Truppe di terra che marciano nella notte grazie ai visori notturni. È l’inizio dell’intervento israeliano dentro la Striscia di Gaza. Un massiccio fuoco di artiglieria sulla zona di confine a Nord di Gaza ha dato il via alle 21 locali di ieri all’operazione che, nel corso della notte, ha visto entrare nella Striscia da più direzioni unità corazzate, blindate, dei genieri e della fanteria. «Il nostro obiettivo è assestare un duro colpo a Hamas», ha detto il premier Benjamin Netanyahu confermando la decisione presa dal gabinetto a seguito del rifiuto di Hamas di accettare il testo del cessate il fuoco frutto dei negoziati avvenuti nelle 36 ore precedenti al Cairo. Proprio dall’Egitto arriva la prima reazione all’intervento di terra. «La responsabile di quanto sta avvenendo è Hamas», affermano fonti ufficiali del Cairo, riferendosi al veto posto da Musa Abu Marzuk, membro dell’ufficio politico, al documento che prevedeva l’inizio della tregua alle 6 del mattino di questa mattina.
«La nostra intenzione è distruggere i tunnel di Hamas» afferma Netanyahu, spiegando ai cittadini che le forze di terra hanno la missione di stanare i miliziani fondamentalisti dalla rete di passaggi e rifugi sotterranei nella quale celano «centri di comando, leader politici, unità scelte e soprattutto i depositi di razzi che continuano a cadere sulle città israeliane». Il portavoce militare Peter Lerner parla di «molte unità impegnate su più fronti» anche se le prime testimonianze locali indicano l’avanzata dei mezzi israeliani soprattutto nella zona di Beit Lahiya, l’area a Nord della Striscia evacuata due giorni fa da oltre 80 mila civili. Israele non si dà limiti di tempo per l’offensiva e fonti militari aggiungono «l’intento è disarmare Hamas» ovvero impedirgli di continuare a lanciare attacchi contro lo Stato Ebraico. Benny Gantz, capo di Stato Maggiore, parla di «totale uso della forza in un’operazione aerea e terrestre su tutta l’area della Striscia di Gaza». Per realizzare tale missione l’esercito ha richiamato altri 18 mila riservisti, portando il totale a 38 mila.
Arriva da Mushir Al-Masri, portavoce di Hamas, la reazione a caldo all’intervento di terra: «Faremo pagare ad Israele un prezzo molto alto per l’intervento di terra». A guidare la difesa militare della Striscia è Mohammed Deif, capo delle Brigate Al-Qassam, teorico della guerra dei razzi che nelle ultime 36 ore ha aperto altri due fronti contro Israele: il tentativo di infiltrazioni attraverso tunnel sotterranei, come quella tentata nel kibbutz di Sufa, e il ricorso ai droni armati di missili. Uno di questi, di produzione iraniana, è stato abbattuto da un Patriot sopra la città di Ashkelon meno di due ore prima dell’intervento di terra. «Siamo stati noi a farlo decollare, ne abbiamo altri e li useremo per colpire Israele in profondità», promettono i portavoce di Hamas, aggiungendo: «Ogni angolo, ogni strada, ogni casa si trasformerà in una trappola mortale per gli invasori». Davanti alla svolta militare, la reazione di Washington arriva dalla Casa Bianca: «Israele ha diritto di difendere i propri cittadini ma limiti al massimo le vittime civili». È un riferimento in particolare ai bambini: ieri ne sono stati uccisi altri 4 che si aggiungono alle vittime di mercoledì, per cui Shimon Peres ha espresso pubbliche «scuse» (fonti palestinesi parlano anche dei primi cinque morti, uno dei quali un neonato, durante l’invasione di terra). E i comandi militari israeliani lanciano un appello ai civili di Gaza: «Evacuate le zone dei combattimenti al più presto, non vogliamo colpirvi».
Sin dal tramonto Hamas aveva iniziato a lanciare numerosi razzi a lungo raggio contro le città israeliane, bersagliando in particolare Ashdod, Askelon e Tel Aviv. Le batterie dell’Iron Dome hanno abbattuto 7 razzi sopra i quartieri residenziali di Tel Aviv. Altri razzi hanno bersagliato Ofakim. Hamas ha dimostrato di riuscire a lanciare razzi anche a offensiva di terra iniziata.
