Riportiamo da REPUBBLICA di oggi, 20/02/2014, a pag. 55, l'articolo di Roberto Saviano dal titolo " Un nazista piccolo piccolo ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 45, l'articolo di Enrico Manicucci dal titolo " E John Kennedy scrisse dall’Europa: «Bene il fascismo, giusto il nazismo» ", l'articolo di Francesco Margiotta Broglio dal titolo " Chiesa e razzismo negli anni più bui ".
Ecco i pezzo:
La REPUBBLICA - Roberto Saviano : " Un nazista piccolo piccolo "
Roberto Saviano Giorgio Falco, La gemella H (ed. Einaudi)
CORRIERE della SERA - Enrico Manicucci : " E John Kennedy scrisse dall’Europa: «Bene il fascismo, giusto il nazismo» "
Ennio Caretto, Quando l’America s’innamorò di Mussolini (ed. Internazionali Riuniti)
C’era una volta l’America che andava pazza per Mussolini e il fascismo. Ci fu a lungo, anzi, anche apertamente, fino a poco prima che i soldati Usa cominciassero a sbarcare (e morire) sulle spiagge da questa parte dell’Atlantico. La storia del rapporto proibito fra la prima dittatura totalitaria di destra nel «secolo breve» europeo e la «più grande democrazia d’Occidente» viene sviscerata in un saggio di Ennio Caretto pubblicato dagli Editori Internazionali Riuniti col titolo Quando l’America s’innamorò di Mussolini (pp. 350, e 22) . Emerge un quadro sconcertante, ricco di aspetti di colore ma anche di legami e sinergie profonde. I primi spaziano dalla giovanile infatuazione per Duce e Führer di John Fitzgerald Kennedy, registrata nei suoi diari durante un viaggio europeo nel 1937 («Sono giunto alla conclusione che il fascismo sia giusto per l’Italia così come il nazionalsocialismo sia giusto per la Germania…») agli adulatori exploit canori di Cole Porter («Tu sei il massimo, tu sei Mussolini», dichiara in una canzone del 1934) o quelli cinematografici della Columbia Pictures che, l’anno precedente, produsse un film a dir poco agiografico, Mussolini parla , accolto da incassi record nelle sale americane. Per quanto riguarda il secondo aspetto, viene ricostruita la lunga consuetudine di Mussolini con gli Stati Uniti (battezzata nel 1903 da un suo articolo su «Il Proletario», periodico socialista dell’emigrazione: ma il segno politico cambierà inesorabilmente), rapporto che si giova di notevoli inclinazioni destrorse negli ambienti politici, industriali e finanziari americani, coi numerosi aiuti ricevuti dal Duce nel corso del tempo. Da quelli, involontari, del presidente Wilson che, dopo la fine della Prima guerra mondiale, rifiuta il patto di Londra, negando parte delle rivendicazioni territoriali all’Italia e alimentando il mito della «vittoria mutilata», a quelli pienamente consapevoli come il placet dell’ambasciatore Richard Child che incontra Mussolini alla vigilia della marcia su Roma, oppure il prestito di 100 milioni di dollari accordato all’Italia, nel 1925, dalla banca J.P. Morgan a condizioni particolarmente vantaggiose. «La maggioranza dell’America degli anni Venti e della prima metà degli anni Trenta s’innamorò di Mussolini perché ravvisò nel fascismo principi e obiettivi politici che essa allora condivideva», nota Caretto. Non pochi storici, del resto, hanno individuato forti analogie fra il New Deal roosveltiano e le politiche stataliste delle dittature europee. Trascurando un po’ la pagina più nota nei rapporti fra Stati Uniti e Italia fascista (quella della trasvolata atlantica di Italo Balbo), il saggio tocca anche i punti più critici, come la campagna per la creazione di Fasci di combattimento fra gli italoamericani. Un progetto dapprima sposato con entusiasmo da Mussolini (a organizzare quello di San Francisco fu inviato, sotto incarico diplomatico, quello che Indro Montanelli chiamava «l’amico italiano di Hitler», ovvero Giuseppe Renzetti, complessa figura di collegamento fra i due regimi), poi abbandonato per non urtare le suscettibilità americane. Per finire con la decisione di entrare in guerra a fianco della Germania hitleriana, un passo che gli americani avevano sperato fino all’ultimo di esorcizzare: «Mussolini sprecò in un’impresa suicida il patrimonio accumulato negli Usa in quindici anni». Oltreché sconcertante, il quadro non è di ottimo auspicio in proiezione futura, perché il saggio si dilata a prima e, soprattutto, a dopo il ventennio mussoliniano, sottolineando le analogie a cavallo di un secolo: «C’è qualcosa di mussoliniano nei banchieri di Wall Street che si proclamano master of the universe », nota Caretto preoccupato dall’eventuale indifferenza statunitense davanti a un’Italia che scivolasse verso un regime autoritario, di destra o di sinistra, «in nome della stabilità sociale e della crescita economica».
