Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 20/03/2013, a pag. 18, l'articolo di Maurizio Molinari dal titolo " La visita di Obama? Uno show. Non porterà la pace in Israele ". Dal FOGLIO, a pag. 3, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo " Obama in Israele farà il “turista” sotto la protezione di Iron Dome". Dal MANIFESTO, a pag. 8, l'articolo di Michele Giorgio dal titolo " Lì dove Obama non metterà piede ", preceduto dal nostro commento.
Ecco i pezzi:
La STAMPA - Maurizio Molinari : " La visita di Obama? Uno show. Non porterà la pace in Israele "


Maurizio Molinari Barack Obama
La capitale d’Israele accoglie oggi Barack Obama coperta di bandiere a stelle e strisce, ma nei suoi mercati ebrei ed arabi tradiscono sentimenti di indifferenza, sfiducia, gelo e anche aperta ostilità nei confronti dell’illustre ospite.
Il cuore ebraico della città batte a Machanè Yehuda, il mercato dove ortodossi e laici si incontrano per acquistare ogni tipo di cibo. «Rahmo» è il ristorante-mensa dove venditori, scaricatori e operai si siedono per mangiare piatti di humus caldo. I tavoli sono una ventina. Si parla di tutto, anche ad alta voce, ma non di Obama. Introdurre il tema significa andare incontro a indifferenza e distacco. «E’ il presidente di un Paese nostro amico, lo accoglieremo come tale ma non credo potrà fare molto più di una gita» taglia corto Avner, immigrato 62 anni fa da Baghdad, venditore di frutta e ortaggi. Seduto davanti a lui il più giovane Noam, trasportatore di carni, riassume il viaggio del presidente con un’espressione: «E’ una hazagà», uno show. Quando il termine risuona altri avventori annuiscono ironizzando sulla «tribù dei 500 giornalisti» piovuta a Gerusalemme da ogni parte del mondo per raccontare «un presidente che può fare assai poco».
Chiedere di più significa andare incontro a battute ironiche, se non peggio, ed a rendere bene il clima sono due universitari israeliani, mascherati da araldi medioevali, che percorrono le stradine coperte del mercato suonando con la tromba musiche da Far West. L’«Istituto per la democrazia» di Tel Aviv fotografa tali sentimenti con una statistica secondo cui il 36,5% degli ebrei israeliani considera Obama «un amico» - erano il 29 un anno fa - rispetto al 51% che lo definisce «neutrale» e il 10,5 «ostile».
Sondaggi simili non sono disponibili sui palestinesi ma davanti alla Porta di Damasco, sul lato arabo della Città Vecchia, attorno ad un venditore di caffè zuccherato un capannello di commercianti dello shuk non cela l’ostilità verso Obama. «Questa visita è pericolosa, viene ad avallare i disegni di guerra di Benjamin Netanyahu - dice Jumal, educato in un collegio francescano - contro l’Iran, il Libano e la Siria». Rami, 45 anni, nato a Gerusalemme Est, annuisce: «Obama dice di essere a favore dei palestinesi ma in quattro anni non ha fatto nulla, si limita a versare soldi al governo corrotto di Abu Mazen». A preparare i caffè neri è Halil, non arriva a venti anni, ed è quello con meno speranza: «Da queste parti chi vuole fare davvero la pace viene ucciso, come Arafat e Rabin, non credo che Obama voglia fare la stessa fine». Il più anziano è Ahmad, abita a
Shuf’at e dice di aver «appena ricevuto la notifica che la mia casa sarà abbattuta dagli israeliani». E’ il più informato, ed il più ostile. «Obama parlerà qui a migliaia di universitari - dice, con le emozioni in crescendo ma perché ha invitato solo gli israeliani e non i nostri ragazzi? Non lo meritavano pure loro?». Ahmad trascina gli altri e la protesta contro la visita si trasforma in un coro di aperta disapprovazione che tiene banco davanti alla Porta di Damasco. Il chiasso attira alcuni tassisti del vicino parcheggio di «Notredame», enclave vaticana, che se la prendono con Abu Mazen: «Non avrebbe dovuto accogliere Obama a Ramallah, lo fa solo perché gli servono i soldi per pagare i poliziotti, ma sono elemosina, il nostro raiss, Arafat, si sarebbe comportato altrimenti».
