Per 29 giorni Hamas ha subito gli attacchi israeliani da cielo, terra e mare ma è ancora in piedi: questo è il suo maggiore risultato. Il merito è della rete di tunnel e bunker costruiti negli anni sotto l’intera Striscia di Gaza con depositi di armi, mense, dormitori, motociclette, infermerie e centri di comando grazie ai quali ha potuto combattere dal sottosuolo contro le truppe di terra israeliane. I tunnel offensivi sono stati in gran parte distrutti da Israele, i razzi a lungo raggio sono stati abbattuti da Iron Dome e i droni dai Patriot ma la guerriglia stile-vietcong ha preso di sorpresa l’avversario, ottenendo un risultato tattico che va ben oltre i 63 soldati uccisi.
«Abbiamo indebolito la deterrenza di Israele» affermano i portavoce di Hamas sottolineando il successo di Mohammed Deif, il capo delle Brigate Qassam, in sedia a rotelle e senza un braccio, riuscito a guidare a distanza i combattimenti grazie a un sistema di comunicazione rivelatosi impermeabile all’alta tecnologia dell’avversario. Alcuni ufficiali israeliani usciti dalla Striscia affermano che Hamas «ha combattuto meglio di Hezbollah in Libano del Sud» nel 2006 perché i suoi combattenti «operavano a 360° gradi, entrando e uscendo in continuazione da bunker che conoscevano a menadito».
La conseguenza è la sopravvivenza politica di leader politici come Ismail Hanyeh, il cui prestigio ora è in crescita fra i palestinesi della West Bank ed anche in molte piazze del mondo arabo.
Se un mese fa Hamas appariva isolata e indebolita, ora ha riacquistato popolarità e forza. Ma si trova ad affrontare la sfida più difficile: il negoziato sul cessate il fuoco. Hamas vuole ottenere un risultato visibile sulla riduzione del blocco economico israelo-egiziano alla Striscia. L’interlocutore è l’Egitto, che però è intenzionato a favorire l’insediamento di Abu Mazen nella Striscia e anche a consegnare a lui - e non a Hamas - la torta della ricostruzione civile che vale centinaia di milioni di dollari. L’altro grattacapo di Hanyeh, Deif e Mashaal sono i funerali per i combattenti caduti: finora non ne hanno celebrato alcuno, per tenere il segreto sulle perdite, ma ora le famiglie li reclamano. Potrebbero far venire alla luce lo scontento popolare nei confronti della guerra.
Israele Cairo e Ryad. Netanyahu ha trovato nuovi 'amici'
L’operazione «Tzuk Eitan» ha inferto duri colpi a Hamas: distrutti 32 tunnel che arrivavano in Israele, eliminati oltre 80 comandanti militari e centinaia di uomini armati, dimezzato l’arsenale balistico, rase al ruolo dozzine di fabbriche di armi, basi di addestramento e rampe di lancio. A cui bisogna aggiungere il successo del sistema anti-balistico Iron Dome, riuscito a intercettare il 90 per cento dei razzi a corto a lungo raggio. Ma Hamas non è sconfitta nè tantomeno disarmata, i suoi leader politici e militari sono usciti indenni e anche i centri di comando e controllo sono sfuggiti alla caccia di droni e satelliti. Ciò significa che la «quiete nel Sud», obiettivo di Benjamin Netanyahu, resta in bilico così come l’intento di «disarmare» Hamas viene rinviato.
Se i risultati militari sono in chiaroscuro più visibile invece il successo politico ottenuto da Israele in Medio Oriente: l’intervento contro Hamas ha suggellato l’intesa di ferro con Egitto e Giordania, e consolidato i rapporti informali con uno schieramento senza precedenti composto da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Kuwait. Sono Paesi che questa volta, a differenza del passato, hanno evitato attacchi duri a Israele durante il conflitto. Ciò che accomuna questa coalizione è l’opposizione all’Iran sciita e la convinzione che Hamas sia un tassello della strategia di Teheran di insediarsi, da Damasco a Baghdad, nel mondo sunnita. È una coalizione di alleati dell’America che non si sentono più protetti da Washington mentre Netanyahu, mandando le truppe di terra contro i «mercenari di Teheran», ha conquistato crediti e apprezzamento. I maggiori problemi politici per Israele vengono dall’Europa: l’Ue è in subbuglio e all’orizzonte c’è lo scenario di doversi difendere al Tribunale penale dell’Aja dall’accusa di aver commesso crimini di guerra a Gaza. E poi deve guardarsi alle spalle perché nella compagine di governo c’è maretta: l’ala destra della coalizione, con i ministri Avigdor Lieberman e Naftali Bennet, contestano al premier risultati troppo esigui contro Hamas mentre al centro la titolare della Giustizia, Tzipi Livni, percepisce l’esistenza di nuovi spazi politici e si spinge fino ad auspicare il «cambio di regime a Gaza» a favore di Abu Mazen.
