Riportiamo da LIBERO di oggi, 17/08/2013, a pag. 14, l'articolo di Carlo Panella dal titolo " Le proteste si avvicinano ai resort ". Dal GIORNALE, a pag.15, l'articolo di Vittorio Dan Segre dal titolo " La guerra islamica nella terra orfana del Nilo ". Dalla STAMPA, a pag. 1-31, l'articolo di Gianni Riotta dal titolo " L'equazione sanguinaria di al-Sisi ". Dal FOGLIO, in prima pagina, l'articolo dal titolo " Il calcolo freddo dei generali del Cairo, scatenare l’istinto jihadista dei Fratelli ", a pag. 3, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo " Ecco perché Israele è contento del golpe egiziano del generale Sisi ".
Ecco i pezzi, preceduti dal commento di Costantino Pistilli dal titolo " Egitto: Meglio un esercito oggi che la Fratellanza domani ":
INFORMAZIONE CORRETTA - Costantino Pistilli : " Egitto: Meglio un esercito oggi che la Fratellanza domani "

“I Fratelli musulmani non hanno bruciato solamente le chiese dei cristiani, che l’esercito si è impegnato di ricostruire, ma anche i nostri ospedali, i nostri oratori e le nostre scuole”, ci fa sapere una fonte egiziana presso la Santa Sede che preferisce l’anonimato: “I Fratelli musulmani stanno scagliando contro di noi la loro rabbia, la loro violenza. Razziano le farmacie gestite da cristiani, gli alberghi, le barche dei pescatori”. Poi mi fornisce materiale per accertarmi delle informazioni, e una volta fatto, attingere ad altre, per scoprire del rapimento ad Assiut di un pastore di una Chiesa avventista e di sua moglie e di un Paese così diverso da come i media lo descrivono, soprattutto grazie alle notizie disseminate dalla qatarina Al Jazeera che per sostenere i Fratelli musulmani mostra un Egitto spaccato in due, mentre, conferma la nostra fonte, i seguaci di Al Banna sono solamente una minoranza ma ben armata che per nulla affatto si sta difendendo un golpe militare.
Difficile paragonare, infatti, la situazione di questo Egitto all’Algeria degli anni novanta, dove l’esercito decise di effettuare un vero e proprio colpo di Stato mentre al Cairo c’è un presidente ad interim e un esercito, che certo sta difendendo i propri interessi economici, ma è lo stesso esercito –senza Tantawi ma con il suo delfino El Sisi- che ha deposto Morsy nello stesso modo in cui ha deposto Mubarak, un esercito che da giorni sta difendendo i diritti di oltre 30 milioni di persone, quelli della protesta del 30 giugno, che per nulla vogliono la Fratellanza musulmana, né tantomeno la vuole un’altra potente elite, quella dei giudici che ha fortemente ostacolato l’ascesa dei Fratelli al potere, un potere per nulla guadagnato democraticamente -pressioni esercitate davanti alle urne dai Fratelli musulmani per impedire di votare Shafiq, decine di migliaia di voti multipli, decine di migliaia di voti di elettori non registrati- e ora l’esercito deve difendere e mantenere la stabilità nel Sinai dove solo poche ore fa 14 morti e oltre 60 feriti, in gran parte uomini della sicurezza, sono stati uccisi nelle ultime 48 ore da militanti jihadisti, dal Sinai dove si lanciano missili contro i civili israeliani e dove Hamas continua a scavare nuovi tunnel indispensabili per il traffico di armi, da/e verso la penisola. Senza contare il lavoro che l’esercito egiziano deve svolgere sul confine con la Libia, ormai terra di nessuno, ma magazzino di armi a cielo aperto, come riportava un rapporto ONU dello scorso aprile: “Negli ultimi 12 mesi, la proliferazione di armi dalla Libia è continuata a un ritmo preoccupante e si è diffusa in un nuovo territorio: Africa occidentale, Medio Oriente e potenzialmente, anche il Corno d'Africa. I flussi illeciti stanno alimentando arsenali anche di gruppi terroristici. Il traffico dalla Libia comprende armi leggere e pesanti, compresi nuovi sistemi portatili di difesa aerea, munizioni, esplosivi e mine”.
