? Siamo a un punto di non ritorno? «Dipende dalla reazione del governo francese. Certamente è fondamentale che vengano identificati e fermati tutti gli estremisti islamici. L’Europa dal canto suo dovrà aiutare la Francia in queste azioni. Ne va della libertà di tutti».
LA REPUBBLICA - Claude Lanzmann: "Restiamo in Francia nonostante l'odio o daremo a Hitler una vittoria postuma"

Claude Lanzmann
«Hyper casher» c’è scritto sull’insegna di un supermercato ebreo di Porte de Vincennes! Felice come Dio in Francia, come recitava il vecchio proverbio yiddish. Non c’è dubbio: i clienti che frequentavano abitualmente questo negozio vedevano l’uso della parola «casher» non solo come uno slogan pubblicitario, ma come una fiera rivendicazione identitaria in un mondo pacifico. Nessuno, nonostante numerosi segnali che avrebbero dovuto aprire gli occhi, giudicava questo proclama come un’imprudenza, fonte di un possibile pericolo. Molti vedranno forse in tutto questo una manifestazione dell’incurabile ottimismo ebraico: il tempo delle stelle gialle sembrava passato per sempre. Ci sono anche delle macellerie halal in certi quartieri di Parigi, a boulevard de la Chapelle, per esempio, magari c’è anche un Hyper halal, ma gli ebrei rispettano la deontologia commerciale e nessuno tra loro ha mai immaginato che possa essere suo dovere abbattere a bruciapelo gli amatori della bistecca halal. Eppure il 9 gennaio, dopo ore di spavento e di angoscia, il giallo è stato inzaccherato di sangue, come era successo due giorni prima con i morti e i feriti di Charlie Hebdo . L’odio antiebreo ha gettato la maschera con una brutalità inaudita, senza fronzoli e senza alibi: «Morte agli ebrei» ha cessato di essere uno slogan ripetuto così spesso da svuotarsi dell’essenza del suo significato, vale a dire la morte, per farvi, al contrario, ricorso in modo letterale, somministrarla all’istante, ancor prima di parlare, come se fosse l’unico linguaggio. Prima si ammazza, dopo si parla, dopo si ammazza ancora, omicidi intermezzati da giustificazioni idiote. L’antisemitismo, diceva Sartre, non è un’opinione, è un crimine. Qui siamo all’acme dell’antisemitismo: il crimine nudo. Ed è la stupidità degli assassini che sarà, in fin dei conti, garanzia della loro sconfitta. Ha ragione chi dice che le vittime di Charlie Hebdo, Wolinski, Cabu, Charb, Tignous, Honoré, Oncle Bernard, Elsa Cayat, Michel Renaud, Mustapha Ourrad e Frédéric Boisseau, quelle dell’Hyper Casher, Yohan Cohen, Yoav Hattab, Philippe Braham, François-Michel Saada e i tre poliziotti, Franck Brinsolaro, Ahmed Merabet e Clarissa Jean-Philippe, sono morti da martiri. Perché la loro morte è rivoltante come un’esecuzione capitale e scatena una mobilitazione spontanea, in tutte le città di Francia e in numerose capitali del mondo: milioni di persone comuni che dicono «NO». E questi «no» hanno un peso formidabile, che farà misurare agli assassini la loro sinistra solitudine. La questione non è più sapere se gli ebrei di Francia devono lasciare il loro Paese di nascita o di accoglienza per andare in Israele (perché è una cosa di cui si parla) oppure rimanere, nonostante i crimini. Ha ragione Manuel Valls, il primo ministro: «La Francia senza gli ebrei non sarà più la Francia». Non regaliamo a Hitler questa vittoria postuma.
(Copyright Le Monde. Traduzione di Fabio Galimberti)
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