Riportiamo da REPUBBLICA di oggi, 19/06/2012, a pag. 17, l'articolo di Thomas Friedman dal titolo " Da piazza Tahrir ora la rivoluzione deve arrivare a scuola". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 21, l'intervista di Lorenzo Cremonesi a Gilles Kepel dal titolo " Rischio di un nuovo braccio di ferro nelle strade ".
Ci siamo francamente stancati degli analisti che scoprono l'acqua calda.
Nè Gilles Kepel nè Thomas Friedman dicono nulla di nuovo. Analisti che non dicono mai nulla durante, nè prima degli eventi, ma solo dopo.
E a posteriori sono tutti bravi ad analizzare la situazione.
Ecco i pezzi:
La REPUBBLICA - Thomas Friedman : " Da piazza Tahrir ora la rivoluzione deve arrivare a scuola "
Thomas Friedman
CORRIERE della SERA - Lorenzo Cremonesi : " Rischio di un nuovo braccio di ferro nelle strade "
Gilles Kepel
IL CAIRO — «La situazione è ancora fluida, aperta, si rischia il caos. Nelle prossime ore ci saranno pericolose prove di forza nelle strade. Sembra che il candidato dei Fratelli musulmani, Mohammed Morsi, abbia vinto, anche se di poco. Ma il suo avversario, Ahmed Shafiq, non è affatto disposto ad ammetterlo. Segno che i militari potrebbero ancora intervenire sui risultati e non si sono affatto arresi». È cauto Gilles Kepel. Tra i maggiori esperti mondiali del fondamentalismo islamico contemporaneo (il suo celebre libro Il Profeta e il Faraone, pubblicato in Francia nel 1984, tratteggia la genesi della guerriglia jihadista tra i colletti bianchi egiziani impoveriti), ieri già alle sette di mattina era in piazza Tahrir a intervistare i sostenitori festanti di Morsi. Nel pomeriggio guardava però preoccupato alla destabilizzazione incipiente.
Quale scenario se Morsi fosse confermato presidente?
«La sua presidenza nascerebbe zoppa, impotente. Un presidente senza Parlamento, privo di potere legislativo, con i militari depositari del vecchio regime che cercano in ogni modo di imporre le loro regole per l'assemblea costituente. Ciò spiega l'enfasi che guida i Fratelli musulmani nell'organizzare le manifestazioni di piazza previste per le prossime ore. Vogliono il braccio di ferro, intendono cambiare le regole del gioco. Morsi sa che la sfida potrebbe farsi molto dura, per questo è praticamente sparito dalle piazze nelle ultime ore, teme persino di essere assassinato».
L'Egitto svolta verso il radicalismo religioso?
«Non lo credo. Almeno non nel prossimo futuro. Morsi è stato votato da larghi settori della popolazione che non fanno parte del suo elettorato naturale. I militari hanno commesso un errore madornale giovedì sera nel limitare unilateralmente i poteri del presidente e de facto imponendo una sorta di golpe. Hanno così spaventato tanti sostenitori di Shafiq, che però volevano il cambiamento. L'effetto boomerang è stato lo spostamento verso i Fratelli tra i moderati centristi. A loro si aggiungono i nasseriani legati alla rivoluzione, ma certo contrari al diktat delle moschee sullo Stato. Morsi cerca ora di non perderli presentandosi come il leader di tutti gli egiziani che vogliono abolire il vecchio regime, ma non necessariamente essere dominati dalla legge religiosa islamica».
Quale potrebbe essere l'evoluzione del rapporto tra militari e Fratelli musulmani?
«Hanno la necessità di rinegoziare un modus vivendi. Dai tempi dell'assassinio di Anwar Sadat nel 1981, l'accordo non scritto era che il regime di Mubarak si sarebbe occupato della politica estera, di mantenere il trattato di pace con Israele e degli affari di Stato. Al contrario i Fratelli avrebbero mantenuto una discreta presenza nel sociale grazie alla loro rete di scuole, ospedali, centri coranici. Ora vorrebbero rivedere quelle intese, ma da un punto di forza, con una valenza molto più politica, molto più rilevante».
Che ne sarà delle minoranze, specie dei cristiani?
«Non li vedo bene. Soprattutto i capi della Chiesa copta hanno pubblicamente preso posizione in sostegno di Shafiq. Ci sono stati appelli nelle chiese, dichiarazioni ai media. Ora sono spaventati, non è difficile trovare coloro che vorrebbero emigrare all'estero. La mancanza di un leader spirituale, dopo la morte di papa Shenouda in marzo, aggiunge disorientamento. Hanno bisogno ancora di mesi per nominare un nuovo papa. Ovvio che ora un prezzo dovranno pagarlo se dovesse davvero vincere Morsi. Non subito, ma nel tempo».
E il rapporto di pace con Israele?
«La questione è sul tavolo. Ed è pure legata a filo doppio ai milioni di dollari che annualmente gli Stati Uniti versano nelle casse egiziane. L'Egitto soffre di una gravissima crisi economica. Il turismo è paralizzato da oltre 16 mesi. I Fratelli che sono al Parlamento da dicembre hanno dato una prova molto scarsa, specie in campo economico. Mancano investimenti, i capitali locali e stranieri fuggono all'estero. Tanti iniziano a dire che almeno sotto la dittatura c'era lavoro. E non esiste una classe imprenditoriale islamica come quella che sostiene Erdogan in Turchia. Qui il modello turco non è applicabile. Morsi presidente avrebbe il coltello alla gola, dovrebbe dimostrare in tempi brevi di essere in grado di rimettere in moto l'economia, non avrà dunque alcun interesse a rinunciare agli aiuti americani, per questo cercherà di evitare polemiche con Israele. Il vero rischio per il prossimo presidente, sia Morsi oppure Shafiq, sono le rivolte del pane. L'eventuale affossatore della rivoluzione sarà la fame».
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