Riportiamo da LIBERO di oggi, 11/07/2013, a pag. 16, l'articolo di Carlo Panella dal titolo " L’Arabia si compra l’Egitto e umilia Obama ". Dal FOGLIO, in prima pagina, l'articolo di Daniele Raineri dal titolo " Al Cairo ovunque ti volti, golpisti o Fratelli, tutti dicono 'Fuck America' ". Dal GIORNALE, a pag. 15, l'articolo di Gian Micalessin dal titolo " Fuga da Al Jazeera. I reporter accusano: «Faziosa sull’Egitto» ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 13, l'articolo di Cecilia Zecchinelli dal titolo "Tolleranza zero con i Fratelli Musulmani " .
Ecco i pezzi:
LIBERO - Carlo Panella : " L’Arabia si compra l’Egitto e umilia Obama "

Carlo Panella Re dell'Arabia Saudita
Il FOGLIO - Daniele Raineri : "Al Cairo ovunque ti volti, golpisti o Fratelli, tutti dicono 'Fuck America' "

Daniele Raineri
Il GIORNALE - Gian Micalessin : " Fuga da Al Jazeera. I reporter accusano: «Faziosa sull’Egitto» "
Gian Micalessin
C'era una volta Al Jazeera . Il suo nome significava isola e la sua immagine illuminava come un astro nascente l'universo dei media. Oggi è l'isola che non c'è. Una stella spenta e cadente emblema di un'informazione partigiana e asservita.
Il volto più becero dell'emittente pagata e manovrata dall' emiro del Qatar incomincia a far capolino all'inizio delle primavere arabe. L'uscita allo scoperto arriva con il crepuscolo di Mohammad Morsi quando Al Jazeera non esita a trasformare gli inviati in un esercito mediatico incaricato di puntellare la traballante credibilità del presidente e dei Fratelli Musulmani. Grazie a una sfilza di reportage e interviste rigorosamente a favore di Morsi, Al Jazeera si gioca anche l'ultimo quarto di credibilità.
Non a caso i generali dopo aver liquidato il presidente fanno subito perquisire la redazione dell’emittente televisiva. Non a caso un gruppo di giornalisti egiziani butta fuori a calci gli inviati della tv presentatisi a una conferenza stampa.
Tutto questo potrebbe anche essere la prova della buona fede di Al Jazeera . Potrebbe. Ma non lo è. E a dimostrarlo arrivano le dimissioni di 22 fra giornalisti e impiegati della redazione del Cairo che abbandonano la tv accusandola di costringerli a manipolare pezzi e notizie. «Ci istruiscono in continuazione sui servizi da mettere in onda» - spiega Karem Mahmoud, uno dei volti della sede del Cairo, puntando il dito contro i capi di Doha. «Puntano solo a creare delle divisioni, seguono un' agenda contraria agli interessi dell'Egitto e di altri paesi arabi » - dichiara il conduttore già passato nella schiera degli ex. E Haggag Salam, un corrispondente da Luxor, licenziatosi domenica, rincara la dose accusando gli ex datori di lavoro di «mettere in onda bugie e sviare gli spettatori». Accuse confermate da Alaa Al Aioti e da altri tre redattori egiziani della sede centrale di Doha che seguono l'esempio dei 22 colleghi del Cairo e firmano una lettera di dimissioni in cui spiegano di non voler più collaborare all' «informazione di parte » dell'emittente.
Al Jazeera rispedisce l'accusaal mittente liquidando dimissioni e accuse come il frutto delle pressioni esercitate dai militari egiziani. «A seguito delle recenti pressioni sui media, in Egitto alcuni membri dello staff di Al Jazeera Egitto hanno deciso di lasciare. Comprendiamo- spiega un comunicato - tutte le ragioni per cui sentono il bisogno di trasferirsi, comprese quelle di chi segue opinioni politiche di parte». La piccata e acida difesa d'ufficio non basta peròa restituire all'emittente un'immagine di affidabilità e imparzialità. Anche perché il caso egiziano è la punta di un iceberg che agita i mari dell'informazione sin dall'inizio delle primavere arabe. Nel dicembre 2010 Al Jazeera trasmette parossisticamente le immagini delle proteste di Tizi Bouzit in Tunisia fino a quando non accende la rivolta che travolge Bel Alì e porta al potere i Fratelli Musulmani. Lo stesso avviene con Mubarak in Egitto e con Gheddafi in Libia. Già allora i disinvolti inviati di Al Jazeera non esitano a trasformare in notizie autentiche bufale. I resoconti libici sono il loro capolavoro. Grazie ai servizi dell’emittente, le tombe di un cimitero si trasformano in fosse comuni e la leggenda urbana degli aerei mandati a mitragliare i manifestanti di Tripoli diventa comprovata realtà.
