Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 30/05/2012, a pag. 3, l'editoriale dal titolo "Che fare con il regime di Damasco " . Dalla STAMPA, a pag. 22, l'articolo di Francesca Paci dal titolo " Siria, Ue e Usa espellono gli ambasciatori ".
Ecco i pezzi:
Il FOGLIO - " Che fare con il regime di Damasco"
Il massacro di Hula
La STAMPA - Francesca Paci : " Siria, Ue e Usa espellono gli ambasciatori"
Bashar al Assad
I morti di Hula segneranno il punto di non ritorno nello scontro tra regime siriano e opposizione, come la strage di My Lai lo divenne per la guerra del Vietnam? Di certo ieri 11 Paesi occidentali, tra cui l’Italia, hanno espulso i diplomatici siriani ritenuti ormai «persone non grate». Poche ore prima, l’Onu e associazioni umanitarie come Human Rights Watch avevano confermato che gran parte delle 108 vittime, tra cui 49 bambini, avevano subito esecuzioni sommarie casa per casa.
«Per gli uccisi da armi pesanti è chiaro che la responsabilità ricade sul governo di Damasco, gli altri, morti a causa di armi bianche, potrebbero essere attribuiti agli shabiha, le milizie locali fedeli a Bashar Assad» spiega il capo delle operazioni di pace delle Nazioni Unite Hervé Ladsous al Palazzo di Vetro, dove si discute l’aumento del numero di osservatori. Il condizionale è d’obbligo mentre il presidente siriano accusa i «terroristi» e subordina la riuscita del piano Annan alla «fine del traffico di armi» destinato ai ribelli.
Nelle ultime ore però l’umore internazionale è mutato. Francia e Regno Unito guidano il fronte dei falchi insieme alla Turchia, da dove il premier Erdogan avverte che la pazienza del mondo «ha un limite». Sebbene nessuno violi ancora il tabù del coinvolgimento militare, da Londra a Washington si accenna ormai senza remore dell’ipotesi di armare l’opposizione (come pare stiano già facendo i Paesi del Golfo). E mentre «la soluzione yemenita» viene superata dagli eventi (difficile a questo punto defenestrare Assad affidando la transizione al resto del regime alawita), i Fratelli Musulmani egiziani chiedono l’intervento militare scavalcando l’esitante Lega Araba.
«Il piano di pace è morto nel momento in cui la strage di Hula è avvenuta a pochi km dalla postazione degli osservatori Onu a Homs», afferma l’attivista Omar su Skype. Kofi Annan, che ieri ha incontrato il presidente siriano raccomandandogli di «agire subito per fermare le violenze», sembra consapevole che, sebbene caldeggiato ancora dal Consiglio d’Europa, il suo piano di pace sia una sorta di foglia di fico a copertura dell’irriducibile avversità di Mosca al cambio di regime. Delle 11 mila vittime accertate dall’inizio della rivolta (almeno 32 ieri), 1300 sono state uccise dopo il 14 aprile, data d’avvio della missione Onu.
Assad può contare ancora su Russia e Iran (l’amicizia cinese ha preso a scricchiolare dopo Hula). Ma mentre Teheran non nega la presenza di proprie milizie in Siria (sostenendo che limitano il numero dei morti), Putin, glissa sulle forniture di armi russe a Damasco, e cerca una via d’uscita distribuendo le responsabilità della guerra civile siriana tra governo e opposizione. Niente di nuovo, insomma. Eppure, più d’un analista nota un certo lieve ammorbidimento di Mosca, indisponibile a una soluzione che la tagli fuori umiliandola (come nel caso della Nato in Libia) ma consapevole di non poter difendere ancora a lungo il cliente alawita.
Il caso siriano, diverso da quelli libico e yemenita non fosse altro che per il confine condiviso con Israele (che, taciturno finora per paura del post Assad, denuncia adesso i crimini del regime), è complicato anche dalla complessità dell’opposizione, divisa non solo politicamente ma anche tatticamente tra chi vuole restare a mani nude, chi chiede un intervento stile Nato e chi vorrebbe far da solo con armi fornite dall’esterno (il Libero Esercito Siriano ha giurato vendetta per Hula). La novità è la serrata dei commercianti di Damasco a lutto per Hula: la resistenza della maggioranza silenziosa dei siriani al salto nel vuoto cadrà prima di quella russa?
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