Nella mattinata di ieri gli sforzi della diplomazia egiziana sembravano prossimi al successo. I mediatori del presidente Abdel Fattah Al Sisi avevano riunito nello stesso hotel del Cairo le delegazioni di Israele e Hamas, facendo la spola fino a definire il testo che prevedeva il cessate il fuoco all’alba di oggi. A sostenere gli egiziani era stato in particolare il presidente palestinese Abu Mazen, parlando con più leader di Hamas. L’intento egiziano era di sfruttare la tregua umanitaria di cinque ore, ottenuta dall’Onu fra le 10 e le 15 locali, per arrivare all’accordo sulla tregua. La Lega Araba ha gettato il proprio peso a favore della mediazione di Al Sisi e Abu Mazen. E Israele ha accettato i contenuti, come aveva fatto 48 ore prima con un testo analogo. Ma il veto è arrivato da Hamas, che ha tentato di aprire una nuova trattativa aggiungendo altre richieste, alla volta di Israele ed Egitto. È stato allora che Netanyahu ha comunicato al Cairo e a Washington la decisione di dare luce verde alla guerra contro i tunnel di Hamas. Sollevando i timori del Segretario geneale dell’Onu Ban Ki moon: «Fate di più per evitare vittime civili».
LA STAMPA - Maurizio Molinari: " Droni e terroristi infiltrati. La nuova strategia islamista per colpire Gerusalemme"
Infiltrazioni e droni: Hamas e Jihad islamica tentano di mettere a segno un duro colpo alla sicurezza di Israele nelle stesse ore in cui al Cairo si tratta sui dettagli della possibile tregua. È una tattica che ricorda la fine della guerra di Gaza del novembre 2012 quando, a ridosso del cessate il fuoco, Hamas fece saltare in aria un autobus nel cuore di Tel Aviv. L’intento resta quello di chiudere all’offensiva il nuovo round bellico con Israele, ma il metodo è più sofisticato.
Mohammed Deif, comandante delle Brigate Izz ad-Din al-Qassem protagoniste dell’offensiva dei razzi, cerca un riscatto dallo smacco subito da parte dell’Iron Dome: se gli oltre 1200 attacchi alle città israeliane hanno prodotto un’unica vittima è per il successo delle otto batterie dell’avveniristico sistema anti-balistico e il tentativo è dunque di violare, in extremis, le difese di Gerusalemme in un’altra maniera.
Prima a Zikim, poi giovedì notte a Sufa e infine ieri pomeriggio a Yad Mordechai la carta giocata da Deif è stata quella dell’infiltrazione di unità speciali dietro le linee nemiche. Nella base Zikim, nei primi giorni di combattimenti, aveva tentato l’assalto dal mare con gli uomini-rana mentre nel caso del kibbutz di Sufa ha puntato sui commandos della Jihad islamica palestinese. Tredici miliziani si sono avvicinati all’entrata di un tunnel, sul lato palestinese del confine, con l’intento di entrarvi, percorrerlo, uscire sul lato opposto a ridosso di Sufa e fare strage fra i 300 residenti, magari riuscendo anche a prenderne qualcuno in ostaggio. La sorveglianza aerea israeliana li ha scoperti in tempo e sono stati eliminati tutti assieme appena entrati nel tunnel. Ma l’esame dell’azione tentata ha fatto scattare l’allarme del contro-terrorismo israeliano che nel pomeriggio di ieri ha chiuso più arterie stradali nel Sud, isolando l’incrocio di Yad Mordechai e schierando sul terreno dozzine di agenti dei corpi speciali della polizia con l’intento di sventare nuovi possibili «attacchi dai tunnel».
