Riportiamo da LIBERO di oggi, 18/09/2013, a pag. 21, l'articolo di Carlo Panella dal titolo " Lavrov faccia tosta: «Le armi chimiche? Rubate a Gheddafi» ". Dal FOGLIO, in prima pagina, l'articolo di Daniele Raineri dal titolo " Cosa dicono gli iraniani che combattono in Siria per fare vincere Assad ". Dalla STAMPA, a pag. 1-15, l'intervista di Paolo Mastrolilli a Maurizio Barbeschi dal titolo " Negli occhi dei bimbi di Damasco ho visto tutto l’orrore dei gas ", a pag. 15, l'articolo di Francesco Semprini dal titolo " Ban Ki-moon non chiude all’uso della forza ". Da REPUBBLICA, a pag. 17, l'intervista di Valeria Fraschetti a Carla Del Ponte dal titolo " La Del Ponte: Armi chimiche, indizi anche a carico dei ribelli ".
Ecco i pezzi:
LIBERO - Carlo Panella : " Lavrov faccia tosta: «Le armi chimiche? Rubate a Gheddafi» "

Carlo Panella
Il FOGLIO - Daniele Raineri : " Cosa dicono gli iraniani che combattono in Siria per fare vincere Assad "

Daniele Raineri
La STAMPA - Paolo Mastrolilli : " Negli occhi dei bimbi di Damasco ho visto tutto l’orrore dei gas "


Paolo Mastrolilli Maurizio Barbeschi
Trema di commozione, la voce del dottor Maurizio Barbeschi, mentre racconta l’orrore che ha visto in Siria. Lui era il capo della componente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nella squadra che ha fatto le ispezioni sui luoghi dell’attacco chimico del 21 agosto, ed è uno dei tre firmatari del rapporto consegnato lunedì al Consiglio di Sicurezza. Nato a Roma, Barbeschi ha studiato in Italia, a Berkeley e al Mit di Cambridge, prima di cominciare una carriera che lo ha portato nelle zone più pericolose del mondo, dai controlli sulle armi in Iraq, alle pandemie globali. Per capire il suo mestiere, bisogna immaginare uno di quei drammatici film sulle grandi epidemie, tipo «Outbreak». Solo che Barbeschi queste scene non le vede al cinema: le vive nella realtà, da protagonista.
Lei era con gli ispettori che hanno raccolto i campioni?
«Viaggiavo sulla macchina numero uno, quella contro cui hanno sparato. Hanno mirato prima alle gomme posteriori, e poi al cofano. Poi ad altezza d’uomo».
Chi è stato?
«Io non sono riuscito a vedere. Comunque attraversavamo la zona controllata dalle milizie di Assad».
Cosa avete fatto dopo gli spari?
«Per fortuna l’auto era blindata. Siamo tornati indietro, l’abbiamo sostituita, e siamo ripartiti».
Perché?
«Per la gente, per i colleghi dell’Onu. Gli spari sono stati davvero la parte più facile di quella giornata. Moadamiyah, il quartiere dove è avvenuto l’incidente, era isolata da nove mesi: nemmeno gli aiuti Onu potevano entrare. Una situazione straziante. Ho visto un padre che girava con una bambina in braccio che pesava venti chili, e ci chiedeva aiuto. Dovevamo tornare, non potevamo lasciare quella gente senza prendere campioni e raccogliere testimonianze. Dopo di noi, infatti, anche gli aiuti Onu sono tornati a chiedere i permessi per passare».
Ha parlato con dei sopravvissuti?
«Io sceglievo le persone da esaminare e intervistare. Ho parlato con un bambino che nell’attacco aveva perso 26 famigliari. Era rimasto solo: i suoi occhi non li scorderò mai più. È vero che c’erano già stati già centomila morti nella guerra, e non esiste una classifica delle atrocità. Ma così, con le armi chimiche, mancano le parole per descrivere».
Cosa le hanno detto i testimoni?
«Ho parlato con i casi peggiori, più acuti. Mentre li visitavo ho incontrato questo medico, responsabile dell’ospedale di fortuna, e mi ha raccontato che la notte dell’attacco per andare da casa sua al luogo di cura doveva camminare sui feriti e sui cadaveri. Forse perché erano corsi a cercare aiuto, ed erano morti per strada».
Inpassatoc’eranostatialtriattacchichimici: perché questo è stato così letale?
«La quantità del gas e l’inversione termica. Per capire come funziona il sarin, dovete immaginare le discoteche quando sul pavimento rovesciano l’anidride carbonica: si spande allo stesso modo. Se fa relativamente freddo, come quella notte, resta a terra e si diffonde più velocemente. Infatti i sopravvissuti con cui ho parlato abitavano al secondo o terzo piano, dove è arrivato meno gas».
Alcuni ambasciatori hanno detto che l’alta qualità del sarin usato fa pensare alla responsabilità del regime.
«Non è nel nostro mandato stabilire responsabilità. Noi crediamo però che per vedere sintomi così forti, in persone così diverse, a cinque, sei, anche sette giorni dopo l’attacco, sia stata usata una grande quantità di gas con metodi non artigianali di dispersione. Se hanno fatto potenzialmente mille vittime, vuol dire che almeno diecimila persone sono state colpite».
Anche il metodo di lancio e i razzi incolpano il regime?
«Non è il mio campo. Però nel rapporto le traiettorie sono indicate...».
Come operatore di un’organizzazione umanitaria, che tipo di accountability si aspetta?
«L’ufficio legale ci ha spiegato che esistono tre livelli di colpevolezza: l’uso delle armi chimiche è vietato sempre, anche in guerra, ma l’uso sui civili è un’aggravante, e l’uso indiscriminato su larga scala è un’aggravante ulteriore. Il 21 agosto si sono realizzate tutte queste condizioni. Ora tocca al Consiglio di Sicurezza decidere».
Perché lei fa questo mestiere?
«Per la gente che possiamo aiutare. Ma i veri eroi sono altri, tipo le nostre mogli che hanno la pazienza di sopportarci».
Tornerà in Siria, se l’accordo tra Usa e Russia verrà confermato?
«Penso di sì, anche se poi continuerò a non dormire la notte».
La STAMPA - Francesco Semprini : " Ban Ki-moon non chiude all’uso della forza "