Il FOGLIO - Giulio Meotti : " Obama in Israele farà il “turista” sotto la protezione di Iron Dome "


Giulio Meotti Una batteria di Iron Dome
Il MANIFESTO - Michele Giorgio : " Lì dove Obama non metterà piede "


Michele Giorgio Abu Mazen
L'area C della Cisgiordania è un territorio conteso, non occupato, e, attualmente, è sotto il controllo israeliano. Ci sono zone a controllo misto e zone a controllo esclusivo dell'Anp. In quelle i palestinesi possono costruire ciò che desiderano, anche ville palladiane.
Abu Mazen, se veramente interessato alla pace, ponga delle condizioni accettabili e riconosca Israele come Stato ebraico. Ci pare una pretesa eccessiva il non riconoscere Israele e pretendere poi che quest'ultimo si assoggetti a qualunque condizione posta dall'Anp.
Ecco il pezzo:
Fanno il girotondo i bambini della scuola del minuscolo villaggio palestinese di Imneizel. Altri, con un pallone un po' sgonfio, provano a sfidarsi in un improbabile match di volleyball. È un giorno di festa. Niente lezioni. La scuola è invasa da una quarantina di giornalisti giunti in autobus, quasi tutti palestinesi. C'è anche l'inviata della popolarissima, da queste parti, tv araba al Jazeera a rendere l'evento ancora più eccezionale per una comunità di 500 persone a cui forse capita di vedere più israeliani che palestinesi. Imneizel infatti è a ridosso dalle alte recinzioni di sicurezza della colonia ebraica di Mesadot Yehuda e da un ampio posto di blocco militare dal quale si entra in Israele. Sull'altro versante c'è uno spettacolo mozzafiato della natura, le stupende colline della Cisgiordania meridionale, a sud di Hebron. Le piogge abbondanti dell'inverno, che quest'anno stenta a terminare, le hanno colorate di verde e giallo, come di rado accade da queste parti. «Abbiamo organizzato questo tour per farvi rendere conto delle situzione di questa scuola e dell'intera comunità di Imneizel», spiega una funzionaria di Echo, l'agenzia europea incaricata per i programmi di emergenza. «In questa zona - aggiunge - tutto è soggetto alle restrizioni imposte dalle autorità militari. Siamo in area C della Cisgiordania e qui fa e dispone soltanto Israele». Costruire in questa porzione di terra palestinese è una impresa per i palestinesi. Le richieste sono sistematicamente respinte dalle autorità di occupazione e chi costruisce senza attendere il permesso presto o tardi vede arrivare le ruspe dell'esercito. E ciò che è vietato ai palestinesi si rivela facile e senza alcun problema per i coloni israeliani che pure vivono in Cisgiordania violando la legalità internazionale. Appena il governo israeliano approva la costruzione o l'espansione di una colonia, subito scattano i lavori di allacciamento alla rete elettrica e all'acquedotto. Per una comunità palestinese tutto ciò è fantascienza. Prende la parola Fadi, il responsabile dello staff locale della ong italiana Gvc di Bologna, organizzatrice con Echo e Ocha (Onu) del tour e presente con progetti di sviluppo nei Territori occupati dal 1992. Il Gvc ha costruito accanto alla scuola una delle 14 cisterne di raccolta del-l'acqua che sta realizzando per la comunità di Imnezel. «A quanto pare - riferisce con ironia Fadi - i comandi militari israeliani pensano che i nostri studenti debbano rimanere durante le lezioni senza bere e senza andare al gabinetto. Così hanno emesso un ordine di demolizione per la cisterna e i bagni della scuola». Presidente, venga a vedere Barack Obama oggi arriva a Tel Aviv con l'Air Force One. È la prima volta che da presidente visita Israele e domani incontrerà anche il presidente dell'Autorità nazionale palestinese Abu Mazen. La scorsa settimana ha fatto sapere con una intervista televisiva che non presenterà un nuovo "piano di pace" e che si limiterà ad ascoltare idee e proposte di Abu Mazen e del premier israeliano Netanyahu volte a rilanciare le trattative ferme, di fatto, dal 2009. Meglio farebbe Obama ad ascoltare gli abitanti di questa parte poverissima della Cisgiordania. Capirebbe cosa vuol dire vivere sotto occupazione militare. Il presidente Usa parlerà e risponderà alle domande