In queste settimane, nelle sale di sicurezza delle compagnie aeree, gira una cartina. Alle mete da monitorare attentamente - Libano, Sinai, Etiopia - si sono aggiunti tre cerchi rossi: l’Est dell’Ucraina, la Siria, adesso Tel Aviv, dove lo scalo Ben Gurion funziona a un decimo delle sue possibilità. Situazioni diversissime, ma cruciali per business e turismo.
È la guerra nella guerra, che fa svoltare le rotte, affossa i conti dei vettori, mette a nudo la debolezza di chi fissa i paletti. L’Agenzia europea per la sicurezza aerea (Easa), per esempio, che ieri ha emesso un bollettino con una «forte raccomandazione» ad evitare il Ben Gurion «fino a nuove indicazioni». Uno stop? Nemmeno per sogno, perché l’ente non ha i poteri di blindare le tratte. «Raccomandazioni come queste hanno un impatto dissuasorio ma non rappresentano un divieto - ragiona Andrea Giuricin, docente della Bicocca ed esperto di trasporti -. I poteri dell’Agenzia sono abbastanza limitati e non è un caso che dopo la tragedia ucraina si discuta di una revisione delle procedure». Al momento, nel Vecchio Continente, la decisione è nelle mani delle compagnie e delle organizzazioni nazionali. Di solito i blocchi sono causati da eventi naturali - il vulcano del 2010 - oppure in vigore su aree limitatissime: la Casa Bianca, gli stadi durante i mondiali in Brasile. Questa volta no, questa volta il nemico sono i razzi, anche se quelli in dotazione ad Hamas hanno una tecnologia decisamente inferiore rispetto a quello che ha abbattuto il Boeing della Malaysia Airlines. «Sono rozzi, non hanno un radar: la probabilità che possano centrare un aereo di linea è abbastanza bassa» dice l’analista Gregory Alegi, docente della Luiss. «I rischi maggiori li corrono gli aerei parcheggiati. C’è una parte di emotività nelle scelte di queste ore, soprattutto perché in Ucraina tutti erano consapevoli dei pericoli». Chiamatela, se volete, coscienza sporca. Oppure- ragiona Alegi - di tentativo, da parte dell’amministrazione Obama, di far pressione su Netanyahu per portarlo al tavolo della trattative. L’unica certezza è che negli Stati Uniti, per ora, ha vinto la prudenza: la Federal Administration Aviation ieri sera ha esteso lo stop anche per le prossime 24 ore, spaccando il fronte degli esperti. Di fianco allo scalo, spiega la Faa, ci sono detriti e rottami. Volare lì sarebbe troppo rischioso. Alegi non ci sta. I gruppi europei, spiega, si stanno muovendo in ordine sparso. Questione di affari, ma non solo. «C’è un problema culturale» prosegue. British Airways tiene duro, EasyJet s’è arresa, Alitalia dopo una giornata di discussioni ha scelto di far slittare ancora la partenza del volo che decolla da Fiumicino. Se ne riparla stasera: l’orario sul biglietto segna le 22.30. Possibile che si parta.
«Il divieto di sorvolo di determinate zone di volo comporta un aumento di costi. Le aziende infatti devono effettuare delle rotte più lunghe per raggiungere le destinazioni con un sovrapprezzo dovuto al carburante. Bisogna ricordare che nel trasporto aereo il costo del carburante rappresenta il 35-40 per cento delle spese totali e dunque l’impatto economico di un allungamento delle tratte potrebbe comportare degli aumenti dell’ordine del 2-3 per cento», dice Giuricin. E poi, naturalmente, ci sono i biglietti: Lufthansa, che continua a lasciare gli aerei a terra, ha già rinunciato a 20 voli. Eppure, spiegano dal quartier generale di Colonia, «non ci sono informazioni disponibili che giustifichino una ripresa».
LA STAMPA - Maurizio Molinari: " L'intifada 2.0 dei giovani di Ramallah costringe Abu Mazen a cambiare "
Abu Mazen
«Le richieste di Gaza sono gli obiettivi dell’intero popolo palestinese». È notte fonda a Ramallah quando Yasser Abed Rabbo, veterano dell’Olp, esce dalla riunione dei vertici di Al Fatah nella Muqata per far sapere che la leadership dell’Autorità nazionale palestinese ha deciso di fare proprie le posizioni di Hamas nel braccio di ferro in corso con Israele ed Egitto sul cessate il fuoco. «Gaza vuole la fine dell’aggressione e del blocco israeliano e questi sono gli stessi obiettivi dei nostri leader» aggiunge Abed Rabbo parlando a nome del presidente Abu Mazen, che in questa maniera compie un rovesciamento drammatico di posizione.
Fino a poche ore prima era uno strenuo sostenitore della posizione egiziana, favorevole a un cessate il fuoco incondizionato, e si accingeva a volare in Arabia Saudita per consultarsi con il sovrano capofila del fronte arabo anti-Hamas. Ora annulla il viaggio a Riad, si chiude in una riunione fiume con i più stretti consiglieri e opta per il sostegno alla linea di Hamas. È un rovesciamento accolto con favore da Washington perché crea un canale di dialogo con Hamas. E ciò spiega perché il Segretario di Stato, John Kerry, arrivando a Gerusalemme, parla di «segnali positivi». Poco prima che da Doha Khaled Meshaal, leader di Hamas all’estero, si pronunci a favore di «una tregua umanitaria».
