«È davvero difficile esprimersi unitamente e rapidamente ». Emanuel Segre Amar, uno dei due vicepresidenti della Comunità Ebraica torinesi, nonnascondeunpo’diamarezza quando, sei giorni dopo l’apertura della mostra contestata, ancora non ci si è messi d’accordo su un’articolata lettera al Museo.
Che cosa sta succedendo?
«Circolano due versioni diverse della lettera. Una l’avevo abbozzata io, la seconda è alternativa. E se nella mia io propongo di sottolineare l’oggettiva propaganda politica anti-israeliana che deriva dalla mostra e l’enorme differenza tra la resistenza italiana contro i nazi-fascisti che il Museo dovrebbe celebrare e ciò che fanno oggi i palestinesi governati da Hamas, nell’altra si legge solo che la mostra non è stata seguita con l’attenzione che ci si doveva aspettare da un ente pubblico e che quindi la nostra fiducia è stata mal riposta ».
Quando si deciderà?
«Nelle prossime ore. Bisogna anche scegliere, dopo aver scritto la lettera, azioni conseguenti. Noi chiediamo che la mostra venga chiusa, anche se siamo consapevoli che questo potrebbe non essere possibile, o in alternativa che i vertici del Museo si dissocino dai suoi contenuti. Ma credo che anche questo sia difficile. E allora che cosa resta? Andarsene dal Museo. Ma è una specie di tabù che a molti consiglieri potrebbe non piacere ».
In che modo potrebbe finire questa storia?
«Con una lettera di condanna e dove si lamenta ciò che il presidente ha già detto, e cioè che la mostra avrebbe dovuto essere riadattata e controllata, il che non è avvenuto. Una lettera che però è cosa ben diversa dalla posizione più ferma che si dovrebbe prendere. La stessa presa di distanza da una propaganda politica anti-Israele è qualcosa che non piace a tutto il nostro direttivo».
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Daniela Santus
L’Università è il luogo d’eccellenza per ospitare il confronto tra le parti. Per una volta a Torino, nella sala dove martedì si discutevano le tesi del Dipartimento di Lingue, non è stato così. «Oggi, per la prima volta in 25 anni di carriera, mi sono rifiutata di presiedere alla laurea di due studentesse che hanno presentato un lavoro sulle “città palestinesi”», è lo sfogo apparso (poi cancellato) su Facebook della professoressa Daniela Santus. «Ho espresso la mia riprovazione alla commissione che intendeva laurearle e, dopo che il Direttore ha proposto di sostituirmi, me ne sono andata».
Sostituzione
Il pomeriggio della docente di Geografia - ebrea, che nel 2005 fu duramente contestata dai centri sociali per le sue lezioni e per aver invitato nell’Ateneo il viceambasciatore israeliano, Elazar Cohen - si è concluso alle 17,30 quando ha lasciato libera la poltrona di presidente di commissione. Che aveva occupato per l’improvvisa assenza della professoressa di Storia, Ada Lonni, presidente del corso di Comunicazione per il Turismo e relatrice della tesi «Percorsi classici e letterari di città palestinesi».
«Ho deciso di sfogliarla perché avevo notato due lavori con lo stesso titolo», dice Santus. E’ così che la ricerca a quattro mani di Enrica Mazzei e Atif Kaoutar, è finito nelle mani della docente.
Le frasi sotto accusa
«Ho letto velocemente, e ho scoperto che gli ebrei sono “sionisti”, che sono in Palestina per sfruttare la manodopera araba, che l’Olp non ha compiuto attentati e che la Striscia di Gaza non è mai stata privata degli insediamenti ebraici», dice Santus.
«Popolo oppresso»
La tesi propone una guida turistica costruita sulle opere di tre scrittori palestinesi. «Lavoro buono – si legge nel giudizio compilato dalla relatrice -. Con alcune considerazioni di cui sono responsabili le autrici».
«Il popolo palestinese è oppresso, gli sono negati i diritti umani – dice una delle studentesse, Enrica Mazzei -. Forse abbiamo usato definizioni troppo severe, ma non giustifichiamo il terrorismo e non avevamo paura della discussione». Le laureande sono rimaste per quasi 2 ore ad aspettare il loro turno davanti alla porta chiusa. «La proclamazione è un momento felice che non ho voluto rovinare – ribatte Santus -. Ho preferito essere sostituita, ma non potevo proclamarle dottoresse». Alla fine, i punti alla tesi sono stati 6 su 10.