dei giovani israeliani nel Convention Center di Gerusalemme e dovrebbe avere il coraggio di incontrare anche i giovani palestinesi. Non quelli che vivono in città ma quelli che abitano in questa zona depressa della Cisgiordania, dove l'occupazione, oltre a tutto il resto, non ritiene necessario portare l'acqua e l'elettricità alle comunità più isolate ma fa il possibile per allontanarle, per costringerle ad abbandonare la zona C, spesso proclamando chilometri e chilometri quadrati di terra «aree militari chiuse» e poligoni di tiro. L'area C - circa il 61% della Cisgiordania che a venti anni dalla firma degli accordi di Oslo rimane sotto il completo controllo di Israele - conta circa 300.000 coloni israeliani, contro una popolazione palestinese che va dai 92.000 secondo le statistiche israeliane ai 150.000 censiti dalle Nazioni Unite. In questi giorni tremano le quindici famiglie palestinesi della tribù Shalalda che hanno appena ricevuto l'ordine di abbandonare immediatamente le loro abitazioni che si trovano a al Janoub, a est del villaggio di Sair. Altrimenti saranno evacuate con la forza. Sono famiglie che da generazioni vivono in grotte situate in un'area che l'esercito utilizza per le esercitazioni militari. È l'ennesima minaccia di espulsione a sud di Hebron dove Israele tiene sotto pressione i residenti di otto dei 12 villaggi palestinesi nella cosiddetta «Firing Zone 918» (3 kmq popolati da circa 1.800 palestinesi) che l'esercito definisce frazioni «disabitate»: Tuba, Mufaqarah, Sfai, Majaz, Tabban, Fakheit, Megheir al Abeid, Halaweh, Mirkez, linba, Kharuba e Sarura. Otto di queste, quelle più meridionali, sono minacciate dall'ordine di espulsione: gli abitanti dovrebbero essere trasferiti a Varia. Le quattro più settentrionali, popolate da circa 300 persone, sarebbero «salve». Tra una frazione e l'altra ci sono diversi insediamenti colonici israeliani. A scuola con la scorta *** Barack Obama venerdì, dopo aver visitato la Chiesa della Natività di Betlemme, potrebbe approfittarne per spingersi nella Cisgiordania meridionale e cogliere l'occasione per accompagnare gli scolari del villaggio di Tu-wane, lontano qualche chilometro da Imneizel, che da anni per andare a scuola devono essere scortati da volontari internazionali e da una jeep dell'esercito perchè i coloni israeliani di Ha-vat Maon mal sopportano quel passaggio accanto alloro insediamento. Dopo anni le autorità israeliane hanno «riconosciuto» che quei bambini hanno diritto all'istruzione ma non hanno preso prowedimenti verso i coloni. Come accade in altri villaggi inclusi nella «Firing Zone 918», anche i 145 abitanti di Tuba usano costruire minuscole abitazioni all'interno di ampi tendoni da accampamento. E uno stratagemma per nascondere i piccoli edifici (un paio di stanze) alla vista dei militari ed evitare l'arrivo immediato delle ruspe. Qui il Gvc ha costruito cisterne per la raccolta di acque plovane e attraverso la copertura del costo per l'apertura di una strada sterrata, ha reso più agevole il trasporto dell'acqua con autobotti. Più di tutto ha contribuito con il suo intervento a far scendere il prezzo dell'acqua: per la gente di Tuba quattro volte più alto rispetto a quello che paga un palestinese che vive in città e molte volte di più di un colono israeliano che risiede illegalmente in Cisgiordania. A Tuba l'esercito vuole demolire i pannelli solari e le pale eoliche, l'unica fonte di energia per questa comunità. Michele Pierpaoli, program manager del Gvc, lavora da tempo in questa zona. «C'è un piano dell'amministrazione civile israeliana di evacuare queste aree con tutti gli abitanti, con la motivazione di renderle zone militari - ci spiega - E già successo in passato in altre parti della Palestina: le aree prima sono dichiarate zone militari e poi sono colonizzate dai settler israeliani». Adesso, prosegue Pierpaoli, «sono minacciati di distruzione i pannelli solari e le pale eoliche. E non si capisce perchè, forse rubano il vento?». Una domanda che potrebbe porsi anche Barack Obama, se solo venisse qui.
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