Francesco Semprini
Ritmi serrati al Palazzo di Vetro dove all’indomani della divulgazione del rapporto sull’uso di armi chimiche in Siria, sono riprese pressoché immediatamente le consultazioni per giungere a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Il «day-after» del giorno più lungo e controverso della crisi siriana, si è aperto con la conferenza stampa di Ban Ki-moon per presentare i lavori della 68a Assemblea generale durante la quale il Segretario generale è tornato sul tema. Ha auspicato la prosecuzione decisa e celere dei lavori sottolineando la necessità che l’accordo tra Usa e Russia sulle armi chimiche sia «tradotto in azione». Non sono ammesse divisioni, avverte Ban, tra i quindici membri del Consiglio di Sicurezza. L’obiettivo è il raggiungimento di un’intesa per l’adozione di una risoluzione che «rafforzi» proprio l’accordo di Ginevra. È intorno al Capitolo 7 della Carta dell’Onu che si articola, ancora una volta, il confronto, specie tra i 5 membri permanenti del Cds, con la Russia e la Cina contrarie a ogni riferimento al ricorso alla forza in ultima ratio in caso non vengano rispettati i dettami di una risoluzione Onu.
Usa, Gran Bretagna e Francia sono tornati a riunirsi nel pomeriggio di ieri con gli altri due membri permanenti nell’ambito di consultazioni informali per discutere sulla risoluzione. Sul tavolo negoziale c’è ancora la seconda bozza elaborata da Parigi che contiene il riferimento al Capitolo 7, nonostante Washington nei giorni scorsi avesse ammesso di essere pronta ad attendersi una risoluzione orfana del riferimento in questione. E sul «capitolo della controversia» si è pronunciato Ban, seppur a microfoni spenti, spiegando che è senza dubbio lo strumento «più efficace» per applicare i contenuti della risoluzione sulla Siria. Perché se «in linea di principio tutte le risoluzioni sono legalmente vincolanti, in realtà - ha proseguito - avremmo bisogno delle chiare linee guida che solo il capitolo 7 della Carta Onu fornisce». Secondo fonti del Palazzo di Vetro, tuttavia, la contesa rischia di diventare una questione di principio anche perché il Capitolo 7 non fa solo riferimento al ricorso all’uso della forza ma anche a sanzioni economiche e di diverso genere.
Il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, in una conferenza a Mosca con il collega francese, Laurent Fabius, ha ribadito che il rapporto dimostra solo il fatto che sono state usate armi chimiche in Siria, ma restano molti interrogativi da chiarire, tanto da parlare di «possibili provocazioni», ribadendo così che nella risoluzione non ci sarà spazio per l’uso della forza. Lavrov ha inoltre respinto ogni insinuazione relativa al ritrovamento di armi in cirillico da parte degli ispettori sul Ground zero degli attacchi chimici. Fabius invece, è convinto che il rapporto non lasci dubbi sul fatto che dietro gli attacchi c’è il governo di Assad. E a suo sostegno arriva un rapporto di Human Rights Watch secondo cui i dati dell’Appendice 5 del dossier rivelerebbero che «i percorsi di volo degli ordigni convergono sulla base militare Republican Guard 104th Brigade, situata pochi chilometri a nord del centro di Damasco».
La REPUBBLICA - Valeria Fraschetti : " La Del Ponte: Armi chimiche, indizi anche a carico dei ribelli "