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Ugo Volli Younis Taufik
«No, guardi - è la reazione secca del professor Francesco Panero - non mi interessa sapere che cosa ha scritto su Facebook la collega Santus del Dipartimento di Lingue che dirigo. Mi basta conoscere cosa so io. E cioè che lei non ha letto la tesi e nemmeno ascoltato la sua discussione. Lo affermo con certezza perché ho sostituito io la professoressa in aula. Non capisco su quali basi giudichi il lavoro come “filo palestinese”».
Itinerario culturale
La politica, o meglio le accuse di far politica, entrano all’ Università di Torino. A muoverle, più o meno velatamente, Daniela Santus, la docente di Geografia che ha scelto di non assistere alla presentazione della tesi sugli «itinerari culturali in Palestina». Aggiunge Ugo Volli, professore di Semiotica: «Siamo mille e ottocento docenti - dice - e rappresentiamo una grande azienda. Eppure c’è chi usa le lezioni per fare propaganda. Ed è sbagliato, sleale verso gli studenti. Perché alcuni crescono convinti di poter aumentare proseliti con le loro tesi di laurea. Comunque, riguardo la vicenda specifica, penso che la professoressa Santus non abbia sbagliato: se in coscienza un docente sente di non essere neutrale è meglio che lasci giudicare il laureando da un sostituto».
La mostra sotto accusa
Il caso della tesi «anti israeliana» scoppia il giorno in cui il vicepresidente della comunità Ebraica, Emanuel Segre Amar, bolla come «atto gravissimo» la decisione della Presidenza della Repubblica, Comune, Provincia e Regione di aver dato il patrocinio alla mostra allestita nel Museo diffuso della Resistenza. È intitolata: «Il lungo viaggio della popolazione palestinese rifugiata». «Prendiamo ufficialmente le distanze - dice Segre - da una mostra che crede di insegnare e invece disinforma. Accomunare la resistenza italiana a quella palestinese non ha alcun senso». E poi aggiunge: «Sono tempi difficili per la nostra comunità. Penso a ciò che sta accadendo nella Città Santa e all’eco distorto che quei fatti hanno qui, in Italia, e a Torino».
Il paradosso è che una sensazione analogo è percepita dalla comunità araba. Pare che la città sia condizionata da ciò che accade altrove: «Il fondamentalismo non ci aiuta. L’Isis, le decapitazioni, gli atti criminali stanno ricreando quel clima di pregiudizio che già abbiamo sùbito dopo l’attentato dell’11 settembre - dice Younis Taufik, scrittore e presidente del centro culturale “Dar Al Hikma” -. Sono ovviamente felice che nel dipartimento di Lingue la discussione della tesi si sia svolta con regolarità e le due ragazze, alla fine, si siano laureate. Ma ritengo inopportuno e bambinesco l’atteggiamento della professoressa. Un danno per ciò che rappresenta l’Ateneo».
Il pregiudizio
Younis Taufik, giunto dall’Iraq circa vent’anni fa, si è laureato in Lettere proprio all’Università di Torino e il pregiudizio sa cos’è: «Facevo tante domande sulla lingua. Ero innamorato della Divina Commedia. Alcuni dicevano fossi una spia di Saddam Hussein. Mi isolavano. Invece nel vostro Paese ci sono arrivato per aver voluto seguire Dante».
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Pubblichiamo la lettera inviata a IC da un lettore, seguita dal nostro commento:
Cara redazione di IC,
Nell' articolo di ieri, ripreso da Repubblica e scritto da Vera Schiavazzi non avete sottolineato che la folla di gente intorno alle macerie di una citta' del medioriente non si trovava a Gaza ma a Yarmuk in Siria.
Ecco il link per quella foto
http://www.amnesty.org.uk/issues/Syria
La mostra in questione non solo diffama Israele e gli ebrei che ci vivono, ma mette anche foto e notizie false.
Che vergogna per Torino e per la sua amministrazione comunale. Sono i soliti antisemiti che diffondono propaganda araba nazisteggiante da anni e anni. Che schifo !
Alberto Levy - da Israele