Riportiamo da LIBERO di oggi, 06/07/2013, a pag. 1-19, l'articolo di Carlo Panella dal titolo " Democrazia e islam, missione impossibile". Dal GIORNALE, a pag. 13, l'articolo di Gian Micalessin dal titolo " Così il vecchio emiro del Qatar ha fiutato (in anticipo) la svolta ". Dalla STAMPA, a pag.10, l'articolo di Francesca Paci dal titolo "Con l’Islam non si tratta. Fa bene Assad a sparare " . Da REPUBBLICA, a pag. 1-4, l'articolo di Renzo Guolo dal titolo " Il rischio contagio, incubo dell’Occidente ". Dal FOGLIO, a pag. 1-4, l'articolo di Carlo Panella dal titolo " Miraggi occidentali ".
Ecco i pezzi:
LIBERO - Carlo Panella : " Democrazia e islam, missione impossibile "


Carlo Panella
Il GIORNALE - Gian Micalessin : " Così il vecchio emiro del Qatar ha fiutato (in anticipo) la svolta "


Gian Micalessin, Sheikh Hamad bin Jassim bin Jaber Al Thani
A Doha era semplicemente Hbj. A Londra Hbj alias Sheikh Hamad bin Jassim bin Jaber Al Thani - era lo sceicco capace di comprarsi i grandi magazzini Harrods, mettersi in tasca le quote del London Stock Exchange e finanziare la costruzione dello Shard, il palazzo più alto d’Europa. Ma non solo. Grazie alle sue politiche spregiudicate- quello sceicco seduto da anni sulle poltrone di premier e di ministro degli Esteri del Qatar - aveva trasformato il piccolo emirato in una potenza. Una potenza in grado, grazie ai miliardi della Qatar Investment Authority- di comprare la squadra del Paris Saint Germain, acquisire quote in Volkswagen e Porsche, fornire armi ai ribelli siriani, far cadere Gheddafi e tenere in piedi la disastrata economia egiziana. Guarda caso il potere di Hbj si è eclissato solo pochi giorni prima della caduta di Morsi. Il 25 giugno scorso- dopo aver annunciato l’abdicazione a favore del figlio 33enne Sheikh Tamim- l’emiro del Qatar Hamad bin Khalifa Al Thani ha provveduto a sostituire anche l’intoccabile Hbj. La rimozione di quell’uomo chiave sembra destinata a cambiare anche l’aggressiva politica dell’emirato. Giovedì il nuovo emiro Sheikh Bin Ahmal Al Thani non si è fatto problemi a felicitarsi con Adly Mansour, il capo della corte costituzionale egiziana nominato presidente dai militari golpisti.
Il telegramma di cortesia non è stato solo un gesto di «real politik ». Il colpo di mano dell’esercito egiziano e la caduta di Morsi sono stati agevolati, probabilmente, anche dall’allontanamento di Hbj. Un allontanamento non facile. Anzi così complesso da aver costretto l’emiro 61enne a sacrificare se stesso per permettere il cambio ai vertici dell’esecutivo e della politica estera. Del resto l’emiro Hamad Bin Khalifa e il cugino Hamad Bin Jassim erano i due volti del Qatar. Se Bin Khalifa era il sovrano illuminato, Hbj ne era il grande stratega. La sua nomina a ministro degli Esteri risaliva al 1992, quella a premier al 1997. Pensare di passare lo scettro ad un inesperto figlio 33enne lasciando tanto potere nelle mani del navigato Hbj non era possibile. Anche perché grazie al titolo di amministratore delegato del «Qatar Investment Authority» Hbj era il controllore delle ricchezze del paese.
Proprio per questo era uno dei pochi in grado di garantire la sopravvivenza economica di Morsi. Grazie alla benevolenza di Hbj, grande padrino della rinascita dei Fratelli musulmani, il presidente egiziano aveva potuto contare su finanziamenti per circa 7 miliardi di dollari. Finanziamenti che avevano permesso di far fronte alla crisi generata dalle inadeguate politiche dell’esecutivo islamista.
Ma quei miliardi gettati nelle sgangherate casse egiziane non erano il principale dei problemi. La contraddizione più stridente generata dalla gestione di Hbj era l’imbarazzante contrasto tra le due immagini del Qatar. Da una parte quella aperta e riformatrice offerta da un emirato presente su tutti mercati finanziari e pronto ad ospitare la Coppa del Mondo di calcio del 2022. Dall’altra quella oscura e inquietante ispirata da un regime pronto ad appoggiare il fondamentalismo in Tunisia, Libia, Egitto e Siria.
