Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 24/06/2013, a pag. 11, l'articolo di Claudio Gallo dal titolo " Così tra le strade di Tripoli si combatte la guerra ad Assad ". Dal FOGLIO, in prima pagina, l'articolo di Mattia Ferraresi dal titolo " La guerra di Kerry sulla Siria fra fantasmi e calcoli".
Ecco i pezzi:
La STAMPA - Claudio Gallo : " Così tra le strade di Tripoli si combatte la guerra ad Assad "
Claudio Gallo
È il teatro sbrindellato d’una tragedia arcaica Syria Street, nel cuore di Tripoli, la città più irrequieta del Libano, sempre prossima a esplodere in qualche conflitto politico mascherato da scontro settario. Le quinte sono di cemento grezzo, traforato dai buchi dei proiettili e dalle cavità aperte dai razzi. Dal 1975, il debutto della strana guerra civile libanese piena di stranieri, lo scenario non è cambiato, in basso c’è Bab al Tabasseh, il quartiere sunnita, in alto c’è Jabal Moshen, il quartiere alawita. In mezzo c’è la morte.
Il Libano è appena un quarto della California e da Beirut a Tripoli s’impiega soltanto un’ora, salendo a Nord. Ancora cinquanta chilometri e c’è la Siria. Più povera della capitale, 500 mila abitanti, è la roccaforte dei sunniti conservatori. Stendardi neri salafiti sventolano appesi ai pali della luce nelle strade principali. Un cartello mostra il volto sorridente del re saudita Abdallah, grande finanziatore degli islamisti locali. C’è anche qualche foto dei martiri caduti combattendo contro il regime in Siria, come nei quartieri sciiti di Beirut ci sono quelle dei miliziani di Hezbollah. Giovani volti barbuti chiusi nel sudario bianco, aggiustati nel sorriso inquietante di chi entra in paradiso.
Il clima è «business as usual», ma la tensione scappa fuori ad ogni occhiata. La piccola moschea all’inizio di Syria Street è innaffiata di proiettili, come se dall’altra parte sparassero a caso, dove viene viene. Ma guardando in su, verso le case mezze in costruzione di Jabal Moshen è lo stesso. Una rabbia incontenibile vomita fuoco di qui e di là, in ondate di cieco furore. Le auto passano ma la maggior parte dei negozi è chiusa. «Tu non li vedi, ma loro vedono te», dice Mohsen Sakkal giornalista della tv cristiana Mtv, riferendosi ai cecchini. Dal 2008 ci sono stati 18 battaglie con un centinaio di morti e molti feriti.
Per entrare a Jabal Moshen, il monte di Mohsen, bisogna passare un posto di blocco dell’esercito con i bidoni pieni di sabbia rossi e bianchi e il cedro stilizzato. I soldati indossano il giubbotto antiproiettile e l’elmetto di kevlar nel caldo infernale. Acquattato tra i sacchi, un vecchio blindato M113A2, che debuttò in Vietnam. Come succede in Libano, l’iconografia ti dice dove sei: ritratti del presidente Assad ricordano che si è entrati in un’area filo-siriana. Salendo s’incrociano grosse jeep Humvee piene di soldati, con la mitragliatrice M2 Browning pronta all’uso.
Sul lato della montagna che dà sul quartiere sunnita c’è la sede del leader alawita Refaat Eid, capo del Partito Arabo Democratico, una costruzione bassa di cemento armato che si appoggia al pendio. Gli alawiti sono una setta islamica della galassia sciita a cui appartengono gli Assad. Nel suo ufficio i soliti ritratti che marcano l’appartenenza politica: quello in posizione d’onore non è di Bashar, ma di suo padre Hafez al Assad, il leone di Damasco. Un grande schermo televisivo trasmette il mosaico delle telecamere di sicurezza.
Sulla quarantina, Eid siede sulla sedia che prima era di suo padre Ali, grande amico di Martin Luther King. «Come può vedere - dice - la guerra siriana è già passata in Libano». L’ipotesi che sia una guerra religiosa lo fa arrabbiare. «Ma quale guerra settaria, qui trova le intelligence di tutto il mondo: americani, russi, francesi, sauditi, qatarini. C’erano solo due stati che proteggevano le minoranze in Medio Oriente: la Siria e il Libano. E ora sono sotto attacco, ma la religione non c’entra, alcuni dei miei alleati sono sunniti». Secondo lui i salafiti, sponsorizzati dalla Turchia e dal Qatar, stanno trasformando i territori siriani che controllano in basi terroristiche, da cui domani partiranno gli attentati contro l’Europa. «Noi ci battiamo per sopravvivere - dice - in Siria siamo 15 mila assediati da un milione di sunniti».
L’arcinemico degli alawiti abita nel quartiere di Abu Amra, in cima a un’altra collina, roccaforte dei salafiti. I salafiti sono un movimento islamico rigorista nato nel XIX secolo che si propone di ritornare alla purezza delle origini musulmane. Dai al Islam al Shahal, uno dei fondatori del movimento salafita libanese, sta in un condominio da cui si vede Tripoli scendere verso il mare. Nella casa accanto abitava Abd Majid Rafii, segretario del partito Baath filo-iracheno, grande amico di Saddam Hussein. La finestra dello studio dà sulla distesa di cemento del centro e, appena sotto, sulle cupole verdi e i minareti della moschea mamelucca di Taynal. Lunga barba bianca, tunica e velo bianco in testa, calzini bianchi, solo le scarpe nere. Anche lo sceicco siede sulla sedia che fu di suo padre Salem.
Non vuole sentire parlare di pace. «Troppo tardi - dice - l’occidente ha lasciato che i massacri andassero troppo avanti. Non capisco questa vostra pazienza, sospetto che vi vada bene così». Il vecchio religioso sa bene quali parole usare per colpire la coscienza degli occidentali. «Avete distrutto valori come i diritti umani e l’indignazione». La sua è la posizione dei ribelli: avanti fino alla caduta di Assad (che però non è molto vicina), nessun accordo, mai. Che ne dice sceicco delle accuse di atrocità rivolte sempre più spesso ai combattenti salafiti? «Falsità, c’è qualche errore, è vero. Ma sono errori individuali, mentre per Assad l’atrocità è una politica». E comunque di Jabhat al Nusra, il fronte filo-al Qaeda che combatte in Siria, non ne vuole sentire parlare. «Con quelli - fa seccato - non abbiamo rapporti». Anche lui è convinto che in Libano la guerra sia già arrivata. «Tutta colpa dei terroristi di Hezbollah, sostenuti dall’Iran». E con Jabal Mohsen come la mettiamo, guerra per sempre? «Deve capire che ormai si combatte anche da noi. Non finirà, finché quelli saranno i fantocci di Damasco». A Bab al Tabbaneh e sulla montagna costruiscono le frasi allo stesso modo, si trasmettono il potere allo stesso modo: a forza di odiarsi si somigliano.
Il FOGLIO - Mattia Ferraresi : " La guerra di Kerry sulla Siria fra fantasmi e calcoli"
Mattia Ferraresi John Kerry
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