Siria, ecco le interviste:
Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 06/05/2013, a pag. 11, l'intervista di Francesco Semprini a David George Newton dal titolo " E’ in corso il secondo atto del duello iniziato nel 2006 ", l'intervista di Francesca Paci a Giora Eiland dal titolo " Sulle armi verso il Libano Assad è ostaggio dell’Iran ". Dall'UNITA', a pag. 13, l'intervista di Umberto De Giovannangeli a Saeb Erekat dal titolo "«L'inerzia della politica fa esplodere il Medio Oriente»", preceduta dal nostro commento.
Ecco i pezzi:
La STAMPA - Francesco Semprini : " E’ in corso il secondo atto del duello iniziato nel 2006 "

David George Newton
La STAMPA - Francesca Paci : " Sulle armi verso il Libano Assad è ostaggio dell’Iran "
Gen. Giora Eiland
L'UNITA' - Umberto De Giovannangeli : " «L'inerzia della politica fa esplodere il Medio Oriente» "

Saeb Erekat
Saeb Erekat viene a torto definito 'negoziatore'. Nel corso dell'intervista elenca le pretese dei palestinesi per tornare al tavolo negoziati. Secondo Erekat e i palestinesi, negoziare significa pretendere come precondizione quello che dovrebbe essere oggetto della negoziazione stessa.
In ogni caso sostenere che lo stallo dei negoziati sia la causa della situazione in Siria è assurdo.
Ecco il pezzo:
«In Medio Oriente il tempo non lavora per la pace. E questa considerazione vale per la Siria come perla Palestina. Pensare di mantenere lo status quo non è una illusione, è un tragico errore. Perché quando la diplomazia abbandona il campo, a riempirne il vuoto sono le forze che puntano alla destabilizzazione». E un lucido, argomentato, grido d'allarme quello lanciato dalle pagine de l'Unità da una delle figure più rappresentative della leadership palestinese: Saeb Erekat, capo negoziatore dell'Anp, consigliere politico del presidente Mahmud Abbas (Abu Ma-zen). Mentre II negoziato lsraelo palestinese è in stallo permanente, il conflitto siriano rischia dl estendersi all'Intero Medio Oriente. C'è un filo rosso che lega I vari scenari? «Credo di si ed esso va ricercato nell'inerzia della politica. E in Medio Oriente, la storia lo ha insegnato, quando la politica e la diplomazia abbandonano il campo, a riempire quel vuoto sono le armi. Gli appelli non bastano da sfili a fermare i massacri in Siria così come non sembrano smuovere i governanti israeliani dalla loro intransigenza rispetto a un punto che per noi rimane cruciale...». Qual è questo punto? «Lo stop alla colonizzazione della Cisgiordania e di Gerusalemme Est. Su questo siamo stati molto chiari negli incontri avuti di recente con il presidente Usa Barack Obama e con il segretario di Stato John Kerry: pace e insediamenti sono inconciliabili. Chiederci di "legalizzare" ciò che è illegale - gli insediamenti - è inaccettabile. Al presidente Obama abbiamo mostrato una cartina della Ci- «In Siria come in Palestina pensare di mantenere lo status quo non è un'illusione, è un errore» sgiordania che dà conto, più di tanti discorsi, di ciò che è stata, sul terreno, la politica di colonizzazione portata avanti senza soluzione di continuità da Israele: insediamenti moltiplicatisi nel tempo, colonie trasformate in città, un territorio, la Cisgiordania, spezzato in mille frammenti. In questo modo, si rende impraticabile una soluzione a "due Stati", si svuota di ogni contenuto reale un ipotetico negoziato». E qual è stata la reazione americana? «Hanno preso atto delle nostre ragioni, il segretario di Stato Kerry ha compreso la gravità della situazione, ma ora è tempo di agire prima che sia troppo tardi». Cos'è, una minaccia? «No, è una previsione fondata. Fondata sul malessere crescente nei Territori e su un quadro generale nella regione che si fa sempre più inquietante. L'approccio giusto è quello globale: la pace fra Israele e gli Arabi, e per raggiungere questo obiettivo è ineludibile dare soluzione alla "questione palestinese"». Lei parla di pace globale. Può andare In questa direzione la riformulazione del plano di pace presentato dalla Lega Araba nel 2002 e che sostiene ora esplicitamente II principio di uno scambio di temi-tori fra Israele e Palestina? «Su questa iniziativa si è imbastita una lettura strumentale che va subito tolta dal tavolo: la proposta della Lega Araba non rappresenta una novità, e tanto meno si configura come una pressione sulla dirigenza palestinese. E vero il contrario...». Vale a dire? «La delegazione araba che ha di recente incontrato il segretario di Stato Usa, ha presentato la posizione ufficiale palestinese: in cambio dell'accettazione senza riserve da parte israeliana della soluzione a "due Stati", basata sui confini del 1967, lo Stato palestinese, in quanto Stato sovrano, potrebbe prendere in considerazione modifiche di piccola entità dei confini, ritenute uguali in superficie e qualità, nella stessa zona geografica; modifiche che non minaccino gli interessi palestinesi. Quel che vale è il principio di reciprocità, al quale non siamo mai venuti meno». Più volte, la leadership palestinese ha affermato la disponibilità a tornare al tavolo delle trattative ponendo come condizione il blocco degli Insediamenti. C'è chi sostiene, anche In Europa, che questa asserita disponibilità è contraddetta dalle condizioni poste dall'Anp per riprendere II dialogo. «Noi non poniamo condizioni alla ripresa dei negoziati. Netanyahu, il presidente Obama e i leader europei sanno bene che il congelamento della colonizzazione non è una condizione palestinese, ma un impegno israeliano. Quello che poniamo non sono condizioni, ciò che chiediamo è l'applicazione da parte di Israele dei suoi impegni, a cominciare dalla cessazione della colonizzazione e dalla liberazione dei prigionieri palestinesi. Mi lasci aggiungere che un negoziato non può durare in eterno, altrimenti non di negoziato si tratta ma di una farsa che nessun dirigente palestinese, neanche il più disposto al compromesso sarà mai disposto ad avallare».
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