«Le armi- ripeteva Hbj- sono probabilmente l’unica via per raggiungere la pace in Siria». Ma come avevano incominciato a far notare gli «amici» di Washington, Parigi e Londra le armi pagate con gli assegni firmati da Hbj finivano troppo spesso negli arsenali dei ribelli siriani più vicini ad Al Qaida.
La STAMPA - Francesca Paci : " Con l’Islam non si tratta. Fa bene Assad a sparare "


Francesca Paci
Primo pomeriggio, sede scalcinata del movimento Tamarod. Tra i pacchi di petizioni contro il presidente Morsi, che continuano ad arrivare nonostante lui sia stato destituito, passeggia un gattino macilento con un topo in bocca. La tv mostra le immagini dei sostenitori dei Fratelli Musulmani che si radunano a Nasr City per il venerdì della rabbia islamica.
«Basta guardarli per capire che sono solo capaci a incitare alla guerra civile, bisogna ammettere che Assad ha proprio ragione» ragiona l’informatico 26enne Hassan Harb accendendo la ventesima sigaretta. Assad cioè il presidente Bashar Assad, quello contro cui due anni e mezzo fa i ragazzi siriani si sono ribellati sognando piazza Tahrir? «La nostra situazione era ed è diversa dalla loro, l’opposizione lì è dominata dai Fratelli Musulmani e se Damasco non li schiaccia al più presto distruggeranno la Siria anche perché sono appoggiati dagli Stati Uniti assai più consistentemente che qui in Egitto» interviene il compagno Basel Awad, consulente finanziario, 30 anni. Sul tavolo ci sono thermos del caffè, accendini, cellulari in carica, il laptop acceso sulla pagina Facebook da cui un gruppo di attivisti tunisini chiede consigli su come «importare» l’idea di Tamarod per liberarsi dei propri Fratelli Musulmani.
C’è stato un momento, all’inizio del 2011, in cui è sembrato che i popoli arabi si sollevassero coralmente uno dopo l’altro contro i propri dittatori accantonando le differenze geografiche, culturali e perfino religiose che ne avevano fatto fino a quel punto un mosaico di particolarismi incapaci perfino di comunicare con il medesimo idioma. Allora anche i Fratelli Musulmani erano parte della grande primavera fiorente e guai a obiettare, a Tahrir come nella tunisina avenue Bourguiba o tra gli sparuti e coraggiosi ribelli siriani, che gli islamisti avevano un’agenda propria non esattamente coincidente con quella dei liberal, dei democratici, dei religiosi non fanatici.
«Assad è un bastardo, non ci sono dubbi su questo, e pagherà per i suoi crimini» afferma il giovanissimo avvocato Hesham Osman prima di un silenzio significativo. Poi arriva il però: «Però con l’islam non è possibile nessuna libertà. Adesso faccio il tifo per Assad perché li sconfigga come abbiamo fatto qui e poi toccherà anche a lui». Inutile argomentare che in Egitto l’esercito è dalla parte della gente al punto da giustificare il colpo di stato con il consenso popolare mentre in Siria i carri armati gli sparano addosso. In fondo, confida una fonte militare egiziana, anche i soldati che oggi arrestano i Fratelli al Cairo nel nome della rivoluzione simpatizzano e tanto con il presidente siriano.
Hassan è sciita, lo dichiara per spiegare il proprio viscerale sostegno a Damasco. Basel ed Hesham no, ma condividono con lui i falafel appena portati dall’amico Nabil e l’analisi su quanto sta accadendo dall’altra parte del mediterraneo.
Basel prende carta e penna e disegna una specie di schema, gli obiettivi primari e secondari della rivoluzione: «L’opposizione siriana, che ha iniziato legittimamente e pacificamente a chiedere democrazia, ha commesso un errore decisivo quando dopo due settimane di protesta ha chiesto alla Russia e all’Iran di togliere le loro grinfie dal Paese, sarebbe stato come se noi il 25 gennaio 2011 avessimo attaccato l’America: è ovvio che il nostro esercito anziché sostenerci ci avrebbe sparato addosso per difendere i propri interessi». Nabil distribuisce tovagliolini di carta e annuisce. I militari sono gli eroi del momento e nessuno è disposto a metterne in discussione l’operato neppure quando si tratta dell’alleanza con gli Stati Uniti.