Se Abu Mazen dovesse riuscire a rappresentare Hamas si aprirebbero nuovi scenari, inclusa una possibile risoluzione Onu per assegnare alle forze dell’Autorità palestinese il controllo dei confini di Gaza. In attesa di sapere quali sviluppi la soluzione diplomatica prenderà ciò che conta a Ramallah è «la marcia indietro di Abu Mazen» che Ahmad Rafiq Awad, politologo palestinese in passato feroce critico di Hamas, spiega così: «Non aveva alternative perché i palestinesi provano orgoglio per la resistenza di Hamas, per la purezza ideologica e le qualità militari dei suoi leader, mentre sono scontenti di un presidente che finora ha pietito negoziati e trattative con israeliani, americani e occidentali».
Sono questi sentimenti a spiegare perché, da oltre una settimana, ogni giorno alle 22, gruppi di manifestanti si riuniscono nella centrale Manara Square per protestare contro la «Dayton Police» e i «Dayton Friends» ovvero leader politici e militari locali identificati con il generale americano Keith Dayton fino al 2010 responsabile dell’addestramento delle forze palestinesi. C’è chi ha tirato sassi contro il quartier generale della polizia, che è uscita armata di bastoni picchiando i manifestanti e arrivando a investire i cameramen tv. «Quando le forze palestinesi infieriscono sui palestinesi anziché perseguire la creazione della nazione significa che qualcosa non funziona», assicura Issam Bakin, coordinatore dell’associazione Partiti politici islamici e nazionali che dalla Seconda Intifada costituisce un raro ombrello bipartisan ed ora è protagonista delle proteste a Manara Square. Bakin è rauco perché «a forza di strillare nel megafono parlo a fatica». È lui che ha tentato di guidare i manifestanti verso l’insediamento ebraico di Beit El «fino a quando i nostri poliziotti ci hanno fermato».
Nel suo ufficio si alternano militanti, uomini e donne, che affermano di «provare vergogna per una leadership finora troppo timida nel sostenere il popolo di Gaza». Una ragazza di 25 anni, jeans e senza velo, accusa Abu Mazen di «aver tardato nel dire a Gaza che non è sola». A pochi metri di distanza, davanti al municipio, un tappeto di oltre 600 bare coperte con drappi palestinesi rappresenta le vittime di Gaza. Abu Mazen ha ordinato tre giorni di lutto ma Bakin sostiene che «al punto in cui siamo serve ben altro, bisogna denunciare Israele al Tribunale penale internazionale e chiedere un’indagine dell’Onu sui crimini che commette».
A pensarla nella stessa maniera è Mash-hour Arouri, imprenditore di 29 anni e fra i duecento promotori della «Marcia dei 48 mila» che questa sera partirà dal campo profughi di Amari tentando di superare i posti di blocco e arrivare a Gerusalemme «per pregare sulla Spianata delle Moschee». «Siamo laici e non islamici - dice Arouri, ingegnere elettronico formatosi a Dubai, alla guida di uno start up da tre milioni di dollari - e vogliamo dimostrare solidarietà a Hamas per provare che il popolo palestinese è uno, a Ramallah, Gaza o Nazaret». Il gruppo «Marcia dei 48 mila» (un richiamo al 1948, anno della «catastrofe» della nascita di Israele) nasce su Facebook, si sviluppa con un network di 500 mila likes e riceve il sostegno dei due leader palestinesi più popolari: Marwan Barghouti, ex capo dei Tanzim, e Ahmed Sadaat, del Fronte popolare, entrambi condannati all’ergastolo in Israele per molteplici attacchi terroristici.
Il figlio di Barghouti, Qassem, è un altro degli organizzatori. «Abu Mazen vive nel passato, persegue mete superate, non ispira più i giovani e i militanti - assicura Arouri - tocca alla nostra generazione guidare una mobilitazione dal basso, per ottenere ciò che più vogliamo: Gerusalemme e il diritto al ritorno per i profughi». Ciò che accomuna Arouri, Bakin e Awad è l’essere contro la violenza armata «per una militanza attiva basata sul rispetto dei diritti». Arouri si spinge fino a dirsi «contrario al lancio di razzi contro Israele» e promette che «non lanceremo pietre contro i soldati israeliani al check point di Qalandia ma se ci fermeranno torneremo la sera seguente, e poi ancora quella dopo». Nell’intento di «esprimere nella West Bank l’orgoglio palestinese rafforza la gente di Gaza» affinché «la battaglia per l’indipendenza non resti solo nelle mani di Hamas». Con una base palestinese protagonista di tale ebollizione, Abu Mazen è rimasto senza altra scelta possibile che il sostegno ad Hamas.
Per esprimere la propria opinione a Giornale e Stampa telefonare ai numeri seguenti o cliccare sulle e-mail sottostanti
Il Giornale: 02/85661
La Stampa: 011/6568111