Dunque, oltre a questi problemi l’esercito egiziano deve affrontare la minaccia domestica dei sostenitori di Morsy, ai quali da giorni è stato intimato di abbandonare la lotta armata, di abbattere le trincee di cemento che avevano eretto e di non usare i bambini come scudi umani durante le proteste (http://www.egyptindependent.com/news/opinion-brotherhood-treats-children-pawns-where-s-outcry). Mentre Obama, già sostenitore di Morsy, scambiando la Fratellanza musulmana con i Tea Party se ne lava le mani ed ecco che “in tutte le piazze è malvisto perché gli egiziani non gli credono più mentre invece aspettano una soluzione che arrivi da Mosca, da Putin”, conclude la nostra fonte. Fortunatamente, Obama non fu presidente degli Stati Uniti nel 1933 (http://www.americanthinker.com/2013/08/revisiting_churchill_on_democracy.html), concludiamo noi.
LIBERO - Carlo Panella : " Le proteste si avvicinano ai resort "


Carlo Panella
Il GIORNALE - Vittorio Dan Segre : " La guerra islamica nella terra orfana del Nilo "


Vittorio Dan Segre Fratelli Musulmani
Le immagini che giungono non solo dal Cairo ma anche da città come Suez e Port Said e da centri minori dimostrano due tragici fatti. Il primo è che l'Egitto rischia di passare dallo stato di rivolta a quello di guerra civile. Il secondo, che l'esercito si è unito alle forze di polizia per schiacciare questa guerra all'inizio secondo il proverbio arabo: se vuoi tagliare la coda al cane che ami, non farlo a fette ma d'un colpo solo. La domanda è ora se una violenta e sanguinosa repressione contro i sostenitori dell’esautorato presidente Morsi - che hanno respinto le proposte dei militari e del gruppo internazionale di mediazione, offerta di partecipazione al governo inclusa basterà a riportare la calma nel paese. Fare pronostici a caldo è impossibile perché gli interessi in gioco sono troppo grandi dalle due parti. I Fratelli musulmani non difendono soltanto la legittimità contro quello che vogliono far riconoscere dal mondo come un colpo di stato e la loro versione di «democrazia» ma il ruolo dell’Islam politico sunnita - in fase di piena affermazione grazie alla «primavera araba» - in tutti gli stati islamici contro il risveglio dell'Islam sciita. Questo porta a uno schieramento di forze molto più largo e profondo di quello che in questo momento mette di fronte la caserma «nazionalista» e teoricamente apolitica e la moschea «internazionalista» e politica in Egitto. La prima sostenuta da un coacervo di forze disorganizzate e deboli che vanno dai cristiani terrorizzati da un regime islamico assieme a gruppi laici democratici privi di seguito e da un primo gruppo di rottura del fronte islamico: i radicali musulmani di Al Nour (che sperano di rimpiazzare in qualche modo i Fratelli musulmani al potere). Dietro a questo vacillante schieramento locale c'è quello di paesi sunniti come l'Arabia saudita e gli Emirati - che temono l'emergere politico e nucleare dell'Iran (e il tentennante squalificato occidente con Europa e l'America di Barack come esempi di ignoranza diplomatica e percezione storica). La seconda, la moschea politica dei Fratelli Musulmani, con la sua capillare organizzazione sociale e scolastica che vede il suo appello al martirio sostenuto da una situazione di povertà di massa e di distacco dallo stato.
