Siria, la battaglia per Aleppo. Dal CORRIERE della SERA, Lorenzo Cremonesi a pag.12, dal GIORNALE, Gian Micalessin a pag. 13.
Ecco gli articoli
Corriere della Sera-Lorenzo Cremonesi: " Siria,assalto finale su Aleppo"
DAL NOSTRO INVIATO
MAGHARA (Provincia di Aleppo) — Partorire sotto le bombe: senza alcuna possibilità di raggiungere l'ospedale. Con gli elicotteri che tirano in continuazione sulle auto in movimento. Nel buio rischiarato dalla tenue luce delle torce e una candela nell'angolo. Con i vicini che offrono tinozze delle loro sempre più scarse riserve d'acqua e un'anziana levatrice trovata all'ultimo minuto che ha fatto nascere il piccolo Mohamed tra lo stupore e le mille paure della famiglia raccolta attorno alla brandina di fortuna. Arwa Ghanass, 31 anni, racconta con voce esausta la sua avventura. Pallida, il viso segnato da profonde occhiaie, è riuscita a fuggire dall'assedio di Aleppo ieri mattina e, a mezzogiorno, ce ne parlava finalmente al sicuro nella casupola di contadini del padre nel villaggio di Maghara, una cinquantina di chilometri a sud della zona bombardata.
Il suo è uno degli infiniti drammi che si stanno consumando nella Siria martoriata dalla guerra civile e dalla brutalità della dittatura. E che ora sono diventati una cascata di gemiti e dolori corali nella seconda città del Paese messa a ferro e fuoco dall'esercito di Bashar Assad. La gente ne parla con reticenza. Non sono abituati a vedere stranieri da queste parti. Peggio ancora, uno sconosciuto che pone domande è quasi automaticamente una possibile spia. I collaborazionisti sono dovunque, travestiti da civili con fucili e coltelli nascosti sotto i sedili delle auto. Quando poi capiscono che possono lasciarsi andare, e che anzi possono denunciare al mondo questa catena di crimini, allora raccontano senza fermarsi. «Perché il mondo non fa nulla per noi?» chiedono in tanti. Vedono l'impotenza dell'Onu, la reticenza della Nato, il braccio di ferro tra Washington e Mosca. Mentre in Siria gli orrori continuano indisturbati ieri una risposta più decisa è giunta dal presidente francese François Hollande, che ha chiesto un intervento immediato del Consiglio di Sicurezza dell'Onu per fermare il bagno di sangue.
Arwa però a raccontare non c'e la fa davvero. È stravolta dalla stanchezza. E' la cugina ventenne Khadija a narrare per lei. «Da 4 giorni avevamo deciso di scappare da Aleppo. I carri armati hanno ormai accerchiato la città. Gli elicotteri sparano sulle abitazioni. Non risparmiano nessuno. Avevamo abbandonato il nostro appartamento al quinto piano ed eravamo scesi al secondo. Stare in basso è più sicuro. Cercavamo una vettura. Ma non ne abbiamo trovate. Non c'è benzina, chi può è già partito. Così ci siamo rassegnate ad attrezzarci per il parto in casa». Il loro quartiere, Sukkari, è nel centro, vicino a quelli liberati dai partigiani e più pesantemente bombardati dai lealisti. Da tre giorni un gruppo di guerriglieri ha fatto incetta degli ultimi sacchi di farina trovati nei negozi chiusi, ha forzato la saracinesca del fornaio e ha cotto il pane per i pochi civili rimasti.
Le doglie per Arwa iniziano alle 5 del pomeriggio. Chiamano la levatrice, che però non vuole uscire di casa. Gli elicotteri stanno sparando più intensamente, come spesso avviene con l'avvicinarsi dell'ora dell'Iftar, la cena che pone fine al digiuno quotidiano nel mese del Ramadan. Allora Khadija, la madre e due cugine accompagnano Arwa dalla levatrice, strisciano lungo i muri per 500 metri nelle strade deserte con le esplosioni che rimbombano tra i palazzi. La levatrice è esperta. Acqua calda e asciugamani bianchi, Mohamed nasce in fretta. Alle 7.30 di sera sono di ritorno al loro rifugio e ieri alle 5 di mattina erano in strada con il neonato alla ricerca della vettura mandata dal marito di Arwa dalla campagna. Lui si chiama Ahmed, ex poliziotto di Aleppo che 5 mesi fa assieme a 2 cugini si è unito alla rivolta e ora combatte tra le colline. È impegnato nelle operazioni mirate a rallentare il confluire delle colonne lealiste verso Aleppo.
Sono una decina di civili, quasi tutte donne, quelli che arrivano al sicuro a Maghara. Ma viaggiare sulle strade è un terno al lotto. Nell'abitazione della famiglia Ibrahim, due 14enni vengono curati con mezzi di fortuna per i colpi di mitragliatrice che li hanno feriti alle gambe mentre viaggiavano nella regione di Aleppo. Erano in 15, assiepati nella loro vettura, racconta Ahmed Ibrahim, 25 anni, il fratello maggiore che guidava il pick-up: «Abbiamo superato un gruppo di militari fermo sul lato della strada assieme a una decina di civili collaborazionisti. Hanno fatto segno di fermarci. Io ho accostato, hanno visto bene che non c'era neppure un guerrigliero a bordo. Mi hanno detto che potevo ripartire. Ma dopo pochi secondi ci hanno sparato. Qualche colpo secco di kalashnikov a bruciapelo. I miei fratelli gridavano dal dolore, c'era sangue dappertutto. Ma non mi sono fermato, anzi ho accelerato, avrebbero potuto massacrarci tutti. È già successo molte altre volte».
Il Giornale-Gian Micalessin: " Assad schiaccia Aleppo e gli insorti disperati si fanno massacrare"