«Lo so che fare il tifo per Assad è contraddittorio da parte mia» ammette Hesham. Ma la contrapposizione con i Fratelli Musulmani è ormai più forte di qualsiasi ragionamento: loro sono i nemici di Tahrir e chi li combatte è un amico, indipendentemente da quanto sia mai stato davvero amico dei sogni di Tahrir.
La REPUBBLICA - Renzo Guolo : " Il rischio contagio, incubo dell’Occidente"

Renzo Guolo
La forzata fine del governo della Fratellanza Musulmana in Egitto costituisce una drammatica cesura nel processo in corso nel mondo della Mezzaluna. Il golpe in riva al Nilo avrà riflessi nell’intera regione. Le transizioni arabe si erano rette sin qui sul patto tra gli Stati Uniti e la Fratellanza. Washington aveva fatto cadere il veto nei confronti delle forze islamiste che contavano sul consenso popolare, purché garantissero “affidabilità sistemica”. Ovvero rinunciassero a mettere in discussione alleanze e trattati, in particolare quello con Israele, e facessero muro contro il terrorismo qaedista. Il colpo di stato egiziano scrive, di fatto, la parola fine su quel patto. Dopo il 3 luglio, con la leadership politica e religiosa della Fratellanza egiziana agli arresti come ai tempi di Nasser e Mubarak, difficilmente quella convergenza potrà riproporsi. Da qui i timori della Casa Bianca, per le ripercussioni delle vicende egiziane nell’intera regione. Se gli oppositori di Morsi imputavano a Obama di non mettere alle strette il presidente deposto, saranno ora gli islamisti a imputare agli Usa la loro immobilità. Il golpe risolve, apparentemente, il problema egiziano ma ne apre altri. A cominciare dalla Siria, dove la Fratellanza locale, molto meno malleabile di quella messa fuori gioco all’ombra delle Piramidi, è impegnata nella lotta al regime di Assad e, per proprietà transitiva, all’Iran e Hezbollah. Non è un caso che proprio Assad, con il quale l’Egitto di Morsi aveva definitivamente tagliato i ponti settimane fa, abbia esultato all’annuncio del generale Al Sissi. Se la Fratellanza non può governare l’Egitto, perché mai potrebbe farlo in Siria? La deposizione di Morsi si riverbera anche sulla Tunisia, dove Ennhada, altra formazione di filiera “FM”, rischia di essere travolta dall’accusa di incapacità di guidare una società plasmata dal nazionalismo laico. E su Hamas, costola palestinese del movimento, che timoroso di veder nuovamente chiudersi la gabbia di Gaza al confine occidentale, potrebbe riprendere i rapporti con l’Iran, sopiti dopo l’ascesa di Morsi. Subisce un duro colpo anche la Turchia di Erdogan, per il quale ogni tintinnare di rumore di sciabole, o peggio, un più deciso clangore di cingoli nelle strade, evoca il fantasma del passati colpi di stato contro i partiti islamisti progenitori dell’Akp. La rivolta laica e anti-autoritaria di Taksim è pur sempre un campanello d’allarme. Nella competizione per l’egemonia tra i paesi del Golfo, arretra il Qatar, che con i Fratelli aveva relazioni solide, contrariamente ai sauditi che, freddi nei confronti degli antichi rivali per il controllo del campo politico e religioso sunnita, avevano blandito forze di matrice salafita. Ma l’esito più drammatico del paesaggio dopo la battaglia egiziano, rinvia alla questione della democrazia e del jihad. I Fratelli che avevano accettato dopo un lungo dibattito l’idea del consenso elettorale come via per governare: dovranno fare ora i conti con il canto delle sirene salafite e le loro tesi sull’impossibilità per forze islamiste di credere nella democrazia. Resisterà la Fratellanza, che pure afferma di non riconoscere il regime nato dal golpe ma non per questo vi si opporrà con la violenza, alla spinta centrifuga di questi gruppi, convinti dell’impossibilità di aderire a un sistema politico intriso di cultura occidentale e teorici del jihad come fattore di violenza fondativa? O subirà un’emorragia a favore dei gruppi più radicali? La pesante battuta d’arresto dell’islam neo-tradizionalista annuncia, una stagione di nuovi equilibri e, forse, vecchie scelte, Lo si vedrà chiaramente nei prossimi mesi.
Il FOGLIO - Carlo Panella : " Miraggi occidentali "
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Sergio Romano
Per leggere l'articolo di Sergio Romano a cui si riferisce Carlo Panella, cliccare sul link sottostante
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