Situazione che per molti egiziani rende la morte più attrattiva di una vita senza pane e senza speranza. Dietro di lei si schiera la Turchia preoccupata da un ritorno al potere dei militari in patria, l'Iran che sfrutta il fallimento della rivoluzione araba per aumentare il suo peso di immagine nel mondo musulmano oltre a quello strategico e nucleare. Russia e Israele stanno a guardare più preoccupati di quello che succede in Siria e del processo di tribalizzazione del mondo arabo che di quello che succede in Egitto. La chiave della situazione nel Paese che con i suoi 80 milioni di abitanti resta leader del mondo arabo, non sta tanto nella sospensione della violenza (cosa sono 1000 morti fotografati nelle piazze del Cairo in confronto dei 100 mila morti non fotografati in un paese «piccolo» come la Siria?) ma in due fenomeni difficilmente trasformabili e neutralizzabili con rapidità da parte dei militari. Il primo è che l'Egitto ha cessato di essere il figlio del Nilo. Il fiume e le sue strutture sociali, agricole e autoritarie, non sono più in grado di sfamare il terzo più povero della popolazione. La produzione extra agricola - industria e turismo - è in crisi profonda. Gli aiuti dall’estero - 12 miliardi dall'Arabia saudita e circa due dall'Occidente vengono ingoiati senza rimettere in moto l'economia che richiede riforme che nessun governo in 30 anni è stato capace di fare oltre a una stabilità e sicurezza interna scomparsa col regime di Mubarak . Perché il popolo sa percepire e apprezzare che per un cambiamento per il meglio occorre un tempo che manca ai militari. Il secondo fenomeno è la possibile trasformazione della rivolta di piazza in guerriglia armata. Nei Sinai è già in atto con la piena collaborazione fra militari israeliani e egiziani. In Egitto potrebbe diventare una tragica realtà se i Fratelli musulmani passassero all'azione armata e al sabotaggio, e se frange radicalizzate e periferiche della comunità cristiana copta - forte di 10 milioni di aderenti per il momento schierata coi militari - decidessero di armarsi col pretesto di creare un sistema di autodifesa. Ieri di nuovo è stata bruciata una chiesa. Il peggio non è ancora successo ma la connessione innaturale fra beduini del Sinai e cristiani d'Alto Egitto dovrebbe essere seguita con più attenzione degli scontri di piazza fotogenici del Cairo.
La STAMPA - Gianni Riotta : " L'equazione sanguinaria di al-Sisi "

Gianni Riotta
La giornata di guerriglia di ieri, in Egitto, ha toccato oltre al Cairo Alessandria, Ismailia, Damietta e le proteste hanno lambito i centri turistici internazionali, dando alla grande crisi del Paese arabo risonanza nelle distratte cronache del mese di vacanze in agosto.
La strage di centinaia di morti, il calcolo delle vittime resterà per sempre incerto, conferma che il regime militare del generale Abdel Fattah al-Sisi ha deciso di portare l’orologio politico egiziano ancora più indietro rispetto ai tempi del presidente Mubarak. Allora i Fratelli Musulmani, per quanto perseguitati e incarcerati, avevano però un margine di manovra sociale, lavorando nei quartieri con la loro vasta rete di solidarietà religiosa. Tollerati, purché non alzassero troppo la testa.
Ora, dopo il golpe che ha abbattuto il presidente islamista Morsi e la feroce repressione, la giunta militare manda un messaggio chiaro: l’ordine deve regnare al Cairo e in tutte le altre città d’Egitto e lo stato di perenne anarchia seguito alla caduta di Mubarak deve cessare, subito. La protesta del presidente Obama, per quanto flebile e limitata, in concreto, a un semplice stop a manovre militari congiunte che avrebbero visto gli americani fianco a fianco ai responsabili delle stragi, è stata irrisa dai generali.
Che hanno spiegato, con sussiego, di dare la caccia agli stessi islamisti che Obama colpisce con i droni in Yemen e Afghanistan. Un’accusa chiara di ipocrisia, tanto più che Washington staccherà puntuale l’assegno annuo di un miliardo di euro, mancia pingue su cui l’esercito basa da decenni il potere.
