Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 09/08/2013, in prima pagina, l'articolo di Daniele Raineri dal titolo " Perché al Cairo sono già furiosi con il nuovo ambasciatore di Obama ". Dalla STAMPA, a pag. 1-31, l'articolo di Roberto Toscano dal titolo " L'impossibile golpe democratico ", preceduto dal nostro commento.
Ecco i pezzi:
Il FOGLIO - Daniele Raineri : " Perché al Cairo sono già furiosi con il nuovo ambasciatore di Obama "

Daniele Raineri Robert Ford
La STAMPA - Roberto Toscano : " L'impossibile golpe democratico "
Roberto Toscano
Roberto Toscano continua con le sue 'analisi' sulla Stampa.
Pochi giorni fa, si era esibito in una descrizione troppo rosea del nuovo presidente iraniano Hassan Rohani (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=120&id=50178), oggi, invece, l'argomento è l'Egitto.
Toscano analizza la caduta del governo islamista di Morsi.
Secondo Toscano "Il golpe egiziano non è solo una violazione delle regole democratiche, è anche un tragico errore". Gli egiziani, perciò, avrebbero dovuto stare fermi e subire la dittatura islamica di Morsi perché era stato 'democraticamente' eletto.
E' dura, per chi aveva visto democrazia nelle 'primavere', ammettere il loro fallimento.
Non è detto che il golpe dei militari porti alla formazione di un governo democratico in Egitto, ma è folle pensare che l'unica via democratica fosse quella di tenere Morsi, permettendogli di concludere il mandato e modificare a proprio vantaggio la costituzione.
In ogni caso, tra una teocrazia islamica stile Iran e una dittatura laica imposta dai militari, la scelta è semplice.
Ecco il pezzo:
A due anni dagli entusiasmanti eventi della Primavera araba (con la potente mobilitazione democratica di piazza Tahrir), e a solo un anno dalla prima elezione democratica, l’Egitto è entrato in una fase estremamente critica dopo che l’esercito è intervenuto per rovesciare il presidente Morsi e mettere fuori gioco il movimento islamista dei Fratelli Musulmani.
È piuttosto imbarazzante – di quell’imbarazzo che in spagnolo si chiama verguenza ajena (vergogna altrui) – assistere agli equilibrismi logico-politici di coloro che, definendosi democratici, si sforzano di sostenere, in Egitto e nel mondo, che l’intervento militare non è stato un golpe, ma un atto sostanzialmente democratico teso non a interrompere ma a rilanciare la rivoluzione egiziana di due anni fa.
In realtà sembra piuttosto azzardato affermare, come il Segretario di Stato Kerry ha fatto pochi giorni fa, che l’azione dei militari è tesa a «restaurare la democrazia».
L’esperienza del governo Morsi è stata certamente disastrosa: incompetenza economica, settarismo politico, tendenze illiberali, spinte islamiste radicali di fatto tollerate. Ma basta questo giudizio a giustificare un colpo di Stato?
Quaranta anni fa, in Cile, i militari rovesciarono il governo del presidente Allende. Un governo caratterizzato da una grave crisi economica, dalla spaccatura del Paese in due campi ostili incapaci di dialogo, e dalla presenza, all’interno della coalizione che lo sosteneva, di correnti radicali che inneggiavano alla «vera» rivoluzione di stampo castrista contro il socialismo democratico di Allende. Crisi economica e intenzioni antidemocratiche occulte dietro al rispetto formale della legalità esistente: ecco le giustificazioni addotte dai militari, e con loro da gran parte dello schieramento di destra e centro-destra cileno, che solo a distanza di tempo – di fronte alla brutalità e alla radicalità militarista della giunta e in particolare del generale Pinochet – cominciarono a prendere le distanze dai golpisti.
Morsi non è Allende, ed è certo legittimo esprimere una preferenza per il progressismo di ispirazione socialista rispetto all’islamismo, ma sarebbe moralmente e logicamente più corretto non spingere le nostre preferenze politiche fino a cancellare la netta discriminante che dovrebbe esistere fra lotta politica e uso della forza militare.
Ma non si tratta solo di una questione di principio. Il golpe egiziano non è solo una violazione delle regole democratiche, è anche un tragico errore.
La caduta di popolarità del governo dei Fratelli Musulmani era evidente, ma è altrettanto evidente che vi sono ancora milioni di egiziani che si identificano con quell’ipotesi politica. Come si potranno escludere, ignorare, reprimere se non con livelli di violenza di cui abbiamo avuto un assaggio, con due massacri unilaterali di decine di manifestanti? Ed è evidente la preoccupazione di Washington che, pur non condannando il golpe, sta cercando di esortare i militari egiziani – da ultimo con la visita al Cairo di due senatori repubblicani, McCain e Graham - a una moderazione che appare più che problematica viste le circostanze. In queste ore cresce in particolare la preoccupazione per la decisione, ribadita dai militari, di sgomberare le piazze dove dal momento del golpe sono in corso sit-in di protesta di militanti dei Fratelli Musulmani.
Le credenziali democratiche dell’Islam politico sono tutte da verificare, non solo in Egitto ma anche altrove (pensiamo soprattutto alla Turchia), ma l’idea che le Forze Armate siano giustificate ad intervenire non contro una dittatura, ma contro un pericolo (valutato soggettivamente) di deriva antidemocratica appare politicamente inaccettabile.
Il colpo di Stato militare corre poi il rischio di tradursi in una profezia auto-realizzata, nel senso che nel momento in cui un partito islamista che ha vinto le elezioni viene allontanato dal potere con la forza diventa difficile per gli islamisti moderati, in Egitto e altrove, difendere una via alternativa rispetto a quella proposta dall’Islam violento. E già in Egitto i moderati all’interno del movimento dei Fratelli Musulmani, caratterizzato da svariate correnti, stanno perdendo credibilità, e sono destinati ad allinearsi con i radicali (salafiti e jihadisti) o a scomparire come forza politica. Come risultato del golpe, il campo islamista tende cioè a ricompattarsi, e certo non su posizioni moderate. Inoltre, appare evidente che i Fratelli Musulmani erano molto efficaci all’opposizione e pessimi al governo: espellerli prematuramente dal governo e respingerli all’opposizione potrebbe rivelarsi del tutto controproducente per chi spera che il futuro del Paese non appartenga a loro.
Gravissima, fra le conseguenze dell’intervento militare, è anche la rottura fra laici e islamisti moderati, che non perdonano, comprensibilmente, l’indulgenza quando non l’aperto appoggio per i golpisti da parte di chi due anni fa era schierato a fianco degli islamisti contro la dittatura militarista di Mubarak.
Il danno prodotto dal colpo di Stato in Egitto si ripercuote anche sul terreno internazionale, con Stati Uniti ed Europa incerti, incapaci di identificare e applicare una politica che abbia un senso e una coerenza, combattuti come sono fra il disagio rispetto a quello che evidentemente è un colpo di Stato (anche se si preferisce non dirlo esplicitamente per evitare le conseguenze politiche della definizione) e l’inconfessato sollievo per la messa fuori gioco di una forza politica, quella dei Fratelli Musulmani, che ispira più di un sospetto e non poca avversione.
Non sarà facile per l’America (e in misura minore per l’Europa) esercitare la propria influenza per favorire un ritorno, prima che sia troppo tardi, ad un gioco democratico che non potrà escludere l’islamismo moderato.
Ma serviranno certo più chiarezza e più coraggio politico di quelli che abbiamo visto finora. E anche meno equilibrismi semantici: il «golpe democratico» è un ossimoro di cui faremmo volentieri a meno.
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