CORRIERE della SERA - Francesco Margiotta Broglio : " Chiesa e razzismo negli anni più bui "
Pio XII
Il convegno che si apre oggi in Vaticano, sul tema dell’atteggiamento assunto dalla Santa Sede verso il razzismo nel periodo tra le due guerre mondiali, ha lo scopo di verificare la «partecipazione della Curia al dibattito razziale» negli anni Venti e Trenta, in riferimento sia alla realizzazione di quelle teorie, sia al ruolo di primo pianto assunto dall’eugenetica quasi ovunque, con posizioni antitetiche ai presupposti cristiani che tuttavia non impedirono ad alcuni «pontieri ecclesiastici» di impegnarsi in tal senso e di «promuovere, addirittura, una sterilizzazione obbligatoria per le vite inferiori». Particolare attenzione verrà riservata alle acquisizioni più recenti sulle divergenze tra Roma e le istituzioni «razziste» e sulle presenze di «persone orbitanti intorno alla Curia relativamente alle teorie e alle leggi razziali». Al di là del molto discusso atteggiamento del papato di fronte all’antisemitismo e alla Shoah, al centro del dibattito si collocano il razzismo cattolico, lo studio delle razze, l’eugenetica cattolica (con riferimento in primo luogo alla Casti connubii di Pio XI del 1930), l’atteggiamento dei protestanti tedeschi di fronte al nazismo, il confronto di posizioni nella Curia romana sulle ideologie razziste. In quest’ultimo contesto ci si interrogherà sui gesuiti, su padre Gemelli, sulla problematica razziale vista dal Sant’Uffizio, sul difficile rapporto tra Eugenio Pacelli e il filonazista monsignor Hudal, rettore del Collegio dell’Anima in Roma. Si concluderà su temi molto studiati: Pio XI e la Curia di fronte all’antisemitismo fascista, il siamo «spiritualmente semiti» di papa Ratti, la sua enciclica Mit brennender Sorge e quella cosiddetta «nascosta» da Pacelli. L’incontro si chiuderà con una tavola rotonda sulle prospettive della futura ricerca, cui parteciperanno anche gli italiani Massimiliano Valente e Paolo Valvo, autore, quest’ultimo, di un rilevante volume, in corso di stampa, sulla Santa Sede e la rivoluzione messicana. Proprio il Messico, insieme alla Russia e alla Spagna (il «triangolo dolente»), fu oggetto del primo incontro che Mussolini ebbe con Pio XI dopo la Conciliazione, l’11 febbraio 1932. Un colloquio del quale il Duce fece un dettagliato resoconto al re, pubblicato nel 1968 da Angelo Corsetti, sul quale ora torna Giorgio Fabre nel saggio Pio XI e gli ebrei, 1932-33 , che sta per uscire nei «Quaderni di Storia» diretti da Luciano Canfora, grazie ad una larga messe di eloquenti documenti inediti tratti dai principali archivi italiani e vaticani e dalle carte di padre Tacchi Venturi — a lungo tramite tra Mussolini e papa Ratti — conservate dalla Compagnia di Gesù. Si tratta di un momento meno studiato dei successivi, ma essenziale per leggere la fase 1937-40 e comprendere la «via di mezzo» che il cattolicesimo adottò verso l’ebraismo negli anni Venti. Fabre ricorda lo scioglimento nel 1928 della associazione cattolica «Amici d’Israele» da parte del Sant’Uffizio, il quale però condannava «l’antisemitismo persecutorio», mentre «La Civiltà Cattolica» coglieva l’occasione per sviluppare la «teoria del complotto ebraico e della responsabilità ebraica nella rivoluzione russa»: una teoria che riaffiorerà nell’incontro di Pio XI con il Duce. Nel 1930, del resto, Pio XI, che era stato nunzio in Polonia, disse a Pacelli: «Varsavia è ora un covo di ebrei e di massoni». Anche sui protestanti italiani, «favoriti» dalla legge sui culti ammessi del 1929, il Papa non esitò ad esprimere nel colloquio con Mussolini vivissime recriminazioni, preoccupato per le dichiarazioni del Duce alla «Jewish Agency» del luglio 1929 (in Italia «tutte le Chiese godono degli stessi diritti»). Certo nel 1933 così Pacelli, segretario di Stato, annoterà la «mente» del Papa che voleva richiamare l’attenzione del nunzio a Berlino sui primi eccessi antisemiti tedeschi: «Può venire il giorno in cui si potrà dire che è stata fatta qualche cosa. È cosa che sta nella buona tradizione della S. Sede». Il relatore della causa di beatificazione di Pio XII, il gesuita padre Gumpel, nella prefazione al volume di Michael Hesemann Pio XII. Il Papa che si oppose a Hitler (Paoline, 2009), ha scritto che le bugie di alcuni storici «hanno le gambe corte». Altri storici, però, e spesso di… curia, le hanno così lunghe da riuscire a fuggire lontano dalla documentazione eloquente, come quella selezionata da Fabre, che ormai anche gli archivi «segreti» del Vaticano mettono a disposizione di tutti.
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