La denuncia europea della repressione, guidata dalla cancelliera tedesca Merkel, dal presidente francese Hollande e dal premier italiano Letta, benvenuta sul piano diplomatico, non avrà però nessun effetto concreto sulla crisi. Da troppi anni l’Europa agisce in Medio Oriente divisa, ciascuna potenza a rimorchio dei propri interessi locali, e l’assenza di una forza militare accanto alle belle parole sui diritti, farà sì che l’UE, per dirla all’italiana, godrà di «una bella figura» all’Onu, che pure sta muovendo, tardi e male, il Consiglio di Sicurezza, ma senza aiutare l’Egitto a ritrovare pace. Israele, che collabora nel Sinai con l’esercito egiziano contro terroristi infiltrati, sta a guardare, ma il bagno di sangue al Cairo rende i «negoziati di pace» israelo-palestinesi, voluti a tutti i costi dal segretario di Stato Usa Kerry, ancor più vacui e velleitari.
In Egitto la parola è alle armi, in uno scontro di potere dove la forza schiaccia la debolezza, nel senso più crudele dei filosofi Hobbes e Machiavelli, niente diritti, niente dialogo, nessuna carta civile. Il generale al-Sisi legge il governo di Morsi come prova che i Fratelli Musulmani non accetteranno mai non solo la democrazia, ma neppure un equilibrio di stabilità, il vecchio Egitto, più grande Paese arabo, come boa tra le tensioni in Medio Oriente. La giunta accusa Morsi di non avere mediato con i militari, di avere lasciato che la piazza islamista spaventasse e minacciasse i cristiani copti, i liberali, il ceto dei mercanti e degli industriali. Ha deciso che, fino a quando i Fratelli non saranno annichiliti, ridotti alle corde, terrorizzati, l’Egitto non avrà pace e si comporta di conseguenza, certo che alla fine Usa e Europa abbozzeranno, come in Siria davanti alla piramide macabra di 100.000 morti che Assad ha eretto pur di restare al potere.
La noncuranza con cui i militari massacrano i Fratelli Musulmani e fanno spallucce davanti alle proteste occidentali si radica nell’appoggio, sfrontato, immediato e munifico che viene loro dai Sauditi. Terrorizzata dalla cosiddette «Primavere arabe» e dall’insorgenza islamica in Egitto, la Casa Reale saudita è opulento sponsor di al-Sisi. Re Abdullah mobilita con l’Arabia Saudita, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti per versare 10 miliardi di euro nelle esauste casse del Tesoro egiziano, 10 volte, calcola il quotidiano Financial Times, più dell’obolo americano e del sostegno venuto al presidente Morsi da Qatar e Turchia.
L’azzardo di al-Sisi punta su un’opinione pubblica egiziana stanca di disoccupazione e violenza, poco interessata alla democrazia, determinata a riprendere il lavoro e una qualche forma di convivenza pacifica. A questa stabilità i militari vogliono portare i contadini, i poveri delle città, il ceto medio produttivo e urbano, i cristiani, contando che intellettuali e progressisti accetteranno la mano forte, in cambio di un Egitto laico, odiato da Morsi. Un sondaggio Zogby sembra dare loro ragione, tra la gente comune poca attenzione per i diritti, molto desiderio che il caos finisca presto.
L’incognita della sanguinaria equazione è lo spirito di sacrificio e la forza del fanatismo islamista. Che potrebbe non accettare di tornare nei quartieri come ai tempi di Mubarak, occupare tragicamente le piazze, mentre il terrore filo al Qaeda colpisce le spiagge sul Mar Rosso, distruggendo l’industria del turismo. I libri di storia registreranno come insieme liberali, militari e Fratelli Musulmani abbiano sprecato un’opportunità unica per avviare il loro antico Paese verso il XXI secolo.
Oggi, mentre in Egitto si muore e nel mondo si parla compunti e presto si penserà ad altro, la sola alternativa sembra una vittoria della repressione di al-Sisi o la guerra civile strisciante. Lo «scontro di civiltà», che nella fallace previsione del professor Huntington avrebbe dovuto opporre occidentali a musulmani, continua invece, dal Nord Africa alla Turchia all’Afghanistan, a dilaniare la umma, la gigantesca comunità islamica.
Il FOGLIO - " Il calcolo freddo dei generali del Cairo, scatenare l’istinto jihadista dei Fratelli"

Abdel Fatah al Sisi
Il FOGLIO - Giulio Meotti : " Ecco perché Israele è contento del golpe egiziano del generale Sisi "

Ehud Barak
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