E come avviene nelle partite a scacchi, Deif ha scelto questo momento per giocare la seconda carta: l’attacco in profondità con un drone armato di missili. L’Ababil A1B (il termine persiano per «Ingoiare») è stato abbattuto da un Patriot nei pressi di Ashkelon così come, 48 ore prima, un analogo velivolo aveva subito la stessa sorte nelle acque davanti ad Ashdod. Ma ciò che conta per Deif è poter affermare che «la missione era colpire nel cuore di Israele» minacciando di continuare a farlo con altri droni, forniti probabilmente dall’Iran negli ultimi anni. Al duplice fine di dimostrare ai propri miliziani che Hamas resta all’attacco e di ammonire gli israeliani sui pericoli che incomberanno presto su di loro.
CORRIERE della SERA - Guido Olimpio: "Farina cemento e armi nelle mille vie sottoterra "
Guido Olimpio
Per Hamas e per Gaza i tunnel sono tutto. Alimentano la Striscia con qualsiasi tipo di merce, servono alle Brigate Al Qassam e agli altri gruppi per tentare sortite altrimenti impossibili. Nei periodi buoni, il movimento palestinese è arrivato a investire il 30-40% del suo bilancio nella realizzazione delle gallerie sotterranee che collegano Gaza alla cittadina egiziana di Rafah, giusto dall’altra parte del confine meridionale. E in qualche caso ne hanno costruite alcune sofisticate per cogliere di sorpresa gli israeliani. Come nel 2006, quando il soldato Shalit fu catturato da un commando sbucato da sottoterra.
Le talpe palestinesi sono costantemente al lavoro e si ripartiscono i compiti. Un’unità speciale, coordinata per molto tempo da Ahmed Randur, si è dedicata alla preparazione di tunnel «militari». Uno di questi è stato scoperto ad ottobre. Era lungo 2,5 chilometri, con una profondità di 20 metri, usciva vicino al kibbutz Ein Hashlosha. Per realizzarlo hanno usato 800 tonnellate di cemento e speso milioni di dollari. I palestinesi sarebbero poi riusciti a disturbare i sensori piazzati per segnalare attività sotterranee. Uno sforzo non da poco legato a possibili azioni future e condotto tenendo conto delle esperienze di questi anni. Le prime gallerie risalgono al 2000 e sono nate per aggirare il blocco israeliano. Da allora si sono sviluppate per numero e capacità. Nel 2013 si parlava di almeno 800 tunnel operativi e un anno dopo gli egiziani hanno sostenuto di averne distrutti 1370. Cifre incontrollabili. Nelle gallerie da Rafah (Egitto) verso Gaza sarebbero transitati il 65% della farina, il 98% dello zucchero, il 100% di acciaio e cemento. Un traffico civile che si è poi mescolato a quello bellico: razzi, munizioni e altre materiale destinato alle Brigate Al Qassam e ad altre fazioni.
Così è nata una vera industria, con «minatori» (paga 80-100 dollari al mese), proprietari che affittano i tunnel e «famiglie» che si preoccupano del contrabbando pagando una tassa di passaggio alle autorità. Contro questo mondo sotterraneo, Israele ha messo in campo la propria tecnologia, ha chiesto aiuto agli Usa e sollecitato gli egiziani ad agire. Lungo il confine le hanno provate tutte: lame nel terreno, allagamenti, sismografi, cariche esplosive, trincee profonde. Una vera campagna che però non ha eliminato il problema per il semplice fatto che Gaza senza i suoi tunnel non potrà mai sopravvivere.
Se persino l'UNRWA, creata per mantenere i palestinesi nella condizione di profughi, come arma di delegittimazione di Israele, è arrivata, come riferisce Carlo Panella nel suo articolo, a riconoscere un fatto di una gravità assoluta come l'uso di una scuola per nascondere razzi, allora c'è veramente del marcio a Gaza, finora coperto dalle istituzioni internazionali.