Ancor più gravi delle falsificazioni sono le omissioni. Mentre dipinge Ben Alì, Mubarak e Gheddafi come signori del male, l'emittente di Doha «dimentica » di raccontare le stragi di manifestanti sciiti firmate da un sovrano del Bahrain assai amico dell'emiro del Qatar. Le malefatte politiche e giornalistiche di Al Jazeera rischiano di avere pesanti ripercussioni economiche in terra americana. Dopo essersi comprata per 500 milioni di dollari la fallimentare Current Tv di Al Gore, Al Jazeera sperava di conquistare gli spettatori musulmani d'America e far concorrenza a Fox Tv e alla Cnn. Ma per una tv sbugiardata persino in Egitto, la conquista del pubblico americano appare ora una missione decisamente impossibile.
CORRIERE della SERA - Cecilia Zecchinelli : " Tolleranza zero con i Fratelli Musulmani"
Cecilia Zecchinelli
IL CAIRO — La «seconda rivoluzione» dei Giovani Ribelli che il 30 giugno avevano chiamato in piazza fiumi di persone contro Morsi è ormai sbiadita. L’estesa coalizione laica che aveva voluto la deposizione del raìs islamico ha ottenuto che Mohammad El Baradei sia vice presidente e accettato un premier tecnocrate, ma la sua voce è sempre più debole. I loro improbabili alleati salafiti mantengono le postazioni ma pare saranno esclusi dal futuro governo. Invece, i militari, e al loro fianco i silenziosi quanto potenti «mubarakiani», proseguono spediti nella Grande Restaurazione. Forti delle difficoltà dell’Occidente a condividere il grido di «golpe» che continua a levarsi dalla Fratellanza sconfitta. Fortissimi dell’appoggio incondizionato e concreto delle monarchie del Golfo già grandi sponsor di Mubarak e Sadat. Dopo Arabia Saudita e Emirati, che martedì avevano concesso al Cairo 8 miliardi di dollari, ieri il Kuwait ne ha stanziati altri 4. Quale prova migliore potevano dare a un Egitto stremato e diviso che la via imboccata dal generale Abdel Fattah Al Sisi è quella giusta? Che il Paese non è solo?
Ieri i segnali che il capo dei militari intende procedere senza cedimenti sono stati molti. La magistratura (in gran parte mubarakiana) ha emesso ordini di arresto per la Guida suprema dei Fratelli Musulmani Mohammad Badie, finora mai toccato, con l’accusa di aver «pianificato e incitato atti criminali» nella strage di domenica al Cairo in cui 53 Fratelli erano stati uccisi dai soldati. Con lui altri nove dirigenti del movimento. Non solo. Per la prima volta dalla deposizione di Morsi le autorità hanno dato sue «notizie», fiduciose che non porteranno a reazioni di massa: «È detenuto in un luogo sicuro e ignoto, per il bene suo e del Paese». Voci lo danno recluso in una base militare nel deserto sulla via di Suez, ma cambia poco. E infine il presidente ad interim nominato da Al Sisi, Adly Mansour, non ha ceduto sulla Costituzione provvisoria da lui appena emanata, contestata (ma non rifiutata) dal fronte laico per gli eccessivi poteri conferiti al raìs nella transizione e perché non difende libertà fondamentali come quelle di culto e di sciopero.
Il presidio dei Fratelli intanto è ancora affollato alla moschea cairota di Rabaa Al Adawiya. È qui che forse si nasconde la guida Badie, difeso da uomini pronti a morire se ci sarà un attacco. Ma pare improbabile che l’esercito decida un’azione, non subito almeno con il Ramadan appena iniziato. E poi la battaglia per l’Egitto ormai ha superato i suoi confini. Il Paese è parte del Grande Gioco per il Medio Oriente in cui a sfidarsi sono gli Stati più ricchi e potenti, le monarchie del Golfo. Non è una novità: da tempo il minuscolo ma immensamente ricco Qatar contende al gigante saudita il ruolo di prima potenza regionale. Superattivo e pragmatico sul piano politico, musulmano wahabita come l’Arabia ma in una forma più moderna e tollerante, l’emirato ha sempre appoggiato la Fratellanza nell’area: con la tv Al Jazeera , finanziamenti, armamenti sui fronti di guerra come in Siria. In Egitto aveva sostenuto la Rivoluzione e ancora più la presidenza Morsi. Era stato il solo, almeno nel Golfo, a sostenere il Cairo l’anno scorso con 8 miliardi di dollari. Odiati da Riad, come da Abu Dhabi e dal Kuwait, i Fratelli nell’anno al potere avevano atteso invano gli aiuti promessi dai tre Paesi, ora annunciati invece in tempi rapidi e toni trionfanti. Una prova ulteriore che quanto sta succedendo qui non è opera di ribelli ma di forze militar-mubarakiane. Ma anche un elemento ulteriore d’allarme. Già risolvere la crisi egiziana è impresa ardua, con il coinvolgimento di potenze straniere lo è ancora di più. Non a caso Barack Obama ieri ha chiamato il nuovo emiro del Qatar Tamim bin Hamad e il principe della corona degli Emirati Mohammad Al Nahyan (vicino ai sauditi), chiedendo di contribuire a trovare una soluzione pacifica, ad avviare al più presto un governo democratico e civile.
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