Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 30/08/2012, a pag. 3, l'articolo di Luigi De Biase dal titolo " I pasdaran entrano in Siria per rafforzare l’influenza di Teheran ". Dalla STAMPA, a pag. 16, l'articolo di Giordano Stabile dal titolo " Assad: stiamo vincendo ma la guerra sarà lunga ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 42, l'articolo di Lorenzo Cremonesi dal titolo " Se l'opposizione è troppo divisa. Il tempo gioca a favore di Assad" .
Ecco i pezzi:
Il FOGLIO - Luigi De Biase : " I pasdaran entrano in Siria per rafforzare l’influenza di Teheran "
Luigi De Biase Pasdaran
La STAMPA - Giordano Stabile : " Assad: stiamo vincendo ma la guerra sarà lunga "
Bashar al Assad
In Siria «non è in atto una rivoluzione, né una Primavera, è solo terrorismo».Laguerra«saràancora lunga, ma la stiamo vincendo». Assume la posa dello statista Bashar al Assad, senza retorica e proclami mirabolanti. Non è Gheddafi, sembra voler mostrare nell’intervista trasmessa ieri dalla tv satellitare privata, ma filogovernativa, Ad Dounia. Intervista rilasciata, sottolinea lui stesso, «nel palazzo presidenziale di Damasco». Il raiss non scappa e non si fa impressionare dalle defezioni nel regime. «Chi è fuggito dalla Siria, forse per ragioni di denaro o perché minacciato dai terroristi, è un debole». Le fughe, alla fine, sono state «una pulizia automatica» dello Stato «dai meno patriottici».
«Ci vorrà ancora tempo per vincere - avverte il raiss -. Ma, se posso riassumere la situazione, stiamo facendo progressi». Le forze armate, sottolinea, «hanno compiuto sforzi eroici». In una guerra, ribadisce, che non è soltanto siriana, «ma regionale» frutto di una «cospirazione» internazionale volta a indebolire la resistenza della Siria di fronte a Israele e all’Occidente e alimentata da «rifornimenti continui dall’estero di armi». Tra i cospiratori c’è prima di tutti la Turchia, che ha «responsabilità diretta nel sangue versato». Il raiss attacca l’idea rilanciata dal ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu di creare una «zona cuscinetto» per proteggere i civili: «Non è realistica». E, insinua il raiss, e non farà breccia neppure nell’opinione pubblica turca, «amica della Siria». Una strizzata d’occhio al di là del confine, perché la tv Ad Dounia («Il Mondo») continua ad avere un piccolo seguito fuori dalla Siria, che comprende la minoranza turca arabofona.
L’idea della «zona cuscinetto», va detto, è stata ridimensionata anche dalla Francia, tornata protagonista sulla scena siriana con il riconoscimento del Consiglio nazionale siriano come governo legittimo. All’appoggio politico non segue quello sul campo perché la zona cuscinetto, ha spiegato ieri il ministro degli Esteri Laurent Fabius, «richiede un non fly zone: è molto complicato».
E l’arma aerea, in assenza di una no fly zone, resta l’assicurazione sulla vita migliore per il raiss. Pesanti bombardamenti hanno colpito ieri i quartieri nord-orientali di Damasco, Idlib e Aleppo. Gli insorti parlano di «ampia offensiva» delle forze governative, in un ennesimo sforzo di riprendere il controllo totale delle maggiori città.
I ribelli sono riusciti però a mettere a segno un attacco a sorpresa contro l’aeroporto di Taftanaz, a metà strada fra Aleppo e Idlib, usato dall’aviazione come base per i raid in tutto il settore settentrionale del fronte. Gli insorti rivendicano la distruzione di «cinque elicotteri e numerosi blindati». «Li abbiamo colpiti servendoci di batterie antiaeree sottratte all’esercito - ha spiegato uno dei comandanti ribelli, Abu Mussab -. Abbiamo distrutto sia elicotteri che edifici». Ma l’aeroporto, ha confermato, resta sotto il controllo dei governativi.
CORRIERE della SERA - Lorenzo Cremonesi : " Se l'opposizione è troppo divisa. Il tempo gioca a favore di Assad "
Lorenzo Cremonesi
Il carattere spontaneo, localistico, autonomo e disorganizzato della rivoluzione in Siria sta diventando la sua tomba. Ciò che all'inizio fu il punto di forza delle rivolte — il loro entusiasmo trascinante, generoso, ma privo di leader riconosciuti — rischia di morire se non riesce in tempi brevi a organizzare una classe dirigente coerente, unificata e con chiari obiettivi politici.
A osservare gli sviluppi dei combattimenti direttamente sul campo, appare evidente che la rivoluzione iniziata 18 mesi or sono è oggi in crisi. Solo poco più di un mese fa sembrava più che mai vicina alla vittoria. L'attentato del 18 luglio aveva decapitato i vertici militari della dittatura, le sommosse avevano investito Damasco, Aleppo, gran parte delle regioni rurali settentrionali. Ma da allora sono cresciute le divisioni interne. I partigiani non sanno gestire i loro territori. Capita che in paesini con meno di 10.000 abitanti ci siano sino a 3 o 4 brigate diverse che competono tra loro per il controllo delle armi, del denaro e delle simpatie popolari. Classico di ogni movimento di questo tipo: cresce l'ostilità tra leader locali dell'interno e «rappresentanti» autoproclamati portavoce della rivoluzione nella diaspora. In molto casi l'odio diffuso tra i combattenti contro i «leader che vivono negli hotel a cinque stelle» del Consiglio nazionale siriano (la massima organizzazione dell'opposizione all'estero) ricorda quello contro Bashar Assad.
Non stupisce che proprio in questa fase sia lo stesso presidente a rilanciare con forza i recenti successi del suo esercito. «La situazione sul terreno è migliorata, ma occorre ancora tempo prima della vittoria», ha detto ieri nel corso di una lunga intervista alla televisione filogovernativa Al-Dunya. Durissimo nei confronti dei militari passati nelle file della guerriglia: «Ora il nostro esercito è stato ripulito dai disertori traditori, può battersi con maggior efficacia». Assad ha anche apertamente deriso la proposta di una «zona cuscinetto» per accogliere i profughi lungo il confine turco come totalmente «irrealistica».
Per inviare la propria opinione a Foglio, Stampa, Corriere della Sera, cliccare sulle e-mail sottostanti
lettere@ilfoglio.it; lettere@lastampa.it; lettere@corriere.it