Di seguito, l'articolo:
LIBERO - Carlo Panella: " L'Onu smaschera Hamas: «Razzi nella nostra scuola»"
Carlo Panella
Hamas usa le scuole dell'Onu per condurre la sua aggressione a Israele. La notizia proviene proprio dalla Unrwa, l'Agenzia di aiuto ai rifugiati palestinesi delle Nazioni Unite: «Nel corso di una regolare ispezione alle sue sedi, l'Unrwa ha scoperto circa venti razzi nascosti in un edificio scolastico vuoto nella Striscia di Gaza, in flagrante violazione del diritto internazionale; condanniamo duramente il gruppo o i gruppi responsabili di aver messo le armi, fatto che mette a rischio la vita dei civili, incluso lo staff, e la missione vitale dell'Unrwa».Il fatto è di importanza cruciale, perché conferma quanto Israele afferma da tempo: Hamas e Jihad islamica non si fanno remore a usare non solo strutture Onu, ma anche scuole, ospedali, asili e moschee per la loro guerra. Una guerra sporca, condotta usando i civili palestinesi come scudi umani. La conseguenza è ovvia: Israele, per difendersi e impedire il continuo e massiccio lancio di razzi sulle sue città, è obbligata a colpire anche strutture apparentemente civili, provocando anche vittime civili - che comunque cerca di evitare avvertendo prima dell'azione, con Hamas che invece intima alla gente di restare in casa. Dunque, tutta l'indignazione che la propaganda filo-palestinese semina con successo nell'opinione pubblica araba e europea deve - dovrebbe - rivoltarsi invece contro Hamas, che viola le più elementari regole non solo del diritto internazionale, ma anche di umanità e civiltà. Una denuncia, quella dell'Unrwa, che segnala come il fenomeno sia sicuramente ben più diffuso del caso denunciato. L'Unrwa è da sempre apertamente e polemicamente schierata contro Israele, e se ha osato finalmente denunciare questo crimine palestinese lo ha fatto come segnale d'avvertimento, perché è al corrente di molti altri depositi di armi e razzi nelle sue strutture e non sopporta più di doverne pagare il prezzo. Pensare che, prima delle notizie serali, la giornata era iniziata con un moderato ottimismo, dopo che Israele aveva annunciato una tregua umanitaria unilaterale nei bombardamenti, iniziata ieri mattina, per permettere il soccorso ai feriti e alla popolazione civile. Ma subito dopo le cinque ore di stacco sono ripresi gli attacchi reciproci. Una mossa israeliana, quella della tregua, probabilmente collegata all'impatto negativo sull'opinione pubblica internazionale - e interna - dell'uccisione dei quattro 4 bambini palestinesi sulla spiaggia di Gaza. Uccisione per cui lo stesso presidente israeliano Shimon Peres si è scusato, aggiungendo: «L'Aeronautica di Israele presta la massima attenzione per non colpire i bambini, i nostri piloti hanno l'ordine di non condurre raid se vedono un solo bambino. È stato un incidente ma avevamo awertito che quella zona sarebbe stata bombardata, c'erano troppe armi, i palestinesi non tengono lontani i bambini dalle zone in cui concentrano le loro armi». Nel corso della tregua mattutina si erano intensificati i colloqui indiretti (al Cairo, registi il presidente egiziano al Sissi e quello palestinese Abu Mazen) per una tregua definitiva. Alle 13.07 il flash d'agenzia: «Siglata la tregua». Ma poco dopo sia Israele sia Hamas (che però ammette «progressi nei negoziati») hanno smentito l'accordo. E, come detto, è così proseguito il lancio di razzi palestinesi (70), con l'allarme risuonato a Tel Aviv, e l'aviazione israeliana ha ripreso i suoi raid su Gaza. Il tentativo di Abu Mazen è chiaro: tenta di "comprare" l'assenso di Hamas - che però alza continuamente il prezzo - mettendo sul tavolo consistenti finanziamenti per Gaza, probabilmente dal Qatar e dalla Turchia, gli unici due Paesi islamici schierati apertamente con Hamas stessa. Hamas, sempre nella mattinata di ieri, ha poi subito una bruciante sconfitta. Sono stati intercettati 13 palestinesi che, passando da uno dei tanti tunnel scavati sotto la frontiera, si preparavano a attaccare il kibbutz Sufa. Gli israeliani hanno aperto il fuoco : i palestinesi parlano di nessuna vittima, gli israeliani assicurano l'annientamento del commando. In ogni caso ennesima prova delle basse capacità militari di Hamas, limitata al lancio di missili e razzi in cui brucia le decine di milioni di dollari che la comunità internazionale versa a Gaza (non meno di 500 milioni di dollari l'anno, anche dall'Europa) per tutt'altri scopi
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