Valeria Fraschetti Carla Del Ponte
«In Siria il regime ha commesso crimini di guerra, ma sulle responsabilità nell’uso di armi chimiche non avremo prove conclusive finché Damasco non garantirà accesso alla Commissione Onu».
Da bravo magistrato, mostra cautela Carla Del Ponte. Ma, all’indomani della pubblicazione del rapporto che accusa indirettamente le forze siriane dell’attacco del 21 agosto, l’ex procuratrice capo del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia, oggi membro della Commissione Onu sulle violazioni ai diritti umani in Siria, lascia anche trapelare frustrazione. Lei ha appena ricevuto un invito “personale” da Damasco. Un regalo per le sue dichiarazioni passate su un sospetto uso dei gas da parte dei ribelli?
«Temo di sì, ma abbiamo ribadito alle autorità siriane che la mia visita deve essere ufficiale. La richiesta della Commissione di entrare in Siria però continua a essere ignorata».
Quindi, come procede l’indagine Onu?
«Lavoriamo nei Paesi vicini, intervistando profughi, disertori, membri d’opposizione. E sul territorio, con telefonate e via Skype ».
Che può dirci sulle responsabilità dei crimini di guerra?
«Su quelle dei lealisti abbiamo ormai prove conclusive. È stata creata una lista di nomi affidata all’Alto Commissariato per i diritti umani, che potrebbe essere impiegata qualora, in seno al Consiglio di Sicurezza, ci fosse la volontà politica di chiedere il deferimento dei responsabili all’Aja».
E sulle violenze dei ribelli?
«L’assenza di un loro comando unificato rende il lavoro arduo: abbiamo censito circa 700 fazioni ».
Avete indizi sull’uso di armi chimiche da parte loro?
«È stato forse usato Sarin il 19 marzo. Ma dobbiamo accertarlo, come per tutti i 14 casi sospetti su cui stiamo indagando. Non esistono ancora prove concludenti».
L’accordo fra Stati Uniti e Russia è un vero progresso?
«È una svolta: potrebbe essere un primo passo verso la pace»
Che lezione abbiamo imparato dalla crisi balcanica?
«Un eventuale intervento armato in Siria porterebbe solo ad altre vittime. I negoziati sono l’unica via d’uscita».
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