Stati Uniti Passi falsi e cambi di rotta così gli americani hanno perso influenza
Il Segretario di Stato americano John Kerry ha tentato di cogliere a Gaza un risultato capace di far dimenticare il passo falso sui negoziati fra Israele e Autorità palestinese. È così entrato nella trattativa sul cessate il fuoco, scegliendo di far leva su Qatar e Turchia per avere un canale diretto con Hamas. Il risultato è stato di irritare l’alleato israeliano, che non ha gradito le bozze di tregua in cui era stato messo sullo stesso piano di Hamas, e di far infuriare gli egiziani, che hanno considerato l’apertura al Qatar una sorta di tradimento politico. Per non parlare di Riad, che ha visto nella mossa pro-Qatar di Kerry la riconferma del sospetto della svolta filo-Teheran di Obama. La cosa peggiore per Kerry è stata l’inefficacia del binario Qatar-Turchia perché Hamas, per cinque volte di seguito, ha violato le tregue umanitarie confezionate, con formule diverse, da Usa e Onu. Bersagliato da fughe di notizie, liti con gli alleati e perfino con le cimici nel cellulare, Kerry ha dato forfait abbandonando il binario del Qatar per tornare a Washington riconsegnando la palma dei negoziati agli egiziani. Il risultato è un ulteriore indebolimento dell’influenza americana nella regione.
Iran La regia di Theran dietro le armi balistiche usate dai miliziani
Durante i primi giorni di combattimenti Teheran ha avuto un profilo basso, che sul finale ha poi deciso di alzare rivendicando il merito di aver aiutato Hamas ad avere razzi più avanzati per colpire Israele. Gli Hezbollah hanno seguito un percorso analogo, passando dalle esitazioni iniziali all’aperto sostegno, con tanto di appello agli arabi ad «unirsi alla battaglia di Gaza».
A venire alla luce è stato così un doppio risultato dell’Iran. Primo: la Forza Al Quds ha avuto un ruolo-chiave nell’addestramento di Hamas e Jihad islamica alle nuove armi balistiche. Secondo: a dispetto dell’acredine frutto della guerra civile siriana, dove Hezbollah e Hamas sono su fronti opposti, Teheran è riuscita a mantenere stretti contatti con Ismail Hanyeh e Mohammed Deif. Ma non è tutto: Israele negli ultimi 12 anni ha intercettato due navi di armi iraniane per Gaza e ha attaccato più volte in Sudan i loro centri di smistamento verso il Sinai ma ciò non ha impedito a Teheran di far arrivare nella Striscia alcune delle armi più nuove, come i droni senza pilota armati di missili. Senza contare le voci secondo cui addestratori iraniani avrebbero affiancato Hamas durante i combattimenti.
Egitto La vittoria di Al Sisi: indebolisce Hamas e "conquista" la tregua
Il Presidente Al Sisi è il vero vincitore del conflitto di Gaza. Due i motivi. Sul fronte militare, l’intervento di Israele ha indebolito Hamas come lui desiderava perché considera i fondamentalisti palestinesi un avversario: alleati dei Fratelli Musulmani, registi dei gruppi jihadisti nel Sinai e coinvolti in operazioni contro le forze del Cairo. Sul fronte politico il successo sta nel fatto che il cessate il fuoco è arrivato con la proposta di tregua egiziana e non con quella, rivale, del Qatar. La sfida fra Il Cairo e Doha ha tenuto banco nelle ultime due settimane. Il Qatar ha tentato di sostituirsi all’Egitto come garante del cessate il fuoco a Gaza e Al Sisi ha respinto l’affondo. Nonostante l’America vedesse con favore il binario del Qatar. Se Al Sisi ha prevalso sul fronte diplomatico è anche perché il presidente palestinese Abu Mazen si è schierato con lui, dopo un incontro con il re saudita Abdullah. L’intento di Al Sisi ora è di resuscitare il governo di unità Fatah-Hamas per aprire ad Abu Mazen le porte di Gaza, affidando ai suoi uomini la gestione dei confini e dunque anche la riapertura dei valichi. Impedendo a Hamas di tornare a gestire i traffici di frontiera.
Turchia e Qatar. l'inedita coppia ha scombussolato gli equilibri regionali
Questo tandem è un nuovo attore sul palcoscenico del Medio Oriente. Sono gli Stati più favorevoli a Hamas e più ostili a Israele. Il Qatar ha giocatol acarta di Khaled Meshaal, capo di Hamas all’estero ospite aDoha,per entrarenel negoziato sul cessate il fuoco. E laTurchia di Erdogan ha tacciato Israele di «nazismo», spingendosi fino ad evocare Hitler, puntando su una retorica talmente ostile da spiccare nel mondo musulmano. Il Qatar voleva rompere l’isolamento arabo - dovuto al sostegno ai Fratelli Musulmani egiziani -mentre Erdogan guarda al voto presidenziale, convinto che la carta anti-Israele gli gioverà. In attesa di sapere se sono calcoli giusti, l’inedita coppia ha scombussolato gli equilibri regionali, facendo comprendere che nell’attuale Medio Oriente tutti possono provare